No al pizzo #1

Pina Grassi



Cominciamo oggi a pubblicare una serie di estratti dal libro No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea. Il volume, edito dalla Thor Editrice e curato da Gabriella De Fina, raccoglie le testimonianze in prima persona di tredici imprenditori siciliani che hanno scelto di dire no al ricatto delle logiche mafiose. Nel libro compaiono con il loro nome e cognome e con la loro faccia: un gesto che è nello stesso tempo un’assunzione di responsabilità, un rischio e un atto di coraggio.
Si può richiedere il libro direttamente all’editore e riceverlo per posta al prezzo di 13,50 euro (anziché 17,50) inviando una mail a

thoreditrice@gmail.com

Il primo stralcio è tratto dal racconto di Pina Grassi, la vedova dell’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991.

«Parliamo di Libero. Libero si prende la sua brava licenza liceale. Antimilitarista convinto, cerca di non farsi richiamare né dagli italiani, né dai tedeschi, né dagli americani, che ci hanno provato tutti quanti. La sua famiglia, in periodo bellico, si era trasferita a Roma. Roma era una città meno bersagliata delle altre e Libero, come tanti altri giovani che non volevano fare la guerra, fu ospitato nel convento di Santa Maria della Minerva, a fare il seminarista. Lì incontrò tanti giovani, tra cui Vittorio Gassman, che avevano il suo stesso intento, gente che chiaramente non aveva alcuna vocazione e che però doveva fare la vita del seminarista a tutti gli effetti perché la chiesa cattolica, ipocrita come sempre, faceva finta di credere che quella vocazione l’avessero davvero. Libero, che era un tipo dall’intelletto sempre sveglio, ne approfittò per studiare i testi sacri, per documentarsi e quando la situazione si sbloccò, buttato il saio scappò, come tutti gli altri, perché non aveva altra alternativa.

Inizialmente Libero, laureato in legge, voleva seguire la carriera diplomatica, anche perché aveva una discreta conoscenza delle lingue; ma in quel periodo era troppo difficile perseguire quella carriera e così insieme a suo fratello Pippo si ritrovarono industriali nel campo del tessile e fondarono la prima fabbrica di cucirini a Milano, con un socio milanese. Allora le fabbriche erano chiuse, non c’era né concorrenza né mercato ed ebbero lì per lì un gran successo poi, quando riaprirono le fabbriche del settore, si resero conto di aver fatto un grave errore, di aver prodotto cucirini a due fili invece che a tre, forse il socio lo sapeva ma loro erano in buona fede. Decisero di chiudere e aprirono un’altra fabbrica, nel campo delle confezioni, che si chiamava Mima (Manifatture italiane maglierie e affini); questa volta a Palermo. Andarono nei locali dell’ex Ceramica Florio, locali molto interessanti, soprattutto dal punto di vista architettonico: per esempio al loro interno c’erano ancora i binari della decouville, che servivano per spostare appunto la creta per i vari processi di lavorazione. Accanto, nello stesso complesso, c’erano i vetrai Buscetta, fratelli del famoso pentito di mafia e forse per questo motivo in quella sede non hanno mai ricevuto richieste estorsive. Libero e suo fratello stettero lì per tanti anni, poi i nostri bravi amministratori decisero che questa struttura storica dovesse essere demolita e vendettero l’area per costruirvi un brutto palazzo di civile abitazione. In quell’occasione Libero e Pippo si divisero. Pippo aprì dei negozi e Libero, che aveva proprio la mentalità dell’imprenditore, aprì una nuova sede della fabbrica che venne chiamata Sigma e si occupava di pigiameria maschile. La Sigma aveva un ottimo mercato in Italia e all’estero. All’inizio degli anni novanta erano state aperte persino due sedi commerciali, una a Hong Kong e l’altra a New York.

