No al pizzo #3

Vincenzo Conticello



No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea, edito dalla Thor Editrice e curato da Gabriella De Fina, raccoglie le testimonianze in prima persona di tredici imprenditori siciliani che hanno scelto di dire no al ricatto delle logiche mafiose. Nel libro compaiono con il loro nome e cognome e con la loro faccia: un gesto che è nello stesso tempo un’assunzione di responsabilità, un rischio e un atto di coraggio.
Si può richiedere il libro direttamente all’editore e riceverlo per posta al prezzo di 13,50 euro (anziché 17,50) inviando una mail a
thoreditrice@gmail.com

Lo stralcio che segue è tratto dal racconto dell’imprenditore palermitano Vincenzo Conticello.
Qui e qui i primi due stralci dal libro.

«Dunque, nel 2001, cominciai a gestire l’azienda insieme a mio fratello. Ciò non ha comportato solo un ricambio generazionale ma anche un mutamento di mentalità, di organizzazione, perché è chiaro che due persone come me e mio fratello – lui era commercialista, io venivo dalle mie esperienze estere – non potevano che aprirsi al mondo della comunicazione. Già dal 1939, per decreto del ministro della Pubblica Istruzione, eravamo stati nominati locale storico d’Italia, come il Caffè Greco di Roma, il Pedrocchi di Padova, il Cambio di Torino e pochissimi altri, dodici in tutto il paese. Noi abbiamo iniziato a dare pubblicità a tale riconoscimento, come pure al fatto che eravamo un’azienda slow food già dal 1987 e questo ha risvegliato l’interesse nei nostri confronti. Poi abbiamo cominciato a portare i nostri catering all’estero, in America piuttosto che in Oriente, e a organizzare eventi per le ambasciate all’estero, ma anche per i ministeri del commercio e dell’agricoltura, rappresentando appieno i prodotti italiani attraverso i nostri piatti tipici, che venivano offerti al posto delle classiche carbonara e amatriciana, ormai trite e ritrite; e anche questo ha avuto un ritorno immediato sul locale che si è di nuovo riempito di gente. Infine abbiamo chiesto al Comune di darci in uso la piazza facendo due cose inusuali: innanzitutto arredare la piazza in modo elegante, cosa che allora a Palermo non esisteva, e in secondo luogo pagare il suolo pubblico, fatto ancora più strano, perché fino a quel momento chi lo occupava non aveva mai tirato fuori un centesimo e nessuno veniva multato per questo. Quel pagamento ha messo in crisi tante realtà di evasori, perché abbiamo creato un precedente "negativo", abbiamo dato il "cattivo esempio". Tale cattivo esempio, unito alla grande pubblicità che avevamo avuto, ha creato un buon giro di clientela ma, allo stesso tempo, ha destato le nuove cosche mafiose che non appartenevano più a quella generazione a cui mia nonna dava le bacchettate sulle mani.

Così sono iniziate le prime azioni di disturbo della mafia. Hanno cominciato a procurarci piccoli ma continui fastidi, per esempio danneggiando le auto della nostra clientela, in modo da scoraggiare la gente dal venire da noi. Si trattava dei classici avvertimenti che mettono in confusione l’imprenditore, che spesso, in principio, non capisce bene di che cosa si tratti. Dopo un po’, io, mio fratello e mio padre ci siamo resi conto che eravamo entrati nell’occhio del ciclone e abbiamo deciso di comune accordo che ogni qual volta avveniva un atto vandalico, se il cliente non accettava di sporgere denuncia, lo avremmo fatto noi. Questi incidenti avvenivano con una media di tre volte a settimana e noi, puntualmente, li denunciavamo alla polizia o ai carabinieri. Sono certo che il fatto di denunciare sempre ha avuto un’importanza decisiva perché ha allertato le forze dell’ordine che hanno cominciato a tenerci d’occhio, e penso che questo sia il primo dato positivo di questa brutta storia, la dimostrazione che se un cittadino denuncia, le forze dell’ordine si muovono. Se invece l’imprenditore non denuncia non ha senso che poi si lamenti di essere lasciato solo. Così, ho fatto in modo che questa situazione fosse oggetto di attenzione da parte delle autorità: ho raccontato tutto al prefetto, al comandante dei carabinieri, al questore. Ogni volta che li vedevo qui a pranzo diventavo insistente e dicevo loro che dovevano aiutarmi, perché ero cosciente che prima o poi la situazione sarebbe esplosa. Tra l’altro loro stessi mi dicevano che dovevo aspettarmi delle richieste di pizzo.

