L’adorazione

Antonio Moresco



E’ in libreria il nuovo numero della nostra rivista. Si intitola L’adorazione ed è stato concepito come seguito ideale del numero precedente dedicato alle opere di genio. Quello che segue è l’editoriale che apre il numero.

C’è dentro di noi una tensione – molto presente e urgente durante l’infanzia e l’adolescenza ma che in alcuni rimane viva durante tutto l’arco della vita – per la quale non trovo altra parola che “adorazione”.
E’ una forza in controtendenza rispetto ad altre che spingono invece verso l’allontanamento e la separazione, che in molti prendono il sopravvento modellando (o schiacciando) la vita in quest’unica dimensione antinomica tutta giocata sull’abbassamento orizzontale e “dialettico”. Gli strumenti culturali vengono allora usati per enfatizzare e rendere irreversibile questo annichilimento della vita e del mondo.
Ma ci sono alcuni, pochi, nei quali anche la più disperata lucidità non impedisce la capacità di fusione e di adorazione e il trascinamento.

Contrazione, espansione

Milioni, miliardi di anni fa le componenti chimiche che hanno dato origine ai nostri corpi e alle loro proiezioni mentali e culturali erano ancora concentrate al massimo, quasi una cosa sola nel momento di massima concentrazione della materia, prima che avvenisse l’espansione esplosiva dell’universo. Noi veniamo da lì, da quella inimmaginabile concentrazione e da quella fusione e – anche – dal dolore proiettivo contenuto in quella intollerabile completezza e in quella compresenza assolute, e anche dalla contrapposta spinta centrifuga verso l’allontanamento, che ci permette di alleggerire la presenza del dolore concentrato fino all’intollerabilità e di non bruciare in un solo istante.
Poi ci sono state miriadi di combinazioni chimiche e di sdoppiamenti e di moltiplicazioni e di nuove divisioni e moltiplicazioni che hanno dato vita a galassie di stelle di gas incendiato, pianeti… Attorno a uno di questi piccoli e insignificanti pianeti, attraverso miriadi di altri processi e la formazione di batteri e altri corpuscoli, si è creata un’atmosfera e poi le prime forme viventi in grado di operare il ricambio indispensabile alla propria vita dentro questa bolla sottile.
Secondo l’opinione di gran parte degli scienziati, siamo ancora in una fase di espansione dell’universo e di allontanamento degli elementi costitutivi della nostra piccola materia percepita, dentro il mare infinitamente più vasto della materia e dell’energia che non conosciamo e che per questo abbiamo chiamato “oscure”.
Ma allora – se siamo davvero in questa fase di espansione dell’universo – da dove ci viene anche questo movimento inverso e questa tensione che a volte avvertiamo dentro di noi e che tende invece alla concentrazione e alla fusione? I movimenti di concentrazione e quelli di espansione della materia dell’universo sono successivi e opposti o sono invece compresenti e avviene all’interno stesso della materia e delle sue proiezioni che abbiamo chiamato mentali, culturali e spirituali una dinamica e permanente lotta o un abbraccio e una doppia possibilità e una doppia nascita e una doppia morte? Anche in quella cosa che abbiamo chiamato arte, letteratura ecc… avviene, può avvenire questa doppia possibilità e questo doppio movimento. La tensione fusionale con cui viene vissuta da alcuni e a cui può dare vita può apparire come un altrettanto irriducibile e invincibile spinta verso la concentrazione e la fusione in un universo ancora dominato dalla deriva dell’allontanamento dei corpi e dell’espansione.

