Una laurea nella società dello spettacolo

Andrea Tarabbia



Poi tutti, alla fine, sfoggeranno quelle facce tra l’annoiato e il soddisfatto, quell’aria da "Ce l’abbiamo fatta!", e una signora vicina a me – che sono fermo nella hall antistante l’ingresso dell’Aula Magna dell’edificio U6, e aspetto che Marta e gli altri mi raggiungano prima di prendere il volo verso la Centrale dove mi aspetta un treno per Trieste – dirà che le fanno male i piedi e che dentro faceva un gran caldo. Quello che tutti quanti – saremo all’incirca un migliaio di persone – siamo appena andati a vedere, nella cornice rossa dell’Aula Magna della Bicocca, è l’atto ultimo di un percorso, come ci è stato detto, il suggello a qualche anno di studi e il frutto di una dissertazione di qualche decina di pagine su temi vari: abbiamo assistito tutti quanti, appollaiati su delle poltroncine da teatro imbottite, alla Proclamazione di laurea triennale in Scienze dell’Educazione e Scienze della Comunicazione – sessione invernale all’Università degli Studi di Milano Bicocca (uno dei dodici istituti universitari virtuosi nel desolante panorama italiano).

Faccio un passo indietro: l’Università di Milano Bicocca ha da tempo eliminato, in materia di lauree, il protocollo tradizionale. Solitamente, chi si laurea si veste elegante, porta la mamma il papà il fratello la nonna e la zia in un’aula sufficientemente capiente e formale all’interno dell’istituto dove ha svolto gli studi, e viene accolto da una commissione togata, che per un lasso di tempo relativamente breve gli pone delle domande sulla tesi di laurea che ha scritto. Finito questo momento, al candidato viene comunicato un voto, quindi viene proclamato dottore nella sua materia e viene mandato nel mondo. A Milano Bicocca, perlomeno per quanto riguarda le lauree triennali, tutto questo non avviene: il candidato scrive sì una tesi, ma poi al colloquio può portare solamente i parenti stretti (mamma e papà); questo colloquio, che si svolge in forma per così dire privata, dura circa sette-otto minuti, e non viene fatto alla presenza di una commissione, ma del solo professore di tesi. Finito il colloquio – che mima in tutto e per tutto un ricevimento – il professore dà la mano all’allievo e lo invita a presentarsi alla Proclamazione. Marta, mia sorella, ha fatto il colloquio a metà novembre (o giù di lì) e si è laureata a ridosso del Natale.

La Proclamazione funziona così:

l’Aula Magna della Bicocca ha la forma di un teatro greco, è una mezzaluna rossa come il sangue fatta di file di sedili ribaltabili e passatoie e scale rivestite di moquette; sul proscenio, nel punto dell’aula dove l’occhio non può non andare a cadere, c’è una lunga cattedra di legno con delle postazioni microfonate, la lavagna per i lucidi, la strumentazione necessaria a proiettare filmati sul grande schermo bianco che sta alle spalle dei relatori e uno scranno dove verosimilmente, nel corso di convegni e incontri, chi deve prendere la parola si posiziona per avere l’attenzione dell’uditorio.
Ci hanno radunati tutti lì, noi che abbiamo portato anche le nonne che non potevano non esserci. Ci mettiamo in ultima fila, perché quando arriviamo la sala è già tutta gremita. Il primo quarto d’ora lo trascorriamo cercando di individuare, nella massa, la testa di Marta, che si perde in mezzo a quelle dell’ottantina di ragazzi e ragazze che oggi attendono la comunicazione del voto e del titolo. Hanno radunato tutti i laureandi nelle prime file, Scienze dell’Educazione mischiata a Scienze della Comunicazione. Il risultato è che le prime file trascorrono il tempo dell’attesa dando le spalle allo scranno, per cercare di capire dove sono i propri parenti; per tutto il tempo è uno sventolio di mani che salutano, di voci che urlano nomi propri, di tentativi andati a vuoto di chiamare il laureando al cellulare, di "Dov’è la Marta?", "Ah, l’è quela là! Ma in machina l’era minga vestida inscì", "Nonna, quella non è Marta, Marta è più in là", "Ah! El disevi mi che la pudeva minga ves lé!".

