L’eterno ritorno dell’orrore

Sergio Baratto



Di cosa parla la citazione qui sotto?

«L’attacco aereo israeliano (...) è arrivato nella notte. Una pioggia di bombe ad alta precisione: obiettivo un edificio di tre piani che è venuto giù come un castello di carte. Dentro si erano rifugiate da giorni molte famiglie spaventate dal conflitto. Sotto le macerie, una sessantina di cadaveri, 37 sono bambini (quindici di loro erano disabili). E’ la strage che segnerà per sempre questa data e questa guerra. Per tutta la giornata il mondo è stato colpito e travolto dalle immagini dei soccorritori che scavavano tra le macerie e sollevavano corpi di bambini e bambine, li portavano via a braccia, li mostravano urlando e chiedendosi perché.»

Gaza 2008?
No, Cana 2006.
Si tratta di uno stralcio da un articolo di "Repubblica" del 30 luglio 2006. La guerra in Libano. Israele contro Hezbollah. In particolare, si parla di una strage di bambini avvenuta nel villaggio di Cana, dove le bombe israeliane - le uniche bombe democratiche di tutta la regione mediorientale - uccisero 37 bambini libanesi non ancora terroristi. Un episodio che all’epoca destò emozione (come scrisse sempre la "Repubblica"), sdegno e condanna da parte della comunità internazionale per due giorni.
Poi, com’era lecito aspettarsi, cadde nel dimenticatoio della storia, dove giace il 100% dei bambini (e non) morti innocenti nelle guerre umane.

Rileggere ora le cose scritte due anni è mezzo fa è impressionante, se sostituisci le date e i nomi sembrano scritte ieri. Se i giornalisti non fossero affetti da oblio selettivo professionale, potrebbero addirittura andare a recuperare i loro vecchi pezzi, anziché faticare a scriverne di nuovi con dentro le stesse cose.
Anche le motivazioni, le giustificazioni, i discorsi sono identici. Lo stesso schierarsi, le stesse accuse, lo stesso cinismo.
Perfino le stesse identiche dichiarazioni dei politici. Tutto esattamente come oggi. questa ripetizione meccanica mi agghiaccia il sangue.
Cito ancora la "Repubblica" del 30 luglio 2006 (tra parentesi quadre le dichiarazioni degli stessi rilasciate in questi giorni):

«Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice (...) ha detto che "è il momento del cessate il fuoco" e ha chiesto a Israele di fare "grandissima attenzione" per evitare vittime civili (...). Anche la Casa Bianca ha chiesto "moderazione". Ma da Washington non è arrivato nessun invito alla immediata cessazione delle ostilità».
[Coondoleezza Rice 2009: «Crediamo che un cessate il fuoco sia necessario».]

«La Commissione [europea] ha ripetutamente richiesto che entrambe le parti adottino il cessate il fuoco al più presto possibile e che in ogni caso entrambe le parti osservino le norme umanitarie e il diritto internazionale.»
[UE 2009, cioè sostanzialmente re Sarkozy I: «Serve il cessate il fuoco al più presto possibile».]

«D’Alema ha ribadito (...) che, dopo "la strage di civili a Cana", è "per lo meno il momento di una tregua umanitaria".»
[D’Alema 2009: «Lavorare con cautela e buon senso per raggiungere un accordo ragionevole e dettagliato, una tregua ...».]

«Il Papa è tornato a chiedere una tregua immediata: "Nel nome di Dio mi rivolgo a tutti i responsabili di questa spirale di violenza, perché immediatamente si depongano le armi da ogni parte".»
[Ratzinger 2009: «Siano rilanciati i negoziati di pace, rinunciando all’odio, alle provocazioni e all’uso delle armi"».]

*

Due anni fa, sulla guerra in Libano ho scritto un pezzo per il Primo Amore, I Neonati di Sodoma, in cui tra le altre cose ragionavo sulle trappole lessicali e semantiche, sull’unanimismo filoisraeliano e sull’essenza di molti "fieri amici di Israele".
Anche quel mio pezzo mi sembra scritto per i fatti di oggi. Ne riporto un paio di brani, e chiedo scusa per questa pratica dell’autocitazione - semplicemente non saprei esprimere meglio di come ho fatto allora ciò che penso su quanto sta accadendo adesso.