La vicinanza a noi stessi, la lontananza da noi stessi

E allora bisogna porsi anche un’altra domanda: la vicinanza a noi stessi è solo dolore e concentrazione del dolore o può essere anche qualcosa d’altro? Proviamo adesso ad avvicinarci un po’ di più a questa spinta centripeta. Proviamo a vedere le cose dall’altra parte, da dentro.
Anche all’interno di noi stessi, in quell’organismo racchiuso in un involucro di pelle che percepiamo come noi stessi e che è il risultato – o il residuo – attuale di miriadi di reazioni chimiche avvenute nel corso di milioni e miliardi di anni, avviene, può avvenire (come nelle stelle, come nel nostro Sole, la cui durata è determinata dalla compresenza delle due spinte dei gas: quella verso la concentrazione e la combustione e quella verso l’allontanamento dal nucleo infuocato…) questa drammatica lotta e questa spinta o controspinta verso la concentrazione, la fusione e la combustione invece che – o accanto a – quella che tende invece all’allontanamento e all’espansione. Tutte, o quasi, le attitudini mentali che si sono configurate in questa epoca e che si sono strutturate in teorie additano come unica possibilità quella che asseconda questo allontanamento, anche nei confronti di noi stessi. Non la compresenza potenziale e forte che permette a una stella di vivere e di durare e brillare. Tutte le strutture ideologiche, culturali e mentali e le loro applicazioni scientifiche e tecnologiche – come anche gli strumenti e i supporti da cui siamo circondati e inprigionati – rafforzano e tendono a rendere irreversibile quest’unico movimento e quest’unica deriva.

La fusione

Cosa succede, ad esempio, quando ci troviamo di fronte a qualcosa di esterno a noi (come può essere – per dirla con Leopardi – un’“opera di genio” espressa attraverso parole, colore, note musicali ecc…) e che tende con la sua forza centrifuga a trascinarci vicino al suo nocciolo, a fare un tutt’uno con noi? Possiamo difenderci “dialetticamente” dalla sua forza, possiamo allontanarci oppure abbandonarci a essa, possiamo separarci o possiamo fonderci.
A me – fin da quando ero ragazzo e leggevo con abbandono gli scrittori e i poeti incontrati per la prima volta sulla mia strada – è sempre stato più congeniale il movimento dell’adorazione e della fusione. Ancora adesso quel po’ di lucidità che mi pare di avere acquistato col tempo – oltre a una mia spinta autonoma verso l’invenzione – non è riuscita ad annichilire dentro di me questa spinta verso la fusione e l’adorazione. Come quando, durante l’adolescenza, ascoltavo musica sui grandi dischi di vinile o contemplavo le opere dei pittori in uno stato di esaltazione e di commozione e di adorazione. Certo, è altrettanto forte anche in me la spinta verso l’espansione e la separazione. Ma io ero – e sono ancora – una forza che tende almeno con la stessa intensità alla concentrazione, alla fusione, alla combustione e all’adorazione.

Il trascinamento

Perciò rimango sbalordito quando constato con dolore quanto siano invece vincolanti anche in molti scrittori della mia epoca la costrizione e l’abbassamento portati dalla definizione orizzontale di sé per sola separazione e divisione invece che per fusione, moltiplicazione e trascinamento. Derive orizzontali espansive assecondate dalla spinta e dallo spirito del tempo, che operano attraverso meccanismi di esclusione o inclusione e ingenerano anche negli scrittori ansia di ruolo, ricerca di status all’interno di questo piccolo cerchio, arrivismo, cinismo, mancanza di scrupoli, competizione cieca, autopromozione, continua costruzione di confraternite e di identità operative allargate tese a un’espansione puramente orizzontale e a un’occupazione di spazi mediatici e di altro tipo, trasformismo, mancanza di credibilità, dignità e libertà, resa a ogni compromesso e a ogni mezzo o mezzuccio pur di emergere per esclusione e per divisione invece che per fusione e moltiplicazione.
I meccanismi operanti in questi anni, che agiscono in ogni aspetto della vita sociale, politica e professionale, sono altrettanto operanti anche nel campo culturale e artistico o presunto tale.
Al posto del movimento combustivo della grandezza e del suo riconoscimento e trascinamento, il piccolo e falso movimento dell’autoposizionamento. Ma è solo la piccolezza che non riesce a riconoscere la grandezza, che ha paura della diminuzione ulteriore della sua piccolezza nell’accostarsi in modo fusionale e indifeso alla grandezza. La grandezza esterna a noi non ci diminuisce, ci aumenta, la fiamma alimenta, non spegne la fiamma. Certo, ci sono e ci saranno sempre stati questi aspetti meno nobili nell’animo umano, come l’invidia, l’odio, la maldicenza, la competizione sleale ecc… Ma negli artisti più grandi c’era anche altro: l’entusiasmo, il riconoscimento della grandezza, il trascinamento sì, però verso l’alto…