Dopo circa mezz’ora di incomprensibile attesa, da una porticina dietro lo schermo sbuca la sagoma togata di un professore. Quello è il momento in cui parte, spontaneo, il primo applauso della giornata. Il professore sale sullo scranno, si sistema il microfono e saluta i presenti. C’è un momento in cui si fa silenzio, mentre si aspetta che il professore dica qualcosa. Nel frattempo, viene sistemata sulla cattedra, da un’assistente, una serie di pergamene arrotolate. Il professore dice che la commissione sta arrivando, e che nel frattempo farà l’appello. Comincia a snocciolare una serie di cognomi a cui gli studenti rispondono a turno. Il professore fa qualche battuta bonaria sui cognomi strani: elogia un certo Dissimile, dà del tipo tranquillo alla signorina Zen. Stecca clamorosamente il cognome di Marta, come succede sempre. Finito l’appello, passano alcuni minuti senza che succeda niente. Il professore ogni tanto guarda al di là della porticina per spiare l’arrivo dei colleghi. Si rende conto che ci sta facendo perdere tutto il pomeriggio per una cosa che poteva essere già stata fatta un mese prima. Si riavvicina al microfono e dice: "Potrei intrattenervi raccontandovi qualcosa". Fa qualche battuta sulla tensione che legge sui volti dei candidati, prende di nuovo per il culo qualcuno per il cognome. Il pubblico ride e applaude. Il momento topico è quando estrae dal portafogli una monetina: "Allora" dice, "Vediamo: Dante è Educazione, Due è Comunicazione". Lancia la moneta e la riprende: "Due. Si comincia da Comunicazione". I primi premiati saranno dunque quelli del corso che Marta non ha frequentato. Io ho il treno per Trieste alle cinque.

Entra finalmente la commissione, accompagnata da un’ovazione. Noi siamo il popolo che applaude. I professori, prendendo posto, salutano. Noi siamo il popolo che saluta. La presidente aspetta che l’entusiasmo scemi, poi impugna il microfono e con la sua erre moscia spiega come funzionerà la Proclamazione. I ragazzi verranno chiamati a gruppi di cinque; dovranno mettersi in piedi di fronte alla cattedra; la presidente leggerà il titolo delle loro tesi e comunicherà a uno a uno il voto finale; i ragazzi si avvicineranno alla cattedra, stringeranno la mano della presidente e prenderanno una pergamena. Interviene un altro docente, che dice che è giusto che parenti e amici sappiano da subito cosa contiene la pergamena: ci viene letta questa frase: "Il significato di un uomo non va ricercato soltanto in ciò che egli raggiunge, ma in ciò che vorrebbe raggiungere". Applausi. "È Kahil Gibran," dice poi il professore, "E mai come in questa occasione ci è sembrata opportuna, come augurio e come auspicio". Appunto.

Comincia l’interminabile trafila dei candidati di Comunicazione. I cinque stanno in piedi dando le spalle al pubblico. La presidente legge i titoli delle tesi e comunica il voto. Ogni volta il pubblico applaude. Ricevuta la pergamena, il ragazzo appena premiato non torna al proprio posto, ma si mette ai lati del palco in attesa che a tutti quelli del suo gruppo venga comunicato il voto. Nelle regole, questo non c’era. Tu te ne potresti tornare al posto e invece stai lì, ai lati di quello che non è un palco ma che lo è diventato. Dei centrotrenta premiati solo un ragazzo all’inizio e una ragazza se ne sono tornati al posto dopo aver preso la pergamena. Tutti gli altri, Marta compresa, si sono messi a lato. Ogni candidato ha i suoi supporter. Qualcuno ha una tromba da stadio (per la quale viene bonariamente ripreso dalla commissione). In generale, però, tutti applaudono le proclamazioni di tutti. I boati più grossi sono per i 110 e lode, ma in generale si ha la possibilità di guadagnarsi l’ammirazione di tutti già sopra il 104. C’è rumore, urla, esclamazioni di soddisfazione. I ragazzi, pergamena in mano, salutano, fanno gesti dal basso verso gli amici. C’è un momento in cui viene premiata una ragazza. Il suo voto è 94, uno dei più bassi della giornata. Parte un applauso un po’ timido. Sento un tizio che, non lontano da me, dice a qualcuno: "Ma no, bisogna applaudirla più forte! Va incoraggiata!" Fa partire un applauso che si attacca alla coda di quello timido e lo rinvigorisce. Partono un paio di "Brava!" Noi siamo il popolo che applaude.