Ci sono le giustificazioni addotte ogni volta da Israele e dai suoi sostenitori, che suonano come un disco rotto:

«La strage di Cana/Gaza viene definita da tutti un fatto tragico, ma la responsabilità ricade su Hezbollah/Hamas, che usa i civili come scudi umani. Israele ha compiuto una scelta dolorosa ma necessaria, non bisogna dimenticare che è circondata da paesi che ne vogliono la distruzione totale. I profughi e le vittime civili dell’attacco israeliano sono il prezzo – duro, certo, ma inevitabile – da pagare per la sopravvivenza di Israele. Non bisogna dimenticare che Israele è l’unica democrazia in un’area dominata da regimi autoritari e da musulmani fanatici. Si parla tanto dei bombardamenti israeliani, ma si tace dei razzi kassam lanciati da Hezbollah/Hamas. Attaccando, Israele non fa che difendersi. L’attacco al Libano/alla Striscia di Gaza fa parte della guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico contro la civiltà occidentale.»

Ed esiste il gusto di amare il più forte:

«Quando sento tutte queste giustificazioni dell’ingiustificabile, quando sento parlare di un "problema islamico", dell’inevitabilità dei massacri in nome della salvaguardia della propria civiltà, quando mi sento rivolgere da certe canaglie l’accusa di antisemitismo, sperimento l’assoluta per quanto inspiegabile certezza che, per la maggior parte, questi moralisti hegeliani – che siano politici, giornalisti o semplici cittadini – sarebbero stati repubblichini, SS, abbonati alla rivista "La difesa della razza", se solo fossero vissuti sessanta o settant’anni fa.
Non posso spiegare perché, ma ne sono sicuro.
Il nazifascista di allora, antisemita, e il neocon di oggi, antiarabo (o antislamico, dal momento che arabi e islamici sono nella percezione collettiva ormai fusi in un’unica entità). Non che li si possa paragonare tout court l’uno all’altro, beninteso. I primi osteggiavano la democrazia, i secondi la amano al punto da volerla diffondere a tutti i costi, persino a colpi di cluster bombs.
Perciò è impossibile immaginare Rumsfeld nei panni di un Obersturmbannführer, Giuliano Ferrara in quelli di un Pavolini (se non altro per una questione di sartoria), un militante leghista della Valle dei Ratti in quelli di un boia lituano di Kaiserwald. È altrettanto improbabile quanto immaginare che gente civile come Borghezio o Calderoli, ricollocata in un contesto come quello dei Balcani di dieci anni fa, possa comportarsi come i macellai serbo-bosniaci, nonostante la superficiale comunanza di sentimenti nei confronti dei musulmani.
O no?
Mi auguro di sbagliarmi, ma se invece fosse proprio così?
Se davvero gli attuali "fieri amici" di Israele replicassero in un contesto mutato le stesse pulsioni e le stesse categorie di pensiero dei nazifascisti storici?
O è qualcosa di più sottile? Qualcosa di più profondo ancora, che sta alla radice di entrambi. L’adesione a una visione autoritaria, a un’ideologia imperiale che costruisce la propria immagine e alimenta la devozione dei sudditi tramite l’identificazione di sé con il sommo bene e il sommo della civiltà, e che proprio per questo ha bisogno costante di nemici barbarici alle porte che giustifichino la sua rapacità e le sue guerre di conquista.
Oggi il gusto di amare il più forte porta tutta questa gentaglia – che all’epoca di Hitler avrebbe creduto ciecamente a tutte le balle sui Protocolli di Sion e gli ebrei come causa di ogni male – a supportare Israele e a odiare gli arabi. Ma in fondo il movente psichico è lo stesso. Semplicemente, ieri gli ebrei erano la parte debole, la vittima sacrificale: perciò hanno odiato e perseguitato gli ebrei. Ora gli Israeliani – tutti quanti non fanno altro che identificare la politica dei governi israeliani con l’ebraismo, prima o poi bisognerà parlare anche di questo – fanno parte dei "vincenti", dei potenti.
Perciò, mi stai dicendo, sono amati per lo stesso meccanismo per cui i nostri nonni nazi italiani e tedeschi avevano odiato i loro nonni?
Esatto. Perché Israele oggi fa parte del nostro mondo, del nostro impero. A torto o a ragione ne incarna l’ideologia. E si sa che i sudditi adorano sempre i loro padroni».








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 8 gennaio 2009