Masaccio, Michelangelo, Caravaggio…

Provo a fare un esempio. Nel Quattrocento, a Firenze, c’era un ragazzone di nome Tommaso, grande e grosso, trascurato e dall’aria un po’ tonta, che chiamavano per dileggio Masaccio. Nelle sue Vite, Vasari lo descrive così:

«Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che, avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sé e manco di altri. E perché e’ non volle pensar giammai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari da’ suoi debitori se non quando era in bisogno estremo; per Tommaso, che era il suo nome, fu da tutti detto Masaccio; non già perché e’ fusse vizioso, essendo egli la bontà naturale, ma per la tanta stracurataggine».

Bene, questo ragazzone un po’ tonto faceva il pittore e stava dipingendo a fresco sulle pareti della cappella di una piccola chiesa delle figure come non se se erano mai viste prima. La voce si era sparsa tra i giovani pittori delle botteghe della città e anche di altre città – negli stessi anni e negli anni a venire – e molti di loro andavano a vedere cosa stava succedendo in quella chiesina, ammiravano e imparavano e ricopiavano quelle figure e la notizia di quell’impresa passava di bocca in bocca. Nessuno, tra quei ragazzi ancora pieni di passione per la propria arte, si sentiva diminuito o castrato dal fatto che fosse apparso un pittore così grande. Anzi, molti di questi giovani entusiasti si sentivano probabilmente a loro volta aumentati dalla presenza di quella grandezza. E c’era tra quei ragazzi che andavano ad ammirare e ad adorare e a ricopiare quelle figure, anche un tipo piccolino e col naso rotto, di nome Michelangelo Buonarroti, che poi si è fatto a sua volta un nome… Scrive infatti il Vasari:

«Per il che, da infiniti disegnatori e maestri continuamente sino al dì d’oggi è stata frequentata questa cappella; nella quale sono ancora alcune teste vivissime e tanto belle, che ben si può dire che nessuno maestro di quella età si accostasse tanto ai moderni, quanto costui. (…) E che questo sia il vero; tutti i più celebrati scultori e pittori che sono stati da lui in qua, esercitandosi e studiando in questa cappella, sono diventati eccellenti e chiari: cioè Fra Giovanni da Fiesole, Fra Filippo, Filippino che la finì, Alessso Baldovinetti, Andrea del Castagno, Andrea del Verrocchio, Domenico del Grillandaio, Sandro di Botticello, Lionardo da Vinci, Pietro Perugino, Fra Bartolomeo di San Marco, Mariotto Albertinelli, ed il divinissimo Michelagnolo Buonarroti. Raffaello ancora da Urbino di quivi trasse il principio della bella maniera sua; il Granaccio, Lorenzo di Credi, Ridolfo del Grillandaio, Andrea del Sarto, il Rosso, il Franciabigio, Baccio Bandinelli, Alonso Spagnolo, Iacopo da Pontormo, Pierino del Vaga, e Toto di Nunziata; ed insomma, tutti coloro che hanno cercato imparare quella arte, sono andati a imparar sempre a questa cappella».

E ancora, un bel po’ di anni dopo, c’erano altri giovani pittori e scultori che andavano ad ammirare e ad adorare e a ricopiare anche le opere che aveva poi messo al mondo questo tipo piccolino e col naso rotto che era andato a sua volta ad ammirare le figure del Masaccio, e tra questi c’era, tra gli altri, un giovane pittore di nome – anche lui – Michelangelo, meglio conosciuto poi con il nome del paese da cui veniva, Caravaggio…
E’ così – al di là delle piccole miserie che pure ci sono sempre state – che si muove la grande arte e la grande invenzione: per fusione e traboccamento, per adorazione e trascinamento.

