Charles Dickens

Teo Lorini



Duecento anni fa.
Oggi.

(Parte prima)

Charles Dickens e i suoi traduttori italiani

di Andrea Canova

Si celebra nel 2012 il secondo centenario della nascita di Charles Dickens e fa piacere osservare che in Italia la ricorrenza – la data esatta era il 12 febbraio – non è passata sotto silenzio. Diversi quotidiani hanno dato spazio alla legione dei dickensiani: una comunità trasversale compatta attorno all’autore e poco incline a rinunciare alla sua forte impronta, sebbene parecchi estimatori abbiano dimestichezza con le più recenti esperienze di disintegrazione della narrativa tradizionale. D’altronde la straordinaria arte di Dickens ha sedotto il pubblico italiano molto presto, anche se è meglio cominciare il racconto da pochi anni fa. Nel 2006 uscivano postumi gli Ultimi versi di Giovanni Raboni, morto nel 2004. Queste le parole del poeta, in un’Italia ormai scardinata: «Una fitta quasi insostenibile di felicità al pensiero che un giorno o l’altro potrei davvero leggere Dickens e Tolstoj, andare al cinema di pomeriggio, ascoltare i quartetti di Beethoven e i lieder di Schubert senza doverne rendere conto a nessuno». Dunque Dickens, con Tolstoj, a indicare un piacere letterario puro, e una pura consolazione letteraria, che non chiede ragione di sé. Questo è spesso l’atteggiamento degli appassionati alle prese con le atmosfere evocate da Dickens: qui sta il punto di forza dell’artista, più che nella costruzione delle trame. È vero che la critica recente ha ridimensionato le accuse di scarsa coerenza, se non proprio di casualità nella costruzione, che spesso gli sono state rivolte; tuttavia la genesi a blocchi delle storie, destinate in prima istanza alla pubblicazione a puntate, non ha sempre favorito i meccanismi strutturali dickensiani.

La lista dei traduttori italiani di Dickens riserva qualche bella sorpresa e conta, per esempio, un narratore scapigliato tra i più famosi come Igino Ugo Tarchetti. A partire dal 1868, Tarchetti pubblicò a dispense nel «Romanziere illustrato» dell’editore Sonzogno la sua versione del Nostro comune amico (allora intitolato L’amico comune), che uscì come volume ancora presso Sonzogno nel 1869. Sono anche gli anni in cui Tarchetti scrive Fosca, il suo romanzo più famoso, e il confronto con Dickens gli suggerisce di certo qualche ambientazione cupa, oltre a fare maturare il suo stile in una sorta di utile palestra. Negli anni Venti del Novecento Le due città, Le avventure di Martin Chuzzlewit, Il circolo Pickwick e altre opere furono invece tradotte da Silvio Spaventa Filippi, un bel tipo di giornalista e scrittore con propensioni pedagogiche che è più spesso ricordato come fondatore e primo direttore del «Corriere dei Piccoli». L’interesse di Spaventa per Dickens era tuttavia cominciato prima: entrato in contatto con il popolare editore Formìggini di Modena, aveva pubblicato per lui nel 1911, entro la celebre e divulgativa collana «Profili», un libretto che fungeva da succinta introduzione allo scrittore e che lo difendeva dall’ombra di una scarsa simpatia per il nostro paese. Nel 1846 l’inglese aveva infatti divulgato le memorie di un suo viaggio in Italia, e vi aveva abbondato in macchiette folkloristiche, povertà derelitte e antichità fatiscenti secondo un gusto pittoresco assai tipico. Spaventa insisteva invece sulla simpatia di Dickens per Mazzini, Gallenga, Manin, Panizzi e altri patrioti esuli in Inghilterra. È in ogni caso da apprezzare l’intuizione del giornalista di fiuto, che nel 1914 aveva già pronta un’antologia con le più belle pagine dello scrittore e il progetto di un’edizione di tutte le sue opere. Entrambe le iniziative furono proposte a Formìggini e non furono realizzate per lo scoppio della prima guerra mondiale, ma quelle traduzioni videro la luce in séguito presso vari editori e non sarà un caso che la versione di Oliver Twist approntata da Spaventa e rivista da Patrizia Schisa negli anni Settanta faccia ancora parte del catalogo Einaudi.

Nel 1939 Cesare Pavese pubblicava presso Einaudi la sua bella traduzione di David Copperfield, quella tuttora in commercio. Nell’introduzione, l’autore de La luna e i falò fissava alcune costanti di Dickens e, potremmo dire, dei suoi lettori: «ci accade per questo romanzo… di scordare, leggendo, ogni senso critico, e consentire alla vivacità della pagina, nello stesso modo che ci si abbandona alla favola avventurosa di un film». Ovvero la narrazione come flusso di immagini memorabili, di «quadretti fiamminghi» che stregano. Nello stesso ambiente di Pavese e nello stesso periodo maturava la traduzione di Barnaby Rudge, una delle prove giovanili e un raro esempio di romanzo storico dickensiano, fatta da Fernanda Pivano e pubblicata da Frassinelli nel 1945. È curioso: nel 2004 Einaudi ha riproposto questa versione nei Tascabili senza indicare la prima edizione di più di mezzo secolo prima. Come se l’americanista ottantenne si fosse messa a tradurre un libro di ottocento pagine, tra un video di Ligabue e un ricordo della Beat generation.

La fortuna italiana di Dickens insomma continua, ben appoggiata su un affetto antico e anche su una critica nient’affatto ingenua, a dispetto delle fascinazioni narrative. In proposito si raccomandano le definizioni di un ammiratore come Giorgio Manganelli, e non solo la sua formidabile intervista impossibile del 1975, ma anche il capitolo de La letteratura come menzogna datato 1966, dove Dickens è «uno scrittore ‘nero’ con allucinazioni sentimentali», «delizioso e irritante», ma soprattutto un «cordiale, unghiuto, un po’ pingue, o forse pletorico, animale letterario, la cui gola poderosa sa articolare ogni sorta di voci: rugghi, rantoli, stronfi, e anche delicatissime fusa, tiepidi sgnaulii».

Una versione più sintetica di questo articolo
è stata pubblicata su «Il Giornale di Brescia» (1.5.2012)

La seconda parte di questo dittico di articoli
di argomento dickensiano si trova qui


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pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 24 maggio 2012