La cosa più intelligente che io e Libero abbiamo fatto, appena sposati, è stata quella di comprare nel 1956 l’attico dove abito tuttora, allora in via di definizione, che ci siamo fatti a nostra immagine e somiglianza, una casa che abbiamo sempre amato straordinariamente. Questa casa è sempre stata, anche per i miei figli, un punto di riferimento affettivo, il luogo dove si vive la vita. Noi siamo sempre stati una famiglia molto attenta e consapevole dei problemi sociali e dell’ambiente che ci circondava, anche se io e Libero eravamo una coppia alquanto litigiosa perché, essendo due caratteri forti, facevamo scintille. Avevamo il vantaggio di avere amicizie estremamente interessanti. Eravamo radicali convinti, i nostri amici più cari erano Marco Pannella, Adele Faccio, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia. Pannella lo abbiamo conosciuto in modo singolare: una volta eravamo andati a Parigi e avevamo posteggiato la macchina vicino al boulevard Saint-Michel e abbiamo trovato un bigliettino sul parabrezza che diceva: "Sono Marco Pannella, sono senza una lira, vedo una targa palermitana, cioè italiana, ci incontriamo?", perché allora Marco era reduce dalla sua esperienza di minatore in Belgio. Siamo andati insieme a mangiare in un ristorante, dove ho gustato la migliore paella della mia vita, e così è cominciata la nostra amicizia. Allora il partito radicale non esisteva ancora, si facevano solo i famosi ciclostilati, poi il partito è stato fondato e noi abbiamo aderito perché era una formazione importante, raccoglieva veramente persone molto creative che volevano rendere la nostra società più libera. A tutte le campagne fondamentali per i diritti dei cittadini, come quelle per il divorzio e l’aborto, abbiamo partecipato con i radicali, non con la cosiddetta sinistra che, con il partito comunista, si accodava solo quando capiva che le nostre campagne potevano essere vincenti; i comunisti erano sempre in retroguardia, perché prima di fare entrare nelle loro teste inquadrate e faziose che la società comunista russa non poteva essere il modello da seguire qui da noi, ce n’è voluto. Del resto, erano altri tempi e tante notizie sulla dittatura rossa non erano ancora trapelate. Dunque, avevamo frequentazioni interessanti, a casa veniva Eugenio Scalfari, per dirne uno, ci sedevamo sul tappeto davanti al camino e spettegolavamo insieme, non è che parlavamo dei massimi sistemi però in questo nostro spettegolare c’era la vita sociale della città e del paese. Spesso i miei figli preferivano rimanere a parlare con i nostri ospiti, piuttosto che uscire, e la nostra casa era diventata centro di riunione di un bel giro di ragazzi palermitani. C’era una situazione di libertà controllata e di scambio continuo di idee.

Dal 1985 in poi erano cominciati gli anni terribili della mafia, in cui sono stati consumati i delitti più efferati; noi che abbiamo sempre abitato in via D’Annunzio, all’angolo con piazza Unità d’Italia, eravamo fisicamente al centro della zona degli attentati; nell’arco di trecento metri intorno a casa nostra ci sono stati tutti i delitti eccellenti, da Chinnici a Mario Francese; dal nostro terrazzo ogni tanto sentivamo un terribile botto e sapevamo che era qualcuno che era crepato, delitti non solo tra i più spietati ma quelli che hanno attaccato e distrutto la società produttiva della città. Alla Sigma avevamo un centinaio di maestranze, che per un’azienda palermitana non era male, nel ’90 il fatturato fu di sette miliardi. E allora cominciarono le richieste, le varie visite: iniziarono con due tizi che dicevano di essere ispettori sanitari e volevano controllare i locali. Naturalmente Libero, che non era nato ieri, capì subito di cosa si trattava e andò a denunciare al commissariato di zona. Quando le avances diventarono troppe, Libero prese le chiavi della fabbrica, le portò al commissariato e disse: "Io vi do le chiavi della mia azienda, voi siete responsabili, venite ad aprire e chiudere" e ciò ebbe il suo effetto perché quando quelli vedevano i poliziotti che gironzolavano se ne andavano.

