Shozo e le morti

Luciana Floris



"Meditare ogni giorno sulla morte significa concentrarsi ogni giorno sulla vita". (Y.Mishima, La via del samurai)

Conobbi Shozo Doi per caso, un pomeriggio d’estate. Leggeva sul prato sotto i platani, accanto alla siepe di sempreverdi, là dove, lontano dal frastuono delle auto, si sentivano frinire le cicale. Leggeva Saba, era completamente assorto nella lettura, estraneo a quel che accadeva intorno. Anch’io avevo aperto un libro, e dimenticato la sua presenza per almeno un’ora. Finché si era avvicinato piano, alle mie spalle, chiedendo: - Scusa, cosa leggi? - Aveva tolto gli occhiali da sole, e soltanto allora mi accorsi che era orientale. - Sono giapponese - disse.

Shozo Doi abitava un piccolo appartamento in affitto, di là dal fiume. Non possedeva librerie, tranne uno scaffale in vimini all’ingresso. I libri erano allineati in lunghe pile sul tavolo, sulla mensola del termosifone o contro le pareti: partivano dal pavimento e arrivavano ad altezza d’uomo. Lunghe pile di Foucault, Derrida, Lacan. Lunghe pile di Bruno e Campanella e Leonardo da Vinci, il teatro greco e la Metafisica di Aristotele in giapponese. Pagine e pagine ricoperte da file di ideogrammi, alcuni sottolineati in rosso. Shozo Doi mi aveva spiegato il senso della lettura, verticale, dall’alto in basso e non da sinistra a destra, alla maniera occidentale. Su un foglio, aveva schizzato degli ideogrammi: il fuoco, l’albero, l’acqua, il maschile e il femminile. – Vedi - diceva con quel suo modo di parlare non privo di imprecisioni grammaticali - segni sono nati da immagini di cose, stilizzate, sempre più semplificate, poi unite fra loro. Così per il mare, la "madre d’acqua". Così per parole più astratte, come "divisione": una freccia che separa, manda in frantumi. O per parole intraducibili come koto-ba, parola-foglia, parola-anima. Ogni parola ha la sua anima. In Occidente c’è troppa carne, troppo sesso, manca delicatezza. La vostra lingua non calma: parole fanno violenza a cose. -

Eppure quel mescolarsi di alfabeti diversi, immagini e lettere, scritture orientali e occidentali, Mishima e Foucault, Basho e Campanella, avevano prodotto soltanto un’immensa stanchezza.

Shozo Doi non era mai riuscito a immaginarsi la vecchiaia. Non riusciva a vedersi da vecchio, ecco tutto. Diceva che trentatré anni di vita gli sembravano abbastanza, ormai aveva vissuto anche troppo. - Il guaio è che persone nel mondo sono troppe e vivono troppo a lungo. Kenko l’aveva detto: non bisogna vivere oltre i quarant’anni. Lui si sentiva stanco. Non dormiva, Shozo Doi, erano anni che non dormiva, da quando non se lo ricordava, certo dalla morte del padre. O forse da quando aveva fallito il concorso all’università, e anche quello per l’Istituto Superiore di Studi Storici: c’erano posti riservati agli stranieri, il nome di suo padre era conosciuto. Era stato uno storico, suo padre. - Il più romantico pazzo storico – diceva. - Laureato all’Università Imperiale di Tokyo, poi Ufficiale di abbagliante Esercito Imperiale Nipponico della Sacra vergine Terra dell’Isola d’Oro. S.V. Comandante della truppa di mitra in trincea, senza mai ricevere una pallottola, segregato in bunker di isoletta deserta adiacente a Nagasaki. Lo vedo, il suo capo d’elefante della memoria fasciato secondo autentico stile Kamikaze, pronto ad essere mitrariato. Urla, sabel puntato verso il Cielo, Totsugeki! All’assalto! Tenno, heika, Banzai! Era davvero pazzo... Anche mio nonno era stato militare, ricordo grande casa con palestra di arti marziali. Ma mio padre, autore delle ricerche storiche su Gesù Cristo. Lui, futuro marxista... Quando la Dea Amaterasi illuminò il Cielo del massacro di Nanchino - duecentomila uomini e donne violentate - si rese conto. Allora non poté più considerare ingenuamente addestramenti militari. Poi, negli anni ’60, diventò filocomunista, segretario dell’Associazione Giapponese Storici di Sinistra, scrisse saggi su lotta di classe, fece ricerche su Spartaco come primo eroe comunista. Dell’Italia lo affascinava la resistenza. Era ancora professore di liceo quando partì per la Sicilia in nave, e proprio allora vinse cattedra: ci andò mia madre al posto suo.

Quando avevo diciannove anni prese suo anno sabbatico per accompagnarmi in Italia - voleva che fossi né troppo giovane, né troppo vecchio. Mi portava sulle tracce del municipium splendidissimum, la città quadrata ai tempi di Silla. O della "cerchia antica" di Cacciaguida, partendo dal castello d’Altafronte, in riva al fiume. Seguiva un perimetro ideale, cercava il sito delle dodici porte e postierle. Mi parlava della città com’era allora, con le fosche case patrizie, le austere case-fortezza, e più di centocinquanta torri. Mi leggeva la Commedia in italiano. Io immaginavo la discordia che si agitava fra quelle mura, lo scisma che serpeggiava per colpa di individui violenti, superbi, lussuriosi. Era qui che Dante si era immaginato la "città dolente".

Allora io leggevo Foucault che secondo mio padre contava niente e anche questo era motivo di attrito fra noi. Comunque grazie a sua fama ho avuto il sostegno di qualche storico - l’unico sostegno morale in questi lunghi anni.-

E poi anche quell’Istituto si era rivelato corrotto, il concorso truccato, il posto assegnato fin dal principio. Shozo Doi aveva aspettato per mesi una risposta che tardava ad arrivare, non gli dicevano che era stato escluso, non gli dicevano niente. E lui continuava a chiedersi cos’era cambiato in quella città dai tempi in cui per tremila libbre d’oro si poteva succedere sulla cattedra di San Zanobi.

Così gli anni passati in Italia a studiare Bruno e Campanella si erano conclusi con un disastro accademico. Anche gli articoli pubblicati su qualche rivista erano usciti pieni di refusi - non aveva neppure ricevuto le bozze da correggere - e aggiunte di frasi che lui non aveva mai