Nel 2005 è arrivata la prima richiesta esplicita di pizzo. Si è presentato un signore, che avrete visto in tanti filmati (quarant’anni portati male, rozzo ma camuffato da persona civile) e ha chiesto di me. Mi ha aspettato mezz’ora e in quattro e quattr’otto mi ha detto che lui era la persona incaricata da certi amici per aiutarmi a risolvere quei fastidi che da un po’ di tempo turbavano la piazzetta della Focacceria. Bastava che pagassimo una quota mensile di 500 euro, più un bonus per sistemare la questione degli arretrati e tutto sarebbe tornato come prima. Io gli dissi che non se ne parlava proprio, anzi gli chiesi chiaro e tondo se mi stava chiedendo il pizzo e lui, molto sorpreso, mi rispose che potevo chiamarlo come volevo ma che lui era venuto per darmi una mano d’aiuto. Cosa alla quale replicai che io mi aiutavo da solo, come da centosettanta anni aveva fatto la mia famiglia, che noi da sempre ci eravamo considerati cittadini e non schiavi della mafia. Lui rimase allibito ma non perse la sua aria arrogante. Quando uscì dal locale feci in tempo a prendere il numero di targa del suo motorino e in pochi minuti mi ritrovai davanti i carabinieri che mi chiedevano chi fosse quell’uomo. Lo presi come un segnale positivo: la mafia esce, lo Stato arriva. E raccontai tutto, dichiarandomi disposto a metterlo per iscritto. I carabinieri erano più stupiti del mafioso, perché era la prima volta che si trovavano davanti un imprenditore che raccontava per filo e per segno quel che era successo invece di rispondere che quel tipo era venuto a prendersi un bicchiere di vino, come fa il siciliano che segue le regole dell’omertà. Io e mio fratello andammo a formalizzare la denuncia contro una persona di cui non sapevamo l’identità ma che era ben nota alle forze dell’ordine e che tra l’altro avevano già fotografato mentre parlava con me. Da lì i carabinieri iniziarono le indagini e io nel frattempo continuai a essere vittima di danneggiamenti di ogni tipo: mi rompevano la macchina sotto casa, mi mettevano la colla nelle serrature del locale, mi bucavano i serbatoi dell’acqua nei giorni di massimo afflusso della clientela, e in quegli stessi giorni parte del personale non si presentava senza avvertire, lasciandomi in problemi seri. Tutto ciò mise ancora una volta la mia azienda in crisi. Si trattava della tipica strategia mafiosa, che cerca di indebolirti il più possibile per costringerti a cedere. Dalle indagini risultò poi che alcuni dei nostri fornitori erano collusi con la mafia. D’accordo con alcuni elementi del nostro personale, facevano uno strano gioco, cioè ci consegnavano una quantità di merce inferiore a quella che era stata ordinata, dunque fatturata e regolarmente pagata. La Guardia di finanza ci aiutò in quelle indagini, perché noi denunciammo i nostri sospetti; infatti il segreto per cui lo Stato possa intervenire è che il cittadino compia il suo dovere di informarlo. Se invece nasconde tutto rischia di avere guai ancora maggiori, perché se la Guardia di finanza scopre che hai un fatturato dieci e hai speso cinquanta per acquistare la merce, pensa che hai lavorato in nero. Quindi io continuavo a denunciare e quelle denunce verso anonimi mantenevano gli inquirenti sempre all’erta.

