No al pizzo #2

Andrea Vecchio



Proseguiamo la pubblicazione degli stralci tratti dal libro No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea. Il volume, edito dalla Thor Editrice e curato da Gabriella De Fina, raccoglie le testimonianze in prima persona di tredici imprenditori siciliani che hanno scelto di dire no al ricatto delle logiche mafiose. Nel libro compaiono con il loro nome e cognome e con la loro faccia: un gesto che è nello stesso tempo un’assunzione di responsabilità, un rischio e un atto di coraggio.
Si può richiedere il libro direttamente all’editore e riceverlo per posta al prezzo di 13,50 euro (anziché 17,50) inviando una mail a
thoreditrice@gmail.com

Il brano che segue è tratto dal racconto dell’imprenditore catanese Andrea Vecchio.

«Nel 1982, gli uffici della mia ancor piccola impresa erano ad Acireale. Era una bella mattina di maggio e rientravo da fuori quando sentii squillare il telefono. Dall’altro lato c’era una voce roca, arrogante, minacciosa che mi intimava di "mettermi in regola": dovevo preparare 50 milioni di vecchie lire subito, cercare un buon amico, n’amicu bonu, e non dovevo azzardarmi a denunciare perché mi avrebbero perseguitato, conoscevano i nomi dei miei figli e i percorsi che facevano per andare a scuola. Quella splendida giornata di primavera si trasformò di colpo in una cupa giornata d’inverno, una serata di temporale. Non sapevo cosa fare, ho avuto un quarto d’ora di panico. Alla fine ho concluso che un amico avevo il dovere di cercarlo, ma non era l’amico che pensavano loro, che tra l’altro non avrei saputo dove andare a trovare, era un amico avvocato penalista. Quando gli ho spiegato l’accaduto non mi ha neanche risposto, ha preso la giacca dall’attaccapanni e mi ha detto di seguirlo. Siamo andati alla caserma dei carabinieri e abbiamo raccontato tutto. Il giovane capitano ha fatto un gesto come per dire: "Niente, sono fesserie, non ti preoccupare". Mi è caduto il mondo addosso. Poi mi ha consigliato di comprarmi una segreteria telefonica, di registrare un messaggio e di non rispondere più al telefono. Abbiamo registrato quattro messaggi di minaccia, ognuna più pesante della precedente. Il quinto messaggio, invece, era di sconfitta. Diceva, utilizzando degli intercalari siciliani tipici: "Cu chistu ’un si po’ fari nenti picchì cu st’attrezzu ca ci misiru cca ’un putemu parrari."1Ed è finita. è finita: l’impossibilità di parlare direttamente e la paura di presentarsi di persona ci hanno permesso di fronteggiare la cosa. Si sono fatti sentire un altro paio di volte a distanza di anni, ma li abbiamo bloccati sempre con lo stesso sistema. Sino al 1995.

In quel periodo avevamo un grosso cantiere in provincia di Ragusa, a Comiso. Sono venuti due ragazzi diverse volte a chiedere del titolare e quando mi hanno trovato, come al solito, mi hanno detto: "Non sei in regola, ti devi mettere in regola". Stavolta non parlavano dell’amico perché erano già venuti loro di presenza. Mi hanno chiesto il 3% sull’importo della commessa, io gli ho risposto che non se ne parlava nemmeno, che al massimo avrei potuto invitarli a cena e loro hanno replicato: "Lei c’ha la testa dura ma noialtri abbiamo i metodi per ammuddariccilla".2 E sono andati via. Ho denunciato l’episodio e dopo circa un mese due nostri camion sono stati fatti esplodere. Nel cantiere c’era un guardiano notturno, ma quella sera aveva avuto una forte colica addominale e si era dovuto ricoverare in ospedale. In quel lasso di tempo i due camion sono stati fatti saltare in aria. Faccio la denuncia, descrivendo come meglio potevo i due soggetti; dopo un po’ di tempo la polizia me li fa riconoscere, in carcere, attraverso il vetro, perché intanto erano stati arrestati per un altro episodio simile avvenuto in un altro cantiere, poi i due patteggiano la pena e dopo un paio di mesi sono di nuovo fuori. Però quel cantiere l’abbiamo completato senza problemi. Le minacce sono ricominciate quando abbiamo messo su un altro cantiere a Bronte. Stesso sistema telefonico, stessa segreteria telefonica. Questa volta perdono la pazienza e vanno in cantiere armati di pistole e bastoni, malmenano gli operai e mi mandano a dire che se il giorno dopo non gli consegnavo 100 milioni liquidi avrebbero sparato sulle maestranze. Allora faccio chiudere il cantiere, rigoverniamo le macchine, denuncio il fatto, la presidenza della Provincia si mette pubblicamente al mio fianco, riapriamo il cantiere con dentro i poliziotti travestiti da operai e quelli non si fanno più vedere. Di queste cose ne succedevano ogni tanto.