L’orazione e l’adorazione

Conoscono bene questo movimento fusionale e questo trascinamento anche certe persone che si sono votate a uno stato cui è stato dato il nome insiemistico e astratto di “religione” e che in alcuni casi sono poi state collocate in una dimensione altrettanto insiemistica e astratta che è stata chiamata “santità”.
Sentiamo, ad esempio, cosa scrive Teresa d’Avila nel Libro della mia vita:

«Ciò nonostante spendevo la maggior parte del tempo a leggere buoni libri, che erano tutto il mio diletto. Dio, infatti, non mi ha dato la capacità di usare dell’intelletto, né di giovarmi dell’immaginazione, così ottusa in me che, nonostante gli sforzi per rappresentarmi – come procuravo di fare – l’umanità del Signore, non ci riuscivo mai. E sebbene attraverso l’incapacità di servirsi dell’intelletto, perseverando, si giunga più presto alla contemplazione, la via è però assai faticosa e penosa, perché, se la volontà resta inattiva e manca all’amore un oggetto che lo occupi con la propria presenza, l’anima resta come immobile e senza appoggio, e gran pena produce la solitudine e l’aridità e grandissima lotta i pensieri».

Nello stesso libro, Teresa cerca di esprimere questo movimento fusionale e questo trascinamento parlando dell’orazione. La forza verticale e moltiplicatoria dell’orazione è espressa così dall’immaginazione religiosa di Teresa:

«Mi sembra opportuno il paragone che ora mi viene in mente: che questi diletti dell’orazione devono essere simili a quelli che si godono nel cielo, ove, non vedendo i beati più di quel che il Signore, conforme ai loro meriti, vuole che vedano, e conoscendo essi i loro pochi meriti, ognuno è contento del luogo in cui sta, pur essendoci enorme differenza tra un godimento e l’altro in cielo, assai più grande di quella che vi è quaggiù – sebbene grandissima – tra alcuni godimenti spirituali e altri».

Nella mia edizione di questo libro (collana Patristica delle Edizioni Paoline) si fa notare come la stessa idea si trovi anche in Dante, nel terzo canto del Paradiso:

«Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

Se disiassimo esser più superne
foran discordi li nostri desir
dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritate è qui necesse,
e se la tua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
per ch’una fanzi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che a suo voler ne invoglia.

L’esperienza estrema dell’orazione, come la vive e la pratica Teresa attraverso quattro gradi di crescente fusione, contiene in sé questo possibile e irrinunciabile contromovimento nella deriva espansiva dell’universo. Del secondo grado, che lei chiama “orazione di quiete”, Teresa ci dice:

«Questa quiete e raccoglimento dell’anima sono cose che si avvertono chiaramente per la pace e l’appagamento che producono, con grandissima gioia e riposo delle potenze spirituali e con soavissimo godimento. Sembra all’anima, non essendo mai giunta più in alto, che non le resti altro da desiderare e molto volentieri direbbe con Pietro che lì è il luogo dove fissare la sua dimora. Non osa muoversi né spostarsi, perché le sembra che quel bene le debba sfuggire di tra le mani; a volte non vorrebbe nemmeno respirare. Poveretta, non capisce che, come non poté far nulla per attirarsi quel bene, meno ancora potrà fare per conservarlo più di quanto il Signore vorrà.
Ho già detto che in questa orazione di raccoglimento e di quiete non mancano di agire le potenze dell’anima; ma l’anima è così appagata di Dio che, mentre dura tale stato, anche la sua memoria e l’intelletto si scombussolano, poiché la volontà è unita a Dio, non perde la pace e la tranquillità, anzi a poco a poco essa riporta al raccoglimento l’intelletto e la memoria».

Ma tutto questo non è ancora nulla. Arriviamo adesso al terzo grado dell’orazione:

«Oh, figlio mio (è così umile che vuole chiamarsi così colui al quale è diretto questo scritto, da lui stesso ordinatomi) (padre García da Toledo), tenete solo per voi le cose in cui la vostra signoria veda che esco dai limiti, perché non c’è argomentazione valida a non farmi perdere il buon senso, allorché il Signore mi trae fuori di me stessa, né credo d’essere io a parlare da quando questa mattina mi sono comunicata; mi sembra un sogno quello che vedo, e non vorrei vedere altro che anime malate della stessa malattia della quale ora io soffro. Supplico la signoria vostra: diventiamo tutti pazzi per amor di colui che per nostro amore fu chiamato tale!»