Intanto i mafiosi mi minacciarono di morte con una lettera anonima in cui mi chiedevano 50.000 euro subito, lasciandomi in uno stato d’animo di forte sgomento. Infatti, già con la prima visita mi avevano terrorizzato; eppure, proprio da quella paura mi è nata la forza di reagire. Quando cominciarono a minacciare insieme a me tutta la mia famiglia, compresa mia figlia, passai in rassegna tutti gli insegnamenti di mia nonna, dei miei genitori e conclusi che a quel punto non era più una questione solo personale, che dalla mia scelta dipendeva il destino di tutti i miei cari. Ciò spiega perché molto spesso gli imprenditori, tra combattere e nascondersi scelgono il nascondersi. Molti buttano la spugna, il che è una scelta meno grave che pagare il pizzo, molti aumentano semplicemente di pochi centesimi il prezzo del proprio prodotto in modo da poter pagare il racket, e pensano così di aver risolto il problema. In realtà quello è solo l’inizio della loro schiavitù, perché oggi è il pizzo, domani è la droga, dopodomani sarà nascondere un latitante o riciclare denaro sporco. Io avevo ben chiaro che, se avessi ceduto in quel momento, in brevissimo tempo mi sarei ritrovato nella lista dei mafiosi, poiché quello era il loro obiettivo: mettermi dalla loro parte, rilevare a prezzi stracciati un’azienda che in futuro avrebbe dato loro una copertura per ripulire denaro sporco, quindi il mio no fu assolutamente deciso. Così, nel giro di quattro mesi, il 13 marzo del 2006, gli inquirenti, con un lavoro di intelligence, sono riusciti ad arrestare i miei estorsori e, attraverso loro, a incastrare altri personaggi legati al racket; si sono così poste le basi per gli arresti importanti avvenuti negli anni successivi. A Palermo c’è molta disoccupazione, e quindi non posso dire che la scelta di essere mio dipendente sia dettata necessariamente dalla condivisione delle mie idee – molto spesso è dettata dalla necessità e dal bisogno – però è certo che molti dei dipendenti che sono andati via hanno espresso in maniera chiara la loro posizione. Era gente che subiva intimidazioni da parte di vicini di casa legati alla mafia, quelli che dicono: "Il tuo datore di lavoro è sbirro, è carabiniere"; gli altri, invece, quelli che sono rimasti, mi hanno espresso in modo silenzioso, non troppo vistoso, la loro solidarietà. Quasi tutti hanno accettato di buon grado di indossare la maglietta Addiopizzo e di partecipare alle domeniche contro il racket che facciamo qui nella piazza San Francesco dalle 12 alle 15. Lo dico continuamente: non mi sento più solo, perché questa è una realtà. Oggi, rispetto a vent’anni fa, quando fu ucciso Libero Grassi, io mi ritrovo con tanti industriali vicini che hanno fatto la mia stessa scelta. Ci sono Ivan Lo Bello, Marco Venturi, Andrea Vecchio, Giuseppe Catanzaro, tanti imprenditori che denunciano e che ogni giorno mi dicono: "Vincenzo, sono con te!" Ci diamo coraggio, questo ha fatto sì che io andassi in tribunale ancora più forte. Quando ci sono state le udienze, i ragazzi di Addiopizzo sono arrivati in sessanta, la preside Licata ha assistito con i bambini e gli insegnanti, allora tu vedi i ragazzi di Addiopizzo che sono la società civile, vedi i bambini che sono il futuro e ti convinci sempre di più che la tua scelta è giusta. Lo Stato mi ha dato inchieste rapide, nessuna fuga di notizie ai giornali durante le indagini e ciò mi porta a pensare che la colpa dello strapotere mafioso non è dello Stato, è nostra e della mala politica. Se si mettono delle persone sbagliate a fare i ministri della giustizia, se si adottano provvedimenti che vanificano l’operato dei magistrati, dei carabinieri e della polizia, se si fanno leggi che permettono ai delinquenti di essere scarcerati, se non si dà seguito ai processi, se si richiedono prove testimoniali troppo farraginose o si espone al pericolo il commerciante che denuncia, ciò è sbagliato perché il cittadino non è un eroe. Quando il cittadino ha denunciato, basta! Allora io, oggi, con la scorta e con la tutela mi sento di avere avuto la possibilità di non scappare, di non andare via come ha fatto Miceli da Gela tanti anni fa, che ha dovuto cambiare nome e città, fare l’impiegato invece che l’imprenditore in un altro paese dove non conosce nessuno, dove non si è inserito. Purtroppo, in quel momento, Miceli fu costretto a fare quella scelta perché lo Stato non era nelle condizioni di garantirgli sicurezza. Invece, io e la mia famiglia abbiamo avuto la scorta, il che ci ha consentito di continuare a fare la nostra vita. Certo, nel privato, la vita cambia, perché se qualcuno mi invita a cena, insieme a me, deve invitare tante altre persone e questo può creare dei problemi agli altri. Inoltre io sono uno che non vuole mettere a rischio la propria vita ma neanche quella degli altri e dunque cerco di non andare mai in uno stadio, in una discoteca, in luoghi pericolosi. Per fortuna lo Stato mi ha messo in condizione di avere sempre gli stessi uomini, questo crea un rapporto meraviglioso tra me e chi mi protegge, molto bello, familiare e anche reciproco, perché loro mi rispettano tantissimo, e anch’io ho grande stima per questi uomini che fanno molto di più di quanto dovrebbero in rapporto ai pochi soldi che guadagnano, rischiando la vita per uno sconosciuto come me.