Nel 2001 vengono qua, in questa sede di Santa Venerina, un giovane sui ventidue anni e una persona più matura, intorno ai quarantacinque. E come al solito, cominciano a dire che "non siamo in regola". Io, che ormai conoscevo la lezione, rispondo: "Guardate ragazzi, noi siamo in regola. Paghiamo l’Inail, l’Inps, l’Irpef, paghiamo le tasse, più in regola di noi non ce ne sono". "Lei fa finta di non capire, lei ci deve dare 150 milioni subito (i prezzi crescono) e un milione e ottocentomila lire al mese da ora in avanti". "Tu sei pazzo, non se ne parla assolutamente". Vanno via. Faccio la denuncia, mettono delle microspie. Tornano altre volte e insistono sempre su questa storia dei 150 milioni. Alla fine gli dico: "Senti, ti pozzu dari 150 milioni di cauci ’nto culu, subbitu." 3 Il più giovane si inviperisce, come se lo avessi offeso, mortificato, come se non avessi capito la forza del suo ruolo e stava per aggredirmi. L’altro fa da paciere: "No, ’un ti preoccupari, ora ’u cavaleri ci arriflette, ci pensa, ’u sapi ca tu si un carusu a posto, ca chiddu ca ci dici ci lu dici pu’ so beni."4 Per il mio bene… Vanno via, tornano ancora un’altra volta e i carabinieri li arrestano in flagrante. Però stavolta non me li fanno riconoscere attraverso il vetro, mi invitano ad andare all’aula bunker in occasione del processo. Quella è stata un’esperienza molto amara perché il loro avvocato difensore ha cercato in tutti i modi di mettermi in difficoltà, sostenendo che ero un disonesto, un poco di buono, che quelle persone erano venute da me solo per chiedere lavoro e io avevo girato la frittata; lo ha fatto in modo molto aggressivo perché – mi hanno spiegato in seguito – visto che la causa era disperata, cercava in quel modo di guadagnarsi la parcella, quindi l’aggressività che ci metteva era direttamente proporzionale all’importo che avrebbe chiesto. Sono stati comunque condannati, ma dopo un anno e mezzo erano di nuovo fuori.