Una volta si presentò uno e disse a Libero: "C’è il titolare?" E lui: "No, il titolare non c’è"; evidentemente era un "picciotto" mandato per azione di disturbo; un’altra volta chiesero 60 milioni, che non gli furono dati e che poi rubarono a fine luglio tra buste-paga e assegni. Entrarono e rubarono esattamente 60 milioni. Una cosa che ci colpì particolarmente è che presero anche il cane di fabbrica, il buon Dick, che era un pastore monrealese molto simpatico, e dopo un mese lo riportarono davanti ai cancelli di fabbrica ridotto pelle e ossa, senza che avesse più neanche la forza di alzare la zampa per fare pipì. Questo per lanciare il messaggio: "Guarda come ti riduci". Fortunatamente il buon Dick, essendo un meticcio, aveva la pellaccia dura e dopo una settimana di cure e di affetti a casa nostra si riprese. Naturalmente continuavano le telefonate e le minacce anche nei confronti dei nostri figli. C’è un episodio in cui, a pensarci adesso, non so se io sia stata incosciente o divertente: una volta ero a casa con la padella sul fuoco, squilla il telefono e dall’altra parte uno mi fa: "Sentisse…" e giù le solite minacce. Io gli risposi senza mezzi termini: "Senta non stia a rompere le scatole". Libero commentò che non ero stata proprio diplomatica... La verità è che eravamo esasperati da questa intrusione nella nostra vita privata. Una volta diedero appuntamento a mio figlio Davide, che girava sempre in moto; Davide lo disse alla polizia che fece in modo di sorvegliare a distanza il percorso che doveva fare ma naturalmente ci fu una soffiata e loro non si presentarono all’appuntamento in cui avrebbe dovuto portare una busta con i soldi. Un amico avvocato ci aveva consigliato di non posteggiare sotto casa la macchina, che avevano più volte danneggiato, sempre sull’onda di quei segnali continui della loro presenza che tanto ci esasperava. Allora Libero aveva cominciato a posteggiarla un po’ lontano da casa, e infatti quella mattina del 29 agosto 1991, era un giovedì, lui alle 7:30 è sceso da casa, perché aveva appuntamento in fabbrica con lo staff dell’ufficio per organizzare il lavoro dopo le ferie estive, ha girato l’angolo di casa e loro erano lì che lo aspettavano – proprio dove ora c’è la non-targa che lo commemora1 – e gli hanno sparato. Poi ho saputo da persone che abitavano nella zona e che hanno reso testimonianza in Questura, che già da qualche giorno sentivano strane manovre di due macchine che facevano il giro veloce attorno all’isolato, si fermavano di colpo, stavano qualche secondo e ripartivano di gran carriera, in pratica facevano le prove dell’azione, che in effetti è stata eseguita in tempi strettissimi.

Sia io che Libero eravamo persone razionali e dunque non pensavamo tanto all’eliminazione fisica quanto piuttosto al fatto che avremmo potuto subire grossi danni all’azienda. Infatti, uccidere una persona non è un’azione molto intelligente, soprattutto se si tratta di un imprenditore. Ci sono altri mezzi per danneggiarlo e ricattarlo, basta fargli saltare il camion, bruciargli l’azienda, invece farlo fuori è un’azione stupida che non fa altro che richiamare su chi l’ha compiuta l’interesse in negativo della gente. Il massimo è stato con gli eccidi di Falcone e Borsellino che, infatti, hanno suscitato l’indignazione popolare.

