Charles Dickens

Teo Lorini



Duecento anni fa.
Oggi.

(Parte seconda)

Debito, angoscia, prigione, suicidio… Se l’attualità deve rientrare fra i criteri per valutare l’opera di uno scrittore, Charles Dickens dimostrerebbe ben meno dei suoi duecento anni .

Ma se nessuno contesta la collocazione di Dickens fra i (numerosi) titani cui ha dato i natali il Secolo d’oro del romanzo europeo, un pregiudizio che scorre come un fiume carsico, palesandosi talora anche fra critici e lettori “forti”, colloca talora il corpus dickensiano su un gradino inferiore a quello dei sommi Dostoevskij, Flaubert, Hugo, Tolstoj e così via. Paradossalmente, al grande narratore inglese nuoce proprio una delle sue principali virtù, quella straordinaria facilità romanzesca che lo fa sembrare a volte “meno impegnativo”, come se la linearità o l’accessibilità di una trama dovessero escludere la profondità dei contenuti. Eppure è innegabile che persino i suoi testi più “facili” (pensiamo al celeberrimo Canto di Natale) costituiscono un’acutissima analisi delle storture connaturate alla rapacità di quella borghesia imprenditoriale che dall’Inghilterra andava diffondendosi in tutta Europa sull’onda della rivoluzione industriale, producendo spaventose sacche di miseria ed emarginazione (come scordare il poderoso incipit di Il nostro comune amico con il vascello di Gaffer Hexam che attraversa le acque del Tamigi in cerca di cadaveri da ripescare?). La riprova viene da un’opera troppo spesso sottovalutata e proprio in virtù dell’assenza di quella scorrevolezza e della felice inventiva che sono caratteristiche di romanzi come David Copperfield o il già menzionato Oliver Twist. Pubblicato a puntate tra il 1855 e il 1857, La piccola Dorritt inizia come il più classico dei feuilletons, con la presentazione di due galeotti – che verosimilmente assumeranno un ruolo importante nel romanzo – e prosegue descrivendo la vita della famiglia Dorritt, il cui padre viene incarcerato alla Marshalsea, la prigione che sorgeva a sud del Tamigi e a cui erano destinati i sempre più numerosi debitori insolventi: nel 1824 vi aveva scontato tre mesi di reclusione anche John Dickens, il padre dello scrittore che all’epoca aveva appena 12 anni. Entrato alla Marshalsea per un debito relativamente modesto, William Dorritt finirà per trascorrervi quasi vent’anni rassegnandosi a un modus vivendi lamentoso e parassitario in cui l’autocommiserazione si alterna a una sorta di vanto per la dignità con cui sopporta il suo destino di carcerato. A tale squallida esistenza offre inesauribile conforto e sfogo la figlia minore Amy, nata dentro le mura del carcere. Estinto il debito e arricchitosi grazie alla più provvidenziale delle eredità, l’ex-carcerato si sforzerà di imitare in tutto e per tutto il disinteresse per le questioni sociali e il conformismo ipocrita della buona società britannica (proprio il milieu a cui Dorritt deve la sua lunga detenzione), rimproverando costantemente la piccola Dorritt per la riluttanza con cui lei si adegua al mutato tenore di vita della famiglia.

La trama del libro riserva ancora numerose sorprese, talvolta pretestuose come lo stratagemma che pone fine alla miseria della famiglia Dorritt; ma proprio tale carenza di fluidità nell’intreccio permette di apprezzare l’intelligenza e la profondità con cui Dickens racconta e satireggia il perbenismo della società vittoriana, i suoi rituali imbalsamati (che trovano indimenticabile incarnazione nella rigida signora Merdle, con la sua monolitica fede nelle regole della Società) e le sue istituzioni farisaiche e parassitarie. Dickens le sublima nell’immobile e onnipotente “Ufficio delle Circonlocuzioni”, un ministero il cui unico obiettivo è quello di mantenere lo status quo attraverso la paralisi burocratica e le cui atmosfere di frustrante inanità anticipano di settant’anni lo straordinario Castello di Kafka.

La piccola Dorritt non è però solo un mirabile romanzo sociale né si può limitare il suo impatto alla veemente critica che lo pervade: accanto alla finezza impiegata per tratteggiare anche i personaggi minori (ad esempio il repellente Henry Gowan, figlio di papà e sedicente artista, bohémien fasullo che gode ben volentieri della prosperità economica della moglie, rinfacciandole nel contempo la “disdicevole” origine da una famiglia di onesti lavoratori) colpisce, da parte di uno scrittore altrove assai sorvegliato, l’ardimento con cui Dickens esplora in quest’opera, erroneamente reputata minore, il territorio del bizzarro e del perturbante – l’ossessiva litania scandita dalla decerebrata Maggy, gli interminabili sproloqui di Flora Finching, il gelo innaturale delle “buone maniere” di Mrs. General – dando vita alla magistrale ricognizione di un’angoscia che, in questi due secoli, abbiamo imparato a chiamare alienazione.

Queste impressioni di lettura sono apparse originariamente su «Confronti» (febbraio 2012)

La prima parte di questo dittico di articoli di argomento dickensiano si trova qui


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pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 29 maggio 2012