A poca voce

Marco Pivato



A volte, un po’ per caso, ho la fortuna di incontrare qualcuno che ha qualcosa da dire e un modo meraviglioso per farlo. A poca voce è il titolo di una raccolta di poesie d’amore che Marco Pivato, poeta-scienziato riminese, ha appena pubblicato per i tipi di Manni. A poca voce canta l’amore in un modo poco convenzionale: lo mescola con la chimica (quella vera), la ricerca, le scoperte che si fanno giorno per giorno nei laboratori. Un bacio, ad esempio, è «ferro e zucchero in un sol sorso» perché, dice Marco, ferro e zucchero sono tra gli elementi più significativi del sangue, e quindi, per restituire la forza e la dolcezza di questo atto d’amore, non c’è modo migliore – per chi come lui conosce il potere combinatorio degli elementi – dell’immagine insindacabile della loro mescolanza. C’è, in questi versi, una sintesi perfetta di delicatezza e attenzione alla natura delle cose che mi lascia sbalordito e mi commuove.
Scienza e poesia sono, per Marco, la stessa cosa, due facce dello stesso percorso: entrambe sono, tra le attività umane, quelle maggiormente volte alla ricerca, e hanno in comune l’uso delle immagini – che diventano metafore nella poesia e teorie nella scienza. Letteratura e scienza creano modelli del mondo e possibilità di conoscenza: queste sono le premesse con cui A poca voce è stato pensato e scritto.
(A.T.)

Questa è la voce di Marco Pivato:

I

È tarda primavera,
dormi con me su questo letto
di colza e di ginestre gialle.
Siedi, e poi stenditi
sulla cima, qui con me,
all’eremo più alto del Montefeltro.

Il tuo amore era un’amarena;
ricordi il suo liquore?
Quando si versa fa gli archetti nel bicchiere.
Denso, viscoso il verso
che fa uscendo dalle gambe
era morbido, vino di visciole:
con la nostalgia dello zucchero
e dell’aspro a cui s’ispira.

Tu dicesti,
chissà se intendi ferire i miei fianchi
senza torcere il cuore,
o stringerli tutti e due prima solo con le parole.
Poi con la pelle, il petto, le smorfie delle labbra,
tenendo gli occhi chiusi
per vedere meglio cosa mi farai dentro.

II

Pungi, quando sono distratto e mi fai sanguinare:
da dentro un po’ di calore esce e si disperde.
Non ti si vede, sei calore:
non puoi essere immagazzinata.

È così difficile vederti;
e ti percepisco con altri sensi,
sei raggi ultravioletti:
ti sento sempre soltanto con la pelle.

Pungimi e scola sulla lingua
un po’ del mio sangue:
ingoiami; che io sia in te
ferro e zucchero
in un sol sorso.

III

Lasciami soltanto, se vuoi,
lo spicchio di Luna
del tuo piccolo sorriso.

Lasciami
il tuo spicchio di Luna,
che meritava sempre il perdono
quando mi tagliava con le falci,
bianche e rotonde.

In cambio
ti regalo le mie mani
con l’inganno di donartele,
senza dirti che i tuoi fianchi
non m’hanno mai permesso
di ritrarle.

Mi tengo uno spicchio
del tuo sorriso lunare;

lo prendo da quella sera che eravamo al mare
quando mi dicesti:
con la sabbia faremo un castello
e vivremo per sempre lì.

Quella volta io risposi
sì,
anch’io ti ho scelta:
ora per favore,
reggi per me
la mia paura.

IV

Domani è settembre:
sera di pesca, stirata tra scarlatto e cremisi;
ogni anno non se la sente mai
di appassire più dell’amaranto:

l’affondo del Sole tarda sulle guance, rosso,
alla lunghezza d’onda delle energie basse,
alla frequenza dell’eccitazione più modesta:

ora finalmente c’è buio sufficiente
per dormire un poco insieme.

mentre
le otto di sera in settembre
mangiano un pezzettino d’estate,
tutti i giorni,
a ogni tramonto.

Marco Pivato, A poca voce, Manni, 2008, p. 86, euro 10








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica poesia il 23 dicembre 2008