Giavazzi, Gelmini e il Corriere

Giuseppe Caliceti



Chi è Francesco Gavazzi? Un attimo di pazienza e adesso ve lo spiego. Andiamo con ordine. Dunque, il 15 dicembre 2008 si è svolta nell’Aula della Camera la discussione sulle linee generali del disegno di legge S. 1197 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità.

Il 5 gennaio 2009 nell’Aula della Camera è proseguita la discussione e il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia sull’approvazione, senza emendamenti ed articoli aggiuntivi, dell’articolo unico del provvedimento nel testo della Commissione, identico a quello approvato dal Senato.

La fiducia è votata nella seduta di mercoledì 7 gennaio, a partire dalle ore 16. Giovedì 8 gennaio, alle ore 12, sono previste, in diretta televisiva, le dichiarazioni di voto finali.

Avendo il Governo posto la fiducia, non saranno votati gli emendamenti presentati. Accade per l’Università esattamente ciò che era accaduto alcuni mesi fa per le scuole elementari con l’approvazione da parte del Governo, ponendo la fiducia, per il maestro unico. Nonostante le tante proteste dell’Onda e nonostante le tante finte ricerche di un dialogo da parte di Gelmini & Company, a diventare legge definitiva sarà, per l’Università, il testo approvato dal Senato il 28 novembre 2008 e non modificato alla Camera. Di che si tratta? Per capirlo bisogna sapere chi è Francesco Gavazzi.

Dunque, Gavazzi è un professore di economia, insegna alla Bocconi, collabora con il Corriere della Sera e quindi è considerato un opinionista autorevole, come l’hanno definito Mariapia Garavaglia, Ministro dell’Università del governo ombra e Luciano Modica, responsabile nazionale Università del Pd sul Corriere del 5 novembre 2008.

I due esponenti del PD avevano colto che a livello governativo si stava preparando un Decreto-Legge, così come richiesto dallo stesso Giavazzi che, sulla prima pagina del Corriere della Sera del 3 novembre 2008 aveva prescritto al Governo i “Tre segnali da dare in una settimana”, dettando i contenuti del Decreto-Legge. Garavaglia e Modica hanno tentato di far capire a Giavazzi che “modificare frettolosamente i bandi di concorso già emanati dai rettori secondo la legge vigente, e con i termini scaduti, per recepire nuove regole di formazione delle commissioni farebbe correre il rischio di un enorme contenzioso difficile da dirimere”.

Giavazzi, Gelmini & Compagnia delle Opere Non Buone hanno continuato per la loro strada. Avevano deciso che occorreva comunque un segnale di discontinuità forte, perciò Gavazzi ha dichiarato: “Dopo la tornata di concorsi che stanno per essere espletati, centinaia di baroni universitari hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle doppie idoneità (due vincitori per un posto) per costruire solide maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi” (Corriere della Sera del 5 novembre 2008, nota 3).

Insomma, per Giavazzi si trattava di un’emergenza e pertanto occorreva, immediatamente e ad ogni costo, impedire lo svolgimento dei "concorsi finti" (così li ha definiti) già banditi. Giavazzi ha pienamente ragione: i concorsi a ordinario, ad associato e a ricercatore sono finti. Peccato se ne sia accorto solo ora, dopo che i finti concorsi a ricercatore si sono svolti, sempre con le stesse regole, dal 1980 (da quasi trent’anni) e quelli a ordinario e ad associato dal 1997 (da oltre dieci anni).

Come mai il professore Giavazzi, prima dell’approvazione della legge Berlinguer sui finti concorsi a ordinario e ad associato, non si è contrapposto alla propaganda a favore di quella legge condotta da tanti suoi prestigiosi colleghi?

Per esempio, Giorgio De Rienzo, sul Corriere della Sera del 6.7.96, scriveva che con le nuove norme della legge Berlinguer “i nuovi concorsi dovrebbero sfuggire alle vecchie logiche mafiose. Infatti sarà più difficile per i membri della commissione stabilire accordi truffaldini, poiché si troveranno a decidere su un solo posto, per un singolo ateneo, e non più posti a livello nazionale”. E Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 22.7.96, affermava che solo “con l’autonomia e la libertà di competizione si può contrastare il provincialismo”.

Ebbene, se nel 1996 questi concorsi si propagandavano dalle colonne del Corriere, ora la stessa propaganda del Corriere li definisce finti e riconosciuti come strumento di localismo, nepotismo, familismo. Insomma, con lo stesso strumento della guerra mediatica di allora, ancora una volta si vuole cambiare tutto per non cambiare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 7 gennaio 2009