Nel 1991 io e Libero abbiamo organizzato un convegno sull’antiracket, avevamo mandato 2000 inviti a tutti gli imprenditori della provincia di Palermo. Si sono presentate trenta persone. Per questo convegno avevamo avuto la Sala delle Lapidi del Municipio, il giornalista moderatore era Felice Cavallaro, c’erano professori universitari e tanta bella gente interessante. Per fortuna Radio Radicale ci aveva chiesto la registrazione per cui poi noi, dalla registrazione, abbiamo stampato il libro che ha per titolo Mafia o sviluppo, un dibattito con Libero Grassi con gli atti del convegno. Alla fine di questo libro ci sono anche le interviste che erano state fatte a diversi personaggi. Tra loro Salvatore Cozzo, che era il presidente dell’Associazione industriali di Palermo. Naturalmente Libero, quando aveva cominciato a esporsi – e la prima esposizione pubblica fu la lettera "Caro estorsore" pubblicata in prima pagina il 10 gennaio del 1991 sul Giornale di Sicilia e poi ripresa dal Corriere della Sera – capiva che avere dalla sua parte altri imprenditori sarebbe stato positivo, dunque era andato alla sua associazione a parlare con il presidente ma questi gli aveva detto che non gli risultava che a Palermo ci fossero richieste di pizzo, accusandolo di fare tanto scalpore per fare una tammuriata, per farsi pubblicità. Libero capì in quel momento di essere solo e ne ebbe la riprova quando un imprenditore palermitano, che è ancora attivo e che si professava amico suo, un giorno lo incontrò per strada e cambiò marciapiede per evitare di salutarlo.

La lettera al "Caro estorsore", la fece insieme a uno dei giornalisti del Giornale di Sicilia, Armando Vaccarella, e in sintesi diceva: "Caro estorsore, puoi fare tutte le minacce che vuoi tanto io non ti pago". Questa lettera fu pubblicata in prima pagina. Perché? Perché quel giorno non c’era nient’altro di interessante da pubblicare: era il 10 gennaio 1991. Il 15 gennaio 1991 c’è stata la prima dichiarazione della guerra del Golfo: pensate che se ci fosse stata una notizia del genere la lettera di Libero avrebbe avuto la prima pagina? Certamente no. La reazione, dal punto di vista mediatico, comunque, è stata enorme, da noi sono venuti giornalisti di tutto il mondo per conoscere questo fenomeno da baraccone, un imprenditore palermitano che denuncia pubblicamente il pizzo. In seguito ci sono state bellissime trasmissioni, tra cui Samarcanda, con Michele Santoro e Maurizio Costanzo, che è stata importante perché fatta al Teatro Politeama di Palermo, gremito, e trasmessa a reti unificate. Tra gli altri interventi ci fu quello di Cuffaro, che allora non era Presidente della Regione ma era già sulla scena politica, il quale sostenne, come ha sostenuto poi anche in altri casi, che queste cose gettavano discredito sulla Sicilia. Discredito sulla Sicilia denunciare? O discredito sulla Sicilia pagare? Poi ha continuato così, però oggi è senatore; io non mi chiedo solo come sia possibile che Cuffaro sia senatore ma anche com’è possibile che il nuovo governo – che io non discuto perché ha la maggioranza – abbia conferito incarichi a tanti personaggi siciliani tra cui l’unica persona pulita è forse la Prestigiacomo. Cuffaro non era stato interdetto dai pubblici uffici? E che cos’è il Senato se non un pubblico ufficio? Io palermitana mi sento profondamente offesa dal fatto che la Sicilia venga rappresentata da personaggi di questa fatta. È chiaro che loro hanno il coltello dalla parte del manico, perché sono stati votati a maggioranza; anche alle elezioni regionali non ha vinto Rita Borsellino. Quando noi, persone oneste, promuoviamo i convegni sull’antimafia, ci sentiamo belli e bravi, sì ma non siamo maggioranza. Qui la maggioranza è la mafia, o comunque chi lavora con la mafia. Una delle cose più belle che ha detto Libero a Samarcanda è che la cattiva qualità del consenso determina la cattiva qualità della politica. Se il consenso è basato sul voto di scambio, chi volete che venga eletto? Gli scambisti.