I tempi sono maturi? Io dico che puoi recidere un fiore tutte le volte che vuoi, ma la primavera arriva sempre. Siamo quasi al 21 di marzo e questa primavera che viene è carica di buoni auspici, con un gruppo imprenditoriale che prima si sognava di esporsi come sta facendo oggi. Confindustria, Confcommercio, tutti siamo in prima linea a dire compatti di no, perché abbiamo capito che contro le mafie l’io non può funzionare, ci vuole il noi, e se la mafia si sta globalizzando perché è presente in tutto il mondo, noi dobbiamo globalizzare l’antimafia. Non possiamo pensare che l’antimafia sia Palermo o Gela, dobbiamo fare antimafia da New York a Tokio, e l’Italia che ha avuto sempre un ruolo forte in questo campo, può essere benissimo un paese che fa di questa globalizzazione dell’antimafia la sua bandiera. Ma ciò non potrà mai accadere se continuiamo a mettere ai posti di comando persone che fanno malapolitica, come è avvenuto in passato, perché i risultati sono la spazzatura di Napoli, gli scandali della dirigenza della Regione Sicilia, il caso eclatante di De Francisci. Personalmente, mi sentirò veramente soddisfatto quando non si parlerà di Vincenzo Conticello che ha detto no al pizzo, ma si parlerà di una società civile nella sua totalità che risponde con un no netto e deciso a qualsiasi tipo di illegalità. Non si può immaginare di combattere la mafia e poi di sottopagare i propri dipendenti, di parlare di antimafia e poi non fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Ho una figlia di vent’anni che già nel 2004 mi ha fatto delle domande molto chiare su quel bellissimo volantino che dice: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità"; una figlia che già allora voleva sapere se pagavo il pizzo, perché è chiaro che i figli se lo chiedono. Quindi, quando l’ho informata dei tentativi di estorsione che avevo ricevuto, mi ha detto che era orgogliosa di me, che si sentiva fiera di avere un padre che aveva preso posizione in modo così netto e che mi avrebbe dato tutto l’appoggio possibile.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 15 gennaio 2009