Esperienza quasi incomunicabile, per cui Teresa aggiunge: «Però dovremmo riunirci ‘in segreto’ perché un tale linguaggio è fuori moda. Perfino i predicatori compongono i loro sermoni in maniera da non scontentare nessuno».
E arriviamo infine al quarto grado dell’orazione. Teresa comincia così:

«Il Signore m’insegni le parole con cui io possa dire qualcosa della quarta acqua. Qui è molto necessario il suo aiuto, ancor più che per la terza, perché in quella l’anima sente di non esser morta del tutto, mentre qui possiamo dire che lo è, essendo realmente morta al mondo. Se non che, ripeto, è ancora in grado di capire d’essere quaggiù, di sentire la sua solitudine e di giovarsi di tutti i mezzi esterni per far intendere quello che prova, sia pure con segni».

E ancora:

«Come avvenga questo fatto che si chiama unione e che cosa sia, io non so spiegarlo. Se ne parla nella teologia mistica, ma io non ne conosco i termini, e neanche so intendere che cosa sia la mente né in che differisca dall’anima o dallo spirito. Mi sembra che sia tutt’uno, anche se l’anima talvolta esce di se stessa a guisa di un fuoco che, ardendo, sprigiona fiamme, e talvolta aumenta con impeto: la fiamma sale, così, molto più in alto del fuoco, ma non per questo è di diversa natura, essendo la stessa fiamma che sta nel fuoco. Questo, le signorie vostre, con la loro dottrina, lo capiranno, perché io non so dirne di più».

Avviciniamoci ancora di più a questa esperienza estrema di sfondamento, di traboccamento e fusione:

«Durante questi rapimenti sembra che l’anima non sia più nel corpo, tanto che questo, sensibilmente, sente che gli viene a mancare il calore naturale e a poco a poco si raffredda, anche se con grandissima soavità e diletto. Qui non c’è alcun rimedio per resistere, mentre nell’unione, essendo noi ancora con i piedi per terra, un rimedio c’è: benché con dolore e violenza, si può quasi sempre resistere: ma qui il più delle volte non c’è via di scampo, anzi spesso, prevenendo ogni pensiero e ogni possibile cooperazione, viene un impeto tanto rapido e forte, che vedete e sentite sollevarsi una nube, e questa potente aquila prendevi sulle sue ali.

Una volta, essendomi sopravvenuto mentre ero in ginocchio, nel coro, con tutte le monache, ne provai un’enorme pena, sembrandomi una cosa talmente straordinaria che non avrebbe mancato, subito, di far rumore. Pertanto proibii alle monache (essendomi accaduto recentemente, dopo la mia nomina a Priora) di parlarne. Altre volte, quando cominciavo ad accorgermi che il Signore stava per concedermi questa grazia, mi stendevo al suolo (e una volta lo feci alla presenza di alcune nobili dame nella festa del santo patrono, durante la predica), ma, per quanto accorressero a trattenermi, si notava ugualmente. Supplicai molto il Signore di non volermi dare più grazie che avessero manifestazione esteriori, perché ero ormai stanca di passare per una persona d’importanza».

E infine:

«Oh, Gesù, se potessi spiegare bene alla signoria vostra, padre, queste cose, almeno perché mi dicesse di che si tratta, visto che la mia anima si trova ora sempre in quello stato! Per lo più, quando si vede libera da occupazioni, è invasa da tali ansie di morte, e teme, appena le sente arrivare, di dover morire. Ma, una volta immersa in esse, vorrebbe passare tutto il tempo che le resta da vivere in questo patimento, anche se è così eccessivo che chi lo soffre a mala pena può sopportarlo. Pertanto, alcune volte perdo quasi del tutto le pulsazioni, a quanto dicono quelle tra le consorelle che talora mi assistono e che ormai capiscono bene di che si tratta. In più c’è una notevole espansione dei tendini e le mani sono così rigide che a volte non le posso congiungere. Il dolore ai polsi e al corpo, che mi dura fino al giorno dopo, è tale da farmi sentire come slogata».