Dopo la morte di Libero io, per un mese, non ho voluto né guardare televisione né leggere giornali, perché mi faceva venire il voltastomaco il pensiero di tutte le lacrime da coccodrillo che ci sarebbero state. Tuttavia, un nostro amico mi ha fatto la rassegna stampa per cui più avanti me la sono guardata. Dopo la morte di Libero, nell’immediato, non è successo proprio un bel niente, la reazione ha saltato una generazione. Per fortuna la Storia ha le gambe lunghe e nel luglio del 2004 spuntarono fuori questi stupendi manifestini di Addiopizzo su cui era scritto: un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. In tutti gli anni che li hanno preceduti, non solo non è successo niente a livello di Stato, non è successo niente a livello di opinione pubblica, il nulla, malgrado Umberto Santino e il Centro Impastato, malgrado i mille morti, malgrado la magistratura abbia lavorato in maniera eccezionale, con gli arresti di Riina (recentemente di Provenzano e Lo Piccolo), malgrado abbia acciuffato tutti questi latitanti che, chissà perché, per decenni non si riuscivano a trovare. Malgrado tutto ciò non è successo niente.

Dopo le stragi del ’92, da noi è successo che la cosiddetta società civile – perché poi c’è quella incivile – giustamente si è ribellata e si è ritrovata nelle strade. Le catene umane erano una cosa enorme, bastava dire alle persone affacciate ai balconi "scendi!" perché si unissero a noi. Ci sono stati i digiuni, il Comitato dei lenzuoli, più fracasso di così non avremmo potuto fare, ma nonostante ciò il governo è stato assente, e non essendoci il governo, che è quello che ha la maggioranza, tu cittadino puoi fare tutto il baccano che vuoi ma non andrai da nessuna parte. Il governo ha fatto solo teoria… sì, ci sono state le leggi antiracket, c’è stato pure il risarcimento alle vittime della mafia, per cui è nata la nuova Sigma. Queste cose ci sono state, le leggi si sono fatte, ma quello che è proprio governare, governare le situazioni, governare una regione, un paese, tutto il meridione, Sicilia, Calabria, Campania, il vero governo delle cose, non c’è stato. La classe di governo se n’è ampiamente fottuta perché è sempre stata in parte connivente. Non scordiamo quell’affermazione del ministro dei trasporti Lunardi secondo la quale "con la mafia bisogna convivere". Ricordo bene che ero in negozio quando mi telefonò una giornalista per chiedermi che cosa ne pensavo. Io le ho detto: "Cosa ne pensi io è assolutamente ininfluente, quello che mi interessa è sapere cosa ne pensa il Capo dello Stato". "E come fai a domandarglielo?" "Tranquilla, gli mando un fax". Ho scritto a Ciampi, che tra l’altro avevo conosciuto in altre occasioni e avevamo un buon feeling: "Caro Presidente, che ne pensi di questa affermazione?" E Ciampi ha scritto a sua volta una lettera aperta sui giornali dicendo cosa ne pensava, perché un ministro, fino a prova contraria, rappresenta me, te, il cittadino. Ma come si permettono? Eppure si permettono tutto, abbiamo visto questo e peggio di questo.