Infine, nel 2006, nella notte tra il 12 e il 13 marzo, incendiano il nostro deposito, ci producono danni per circa 600.000 euro, sei grossi autocarri e diverse macchine vengono distrutti senza previo avvertimento. Ciò mi fa pensare che sia stata una vendetta per quell’arresto, perché questi soggetti hanno una memoria molto lunga, cosa che è motivo di estrema preoccupazione per mia moglie. E qui sono entrati in gioco quegli strani fenomeni determinati dai mass media, dalla stampa, dall’immaginario collettivo della società. Infatti, fino a prima dell’agosto 2006, ogni volta che ho subito dei danni o delle minacce, mi sono pubblicamente ribellato, ho fatto dichiarazioni forti, vibranti proteste, ma queste non sono mai uscite fuori dalla provincia, non hanno mai raggiunto le pagine della stampa nazionale. Ad agosto, invece, c’è stata un’esplosione mediatica. Io ne do una spiegazione che non so se è vera ma è sicuramente plausibile. Primo elemento: quando ho subito l’attentato l’estate era finita, i gossip erano in calo, i problemi delle bandane di Berlusconi e del panfilo su cui era salita l’attricetta di turno non erano più al centro dell’attenzione, la politica e l’attività parlamentare non erano ancora cominciate, non c’erano argomenti per alimentare i gossip. Dunque hanno parlato del mio caso. Secondo elemento: io sono presidente dell’Anci, l’associazione dei costruttori, e come Anci abbiamo un addetto stampa che è una giornalista di Antenna Sicilia, Flaminia Belfiore. La mattina del 28, mentre stavo andando in cantiere a Catania per vedere l’escavatore incendiato, mi hanno cercato dall’Anci. Ovviamente li ho messi al corrente dell’accaduto e loro hanno avvisato la nostra addetta stampa, la quale si è precipitata sul posto ed è arrivata prima di me con le telecamere. Quando sono arrivato anch’io, avevo una carica di tensione tale che ho cominciato a gridare che neanche se mi sparavano avrei mai pagato. Ho fatto una serie di dichiarazioni molto forti che sono state riprese dalla televisione e dalla stampa locale. Il giorno dopo hanno incendiato un altro escavatore in un cantiere che si trovava in questa zona, e il giorno seguente ne hanno incendiato ancora un altro nello stesso cantiere. Le mie proteste pubbliche e i loro attentati si sono susseguiti per giorni in modo del tutto inusuale per una sola azienda, e l’attenzione è montata. Molti sostengono che l’ispiratore di questa recrudescenza nei miei confronti sia stato un cugino di Santapaola che voleva prendere il predominio sul quartiere San Cristoforo, uno dei più malfamati di Catania e che, attraverso gli attentati alla mia azienda, voleva dimostrare la sua forza. In realtà questa escalation di violenza gli si è rivoltata contro, perché la polizia ha messo a soqquadro il quartiere e da quel momento non li ha lasciati più in pace. Allora la famiglia gliel’ha fatta pagare: venti giorni dopo, infatti, è stato trovato morto insieme a un altro nella piana di Catania. Ma queste sono dietrologie. Il quarto giorno c’è stato l’ultimo attentato, in un cantiere a Randazzo, vicino Bronte ed è stato un attentato per certi versi ancora più grave degli altri tre, perché è avvenuto malgrado il cantiere fosse già sorvegliato dai carabinieri, quindi, secondo me, più che di una sfida al sottoscritto si è trattato di un avvertimento allo Stato, come se la mafia dicesse: "è inutile che ti affanni a proteggere il geometra Vecchio, noi, se decidiamo, possiamo colpire quando e come vogliamo". In quell’occasione ho perso veramente la pazienza e ho scritto al presidente della Repubblica comunicandogli questa mia opinione, perché se la mafia colpisce lo Stato, lo Stato deve reagire. Questo è il senso che avevo colto in quell’attentato e questo senso ho voluto trasferire a Napolitano. Contemporaneamente, Confindustria Sicilia, con Lo Bello e Artioli, ha preso una decisione di grande valore simbolico: quella di espellere dalle associazioni degli industriali e dei commercianti chiunque paghi il pizzo. Dico simbolico perché questa norma nel codice etico è implicita. L’opinione pubblica ha accettato con entusiasmo questo grande atto di coraggio di Confindustria, questa denuncia palese di un dovere che prima c’era, era intrinseco, ma era stato sempre sottaciuto. Libero Grassi perché è morto? Perché lo hanno abbandonato. Dicevano che era un pazzo, che era un vanesio. La mia "fortuna", rispetto a Libero Grassi, è che ad agosto c’è stata quell’attenzione mediatica particolare dovuta alla mancanza di altre notizie. Se ci fosse stato un altro delitto di Cogne non sarebbe andata così.