Perché mi sono dilungato così tanto su Teresa, alla fine di questo piccolo scritto? Cosa c’entra tutto questo con i movimenti dell’universo e con quelli della prefigurazione e del sogno della letteratura e dell’arte? Tanto più che – a proposito di Teresa e più in generale delle esperienze “mistiche” – si sono ormai consolidate letture riduttive (psicanalitiche o di altro genere) che ci hanno insegnato a interpretare queste manifestazioni come espressioni di una sessualità repressa e sublimata ecc ecc… “Ma certo!” ci vanno dicendo da tempo, credendo di spiegare tutto in questo modo “Sono manifestazioni delle forze dell’eros! E’ chiarissimo! Teresa parla addirittura di un angelo che la trafigge con una lancia dalla punta di fuoco! Più chiaro di così!” Sì sì, può darsi, pero quando hai detto “espressione della sessualità” non hai ancora detto niente, anche se credi di avere spiegato tutto. Espressione della sessualità… D’accordo, ma di che cosa è espressione, a sua volta, la sessualità? E la cosa di cui la sessualità è o sarebbe espressione di cosa è a sua volta espressione? E anche quelle cose che abbiamo chiamato religione, arte, letteratura… di che cosa sono espressione? Che cosa ne sappiamo del contenitore più grande? Che cosa ne sappiamo noi di ciò in cui siamo immersi, di ciò in cui la nostra piccola materia è immersa?
Esperienze come quelle di Teresa, portate così all’estremo, ci dicono molto di più di quanto vogliono farci credere certe letture consolatorie e normalizzanti, comprese quelle di tipo religioso. Qualcosa che ha a che fare con tutto quello di cui ho cercato di parlare all’inizio, con le forze e le possibilità che attraversano i movimenti dell’universo e la nostra stessa materia e le sue proiezioni e prefigurazioni anche spirituali e mentali. Che cosa ci sta dicendo Teresa mentre ci parla dei quattro gradi dell’orazione? Quale verità o possibilità più grande ci sta aprendo, al di là delle interpretazioni e diminuizioni operate attraverso letture “sessuali”, culturalistiche o anche “religiose” che hanno codificato questa possibilità nella categoria astraente della “mistica”. Che cosa vuol dire “mistica”, se oggi persino le sempre nuove conoscenze scientifiche, fisiche e astrofisiche ci aprono cognizioni, possibilità e dimensioni che un tempo avremmo definito e circoscritto come “mistiche”?

La prima volta

La prima volta che ho letto Teresa d’Avila, questo suo libro e poi gli altri, tutti dettati in trance, così almeno si dice (Il castello interiore, Il cammino di perfezione, Le fondazioni…), ho avuto l’impressione di incontrare qualcosa che mi era vicino, che poteva entrare nella mia solitudine e nel mio isolamento e che mi diceva qualcosa di vero e sperimentato, che indicava una possibilità e un cammino anche a me e alla mia piccola vita, indipendentemente dal fatto che io non credevo nelle stesse cose in cui credeva Teresa e non ero dentro le sue stesse illusioni. Ma poi, in che cosa credo io? In che cosa credeva Teresa? Di cosa è espressione ciò in cui lei credeva e in cui io (non) credo? Qual è – anche qui – il contenitore più grande, la materia o l’energia oscura che circonda anche quella invisibile cosa in cui noi diversamente crediamo e ardiamo?
Allora avevo poco più di trent’anni e vivevo in uno stato di isolamento e di clandestinità, come uomo e come scrittore. La sua voce mi è arrivata come quella di una coraggiosa sorella che conosceva da vicino la mia vita, la mia mente e il mio cuore, che mi additava una strada, una possibilità che c’era anche dentro di me. Una voce per nulla astratta, ma che parlava di cose vere, conquistate, sperimentate, che anch’io ero in grado a mio modo di conquistare, di sperimentare, anche se mi dividevano da lei cinque secoli. Sentivo che quella che lei mi additava era una strada bella, disperata, impennata, ma una strada che anch’io potevo percorrere, che stavo già percorrendo, che mi apriva una conoscenza e un’avventura più grandi.
Che cos’è la letteratura? Che cosa sono le stelle? Che cosa è successo miliardi di anni fa? Cosa sta succedendo adesso?








pubblicato da a.moresco nella rubrica annunci il 24 maggio 2012