Quindi tutto è continuato come prima, l’80% degli imprenditori palermitani (secondo le stime della magistratura) pagava e ha continuato a pagare il pizzo. Ora sono l’80% meno 298, che è il numero di coloro che hanno aderito alla lista degli imprenditori pizzo-free di Addiopizzo. Nel 2004 spuntano i famosi adesivi di Addiopizzo e, come sempre, mi telefona una giornalista per chiedermi se ne so qualcosa. Io le rispondo che non ne so niente, ma che se erano stati dei giovani ad affiggere gli adesivi, quei giovani avrebbero potuto essere i miei nipoti, perché la pensavano esattamente come me. Lei trascrive questa mia frase nell’articolo e pochi giorni dopo vedo spuntare tre ragazzi che mi dicono: "Noi siamo i tuoi nipoti". E da allora, io ho adottato loro e loro hanno adottato me ed è nata questa nostra condivisione di finalità, di lavoro, che per me ha significato ringiovanire di vent’anni, perché finalmente ho visto che, dopo tredici anni, il messaggio di Libero è stato recepito, e non a caso è stato recepito da gente di cultura. È stata una rivoluzione culturale, perché queste cose si fanno con l’intelletto, non si fanno da ignoranti. La città di Palermo ha questo grave handicap: nei quartieri popolari c’è il 30% di evasione scolastica. Se tu non vai a scuola non avrai mai senso critico, non riuscirai mai a capire le cose e prenderai per buono tutto quello che ti dice la televisione. Prenderai per buono che siamo razzisti, prenderai per buono il bullismo, prenderai per buone tutte le cazzate che ti dicono pubblicizzandole. Io conosco la mia città: se un pregio abbiamo è quello di non essere razzisti, la nostra storia è tale che non possiamo permetterci di esserlo, abbiamo subito così tante dominazioni straniere, i nostri poveracci sono andati a fare gli emigranti e quindi il razzismo lo hanno subito, sia al nord Italia che all’estero. Non essere razzisti è l’unico pregio che abbiamo, poi, per il resto, siamo una merda di popolazione. La sicilianità … noi siciliani, siamo diversi … ma come siamo diversi? Abbiamo creato un orrore di società, è questo il nostro essere diversi? È diversa la nostra città soffocata dall’abusivismo edilizio? L’altro giorno ho preso il treno e da lì vedi bene il paesaggio. Ho provato un avvilimento terribile: ma come siamo riusciti noi siciliani a rovinare il nostro paesaggio in questa maniera? Una sequela di case abusive, che si riconoscono subito perché non sono intonacate e hanno i panni stesi fuori, a valle, a monte, a mare, dovunque. Il paesaggio si è impoverito, involgarito grazie alle nostre stesse mani, grazie a quei Cuffaro che dicono che parlare di mafia è un’offesa alla Sicilia. Caspita! La vera offesa è avere nel parlamento dei rappresentanti siciliani che hanno carichi penali sulle spalle.

Io dico sempre che noi siciliani siamo quelli del s’avissi a fari2. "Certo, questo giardino s’avissi a fari". Senza soggetto, senza tempo, senza luogo. Sono sempre gli altri che debbono fare le cose, la responsabilità personale non esiste, perché non esiste il senso civico. Ecco, questo era uno dei pregi di Libero: era uno che sentiva fortemente la responsabilità personale. Negli anni ottanta, Libero stampava con i suoi amici un periodico che aveva come logo un indice puntato: "tu", era l’indice puntato verso l’esterno, perché "tu" era proprio il concetto della responsabilità personale. C’è poco da dire s’avissi a fari. S’ avissi a fari chi? Come? Quando? Tu. Tu cittadino, nel tuo piccolo, hai la tua funzione e devi assumertene la responsabilità. Quando Cuffaro scrive che la mafia fa schifo, secondo lui si indigna.

Un’altra cosa che mi fa arrabbiare per ora è quella frase di cui il Comune ha tappezzato la città: "Falcone e Borsellino eroi per sempre". Quando Libero lo definiscono eroe io mi ribello, ma che significa eroe? Un cittadino normale, che fa il suo mestiere, che ha la sua dignità e che crede nel suo lavoro, è eroe perché l’ammazzano? Falcone e Borsellino, che facevano il loro lavoro bene, scrupolosamente, in modo intelligente, sono eroi? Eroi perché li hanno ammazzati? Troppo comodo far fare gli eroi agli altri. Io non credo nemmeno che ha la consapevolezza di essere eroe quello che in guerra viene ucciso. Lui fa un’azione che è quella che deve fare in quel momento perché si trova in guerra. Poi gli danno la medaglia d’oro per consolare i parenti e pensano di aver fatto chissà che. Eroi per sempre, è un delegare agli altri. Bisogna dire che era molto meglio se non li ammazzavano e non diventavano eroi.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 20 dicembre 2008