Non credo di essere un’eccezione rispetto all’ambiente, imprenditori che hanno detto no al pizzo ce ne sono tanti. Certo, ognuno di noi è un’eccezione come essere umano: io sono una persona intemperante, non riesco a sopportare un granellino di sabbia dentro una scarpa, mi devo subito togliere la scarpa. Invece c’è chi magari la pietruzza dentro la scarpa ce la mette la mattina prima di uscire e poi sta tutto il giorno con quella pietruzza dentro la scarpa. Ci sono modi diversi di reagire, c’è chi non ha paura di esporsi e c’è chi vuole restare in penombra perché ha timore dell’impatto con la società. Quindi, tu operi nella vita a seconda di come sei dentro. Io non so se la mia persona ha delle qualità particolari. Premetto che non sono credente, ma credo fermamente nell’etica della vita e nell’etica del rapporto. Un’altra cosa è che io non mi sono mai mosso per dovere, mai. Non sento di aver mai avuto doveri nei confronti dei miei figli o nei confronti dei miei genitori, mentre ho sempre sentito fortemente il piacere di assistere tanto gli uni che gli altri. Mi sono sempre mosso secondo due direttrici: una è la curiosità, perché sono una persona estremamente curiosa, l’altra è l’amore. Riguardo alla mia scelta contro il pizzo, i miei figli la condividono in pieno e anche mia moglie, però lei ritiene che mi sovraesponga. Io credo, invece, che la visibilità faccia parte di una garanzia di sicurezza. Mia moglie contesta il fatto che vada in riunioni pubbliche e prenda sempre la parola, vorrebbe che fossi più sottotono. Io credo invece che sia lei a sbagliare, perché se mantieni costantemente attiva l’attenzione sulla tua persona – con grande difficoltà perché un po’ di paura ce l’hai – se tieni accesi i riflettori sui soprusi che hai ricevuto, difficilmente diventerai un altro Libero Grassi, specialmente in un momento come questo in cui non sei più solo. D’altronde l’omertà è un sentimento che io non ho mai praticato, potrei essere definito un delatore, più che un omertoso.

Credo che tutto quello che sta succedendo, anche la posizione netta assunta da Confindustria, è riconducibile al fatto che i tempi sono maturi. Ieri a Palagonia, un paese qua vicino, il paese delle arance, c’è stata una manifestazione molto bella, perché un imprenditore che aveva denunciato è stato lasciato solo, era un meccanico, elettrauto e gommista. Nessuno andava più nella sua officina, ma soprattutto non riusciva a vendere le arance di una sua azienda perché non trovava manodopera per raccoglierle. Ha lanciato un appello disperato. Allora sono venuti i ragazzi di Addiopizzo da Palermo, da Messina e da Catania e hanno raccolto le arance per conto di questo signore. è un messaggio. Due anni fa la manifestazione contro il pizzo al Teatro Biondo di Palermo era stata completamente disertata. A novembre di quest’anno la stessa manifestazione ha riempito il teatro, non c’era dove sedersi. Che cosa abbiamo detto prima? Che è insito nella natura dell’uomo cercare di sopraffare il suo simile, e con quell’istinto avremo sempre a che fare, ma ciò non toglie che i tempi sono maturi per una svolta. Mi capita spesso di andare nelle scuole, lo facevo già prima ma adesso lo faccio ancora di più. Ai ragazzi dico sempre che l’uomo vale per quello che sa e non per quello che ha, perché quello che ha lo può perdere in qualunque momento, quello che sa col cavolo che glielo levano!
Da quando vivo blindato mi sento più sicuro, però è anche un problema, sapete perché? Perché sono uno che cerca di avere rispetto per gli altri, non sempre ci riesco ma ci provo. Ho due carabinieri che mi accompagnano dovunque vada, anche il sabato e la domenica – oltre a me è scortato anche mio figlio, quello che fa l’amministratore delegato – e se la sera voglio andare al cinema, loro devono venire con me. Il che significa che devo costringere questi due poveretti a passare il fine settimana lontano dalle loro famiglie. Tra l’altro, uno di loro viene da Lentini, che è un paese a 60 km da qui e quindi cerco di limitare le mie uscite, però ne soffro. Per esempio, ieri sera mia moglie è andata a teatro e io sono rimasto a casa, perché avevo lasciato liberi questi ragazzi che erano stati con me di mattina a Siracusa. Ciò mi dà un senso di mancanza di libertà. I ragazzi sono molto discreti, per carità, non sono assolutamente invadenti, però la loro presenza si percepisce. Qua, in azienda, oltre ai due della scorta, ci sono due carabinieri che la sorvegliano notte e giorno. A casa mia c’è una macchina della polizia che gira perennemente, e una garitta, quindi bisogna vivere con queste presenze. La notte lasciamo tutte le luci del giardino accese, è una condizione di vita… allora cerco di cogliere i lati positivi della faccenda. Per esempio: se devo andare a Catania, non devo preoccuparmi dei sensi vietati o di dove posteggiare. Gli agenti mi lasciano davanti alla porta e poi se la vedono loro, così arrivo sempre puntuale. Certo la cosa migliore tra essere non protetto e a rischio o protetto e meno a rischio, resta sempre essere non protetto e non a rischio.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 5 gennaio 2009