A volte, la presidente interrompe la cerimonia per spiegare i criteri delle votazioni. Tutti dobbiamo sapere le regole del gioco. Dice che Bicocca è un ateneo che sta facendo miracoli dal punto di vista sia didattico che di ricerca (questo è vero: Bicocca impiega intorno al 65% dei suoi finanziamenti per pagare gli stipendi, a fronte di una media nazionale che si aggira attorno al 90%. Il personale di Bicocca è sottodimensionato, e tuttavia gli investimenti per la ricerca sono cospicui. Nell’ambiente italiano, Bicocca è un pachiderma un po’ più snello). Applausi. La presidente sostiene che molti dei ragazzi che hanno preso voti bassi sono in realtà studenti lavoratori – e per questo sono, se possibile, da ammirare ancora di più. Applausi agli studenti lavoratori e alla concezione illuminata di questa commissione.
Una volta ricevuta la pergamena, i ragazzi devono tornare a sedersi al loro posto. Tutti devono aspettare la fine della cerimonia prima di andarsene. La presidente dice a più riprese che la consegna della pergamena non è sinonimo di laurea: i ragazzi saranno dottori solo alla fine, quando, "Con i poteri conferitimi ecc." lei li nominerà collettivamente dottori in Scienze dell’Educazione e Scienze della Comunicazione. Il rito va seguito fino alla fine. Tutti devono essere visti e applauditi, la cerimonia è una per tutti. Io sono stato nominato dottore, anni fa, da uno che mi guardava in faccia. Alle mie spalle, c’era un pugno di persone che conoscevo e che amo. Poi non credo alle cerimonie, e non ho fatto nemmeno la festa. Ma il giorno della mia laurea mi è sembrato che il protocollo avesse un senso, e che i risultati del mio lavoro fossero riconosciuti da due gruppi di persone: quelli che mi amano e quelli che mi giudicano. Qui, invece, c’è stato qualcosa a metà tra il musical e la messa. Questo qualcosa è terminato con una benedizione collettiva da parte dell’istituzione – che prima si è lodata e poi ha spiegato, a studenti e pubblico, le regole del gioco. I commissari erano contenti del clima, lo si vedeva, e si mostravano bonari quando la gente faceva chiasso, applaudiva forte, urlava frasi di ammirazione nei confronti dei ragazzi.

A ben guardare, i tempi e i modi di questa messinscena vergognosa non appartengono né all’accademia né al teatro né alla religione: sono tempi televisivi. Noi siamo il pubblico che assiste al quiz, dove, a seconda della prestazione fornita, al concorrente viene riconosciuto un bonus; il concorrente è ammirato e incoraggiato da tutti, e si spera ogni volta che abbia meritato la lode; i commissari salutano, ammiccano al pubblico per allietargli l’attesa, fanno battute, spiegano le regole (questo si può fare, questo non si può fare), e alla fine benedicono. Gerry Scotti ogni volta che finisce il Milionario dice: "E che dio [minuscolo, perché minuscolo è il dio dei quiz, N.d.A.] ci benedica!". Il protocollo scelto prevede che l’aula rimanga gremita fino alla fine. L’atto più atteso insieme al voto, la nomina a dottore, è procrastinato fino all’ultimo, perché il pubblico e i candidati devono seguire ogni fase con attenzione, e condividere questo momento. Tutto questo, lo ripeto, è esplicito: la presidente dice che "Non vogliamo che qualcuno se ne vada via prima". L’università ha organizzato questo spettacolo per tutti, e tutti vi devono partecipare.

Una volta, alcuni anni fa, la Bicocca regalava delle magliette a chi si laureava. Allora non c’erano ancora, mi pare, le lauree triennali. Ti davano una maglia bianca, a maniche lunghe e di buona fattura, con lo stemma dell’Università e delle specie di disegni tribali sulla manica sinistra. A seconda della Facoltà a cui appartenevi, il colore di questi tribali era diverso: così, se ti eri ad esempio laureato in sociologia, avevi il tribale fucsia; se in economia, verde; se in educazione, arancione. Non sono sicuro dell’abbinamento dei colori, in realtà, e magari il verde non c’era e c’era il marrone o il blu. Questa cosa delle magliette è durata poco. Forse hanno esaurito le scorte o forse, semplicemente, hanno pensato fosse una cazzata.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica a voce il 19 dicembre 2008