Pippi Calzelunghe è tornata dall’inferno. Lasciami entrare, il film.

Mauro Baldrati



Forse è il film meno patinato mai prodotto. Anche gli italiani sanno essere crudelmente non patinati (oppure non lo sanno fare?), e girano storie tremende, come Un giorno perfetto, o Il papà di Giovanna. Invece i maestri della patina sono, da sempre gli americani. La patina consiste in una stilizzazione continua, che tende a ripulire qualunque immagine, qualunque volto, da tutte le pesantezze della realtà, dai rallentamenti fisiologici della vita. Gli americani realizzano storie di estrema violenza, storie horror, splatter, eppure tutto sembra un fumetto, e la violenza subisce sempre un processo di sovradeterminazione mondiale nella fiction, per cui anche la miseria, la sporcizia, la morte, la sventura, tutto appare stilizzato e in qualche modo distante, fuori da noi; e fascinoso, glamour. Forse gli americani, semplicemente, non sono in grado di concepire storie non patinate.
Lasciami entrare, film svedese di Tomas Alfredson tratto dall’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist, rappresenta ambienti così poveri, tristi, così poco stilizzati, da risultare inquietante, e l’inquietudine della visione supera quella della storia, una vampira dodicenne che fa amicizia con un ragazzino suo coetaneo. E’ la Svezia degli anni Ottanta, un quartiere sepolto nella neve, un caseggiato che sembra uscito da una suburbia sovietica, quasi sempre ripreso di notte, quasi sempre mentre nevica, nel silenzio, nella solitudine, abitato da personaggi sciatti, volgari, maschere che ricordano quelle di Pippi Calzelunghe, i telefilm svedesi degli anni Sessanta interpretati da Inger Nillson. Ci sono gli stessi uomini goffi, pesanti, stupidi, e una ragazzina dotata di ultraforza che non va a scuola, vive da sola, senza genitori, con un cavallo e una scimmietta come amici. Qui ha un solo compagno, una sorta di attendente, di servitore, un uomo di mezza età che per tutti è "il papà". Lui le procura il cibo, lui esce per andare a caccia. Stordisce le vittime con un gas che custodisce in uno strano congegno che trasporta in un set che sembra la valigetta di un medico, poi le appende per i piedi, come i maiali, le sgozza con un coltellaccio e raccoglie il sangue in una tanica, che servirà per alimentare Eli, la sua padrona, la sua amata. Come Pippi Calzelunghe, Eli ha un amico normale, Oskar, un ragazzino solitario, timido, biondissimo, vessato a scuola da un trio di bulletti che sogna di sbudellare con un piccolo coltello che si porta sempre dietro. Oskar la vede di sera, appare nella notte vestita con abiti estivi, indifferente al freddo. Ed emana uno strano odore. I due ragazzi si guardano, stanno vicini per attrazione chimica come i gatti, si sentono, si studiano. Oskar li ascolta parlare, Eli e il presunto papà, perché abitano l’appartamento di fianco al suo, sono divisi da una parete sottile. Lei lo rimprovera, gli dice "spostati, mi sei tra i piedi." Lui si preoccupa perché lei è "in pericolo".
Eli sembra Pippi tornata dall’inferno. E’ bruna, ha lineamenti quasi mediorientali, non ride di continuo come Pippi con le trecce, ma anche lei deve cavarsela da sola, perché il suo servo, che non riesce mai a portare a termine una macellazione, si caccia in un guaio senza via d’uscita. Eli deve uccidere, per nutrirsi, per vivere. A questo le serve l’ultraforza. E il potere di arrampicarsi sui muri, proprio come Dracula di Bram Stoker, che lo sbigottito Harker vede attaccato al muro del castello come una lucertola. Eli sbrana alcuni uomini, ferisce una donna senza ucciderla (e quindi la contamina), è costretta a esporsi, a seminare cadaveri e a creare sospetti. Finché Oskar non intuisce la sua vera natura di demone (impressionante un veloce riferimento all’Esorcista, quando Eli va fuori di sé vedendo il sangue di Oskar e si getta a leccarlo sul pavimento), e l’accetta. E la segue, in un finale caratterizzato da un massacro catartico, per proteggerla, per servirla, forse per invecchiare accanto a lei, come l’uomo di mezza età che l’accudiva.
Si esce dalla sala con un peso sul cuore. O forse sullo stomaco. Per la desolazione dei luoghi e dell’umanità, per questa preadolescenza così abbandonata, solitaria, violata, segnata dall’amore taciturno e dalla morte.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica cinema il 20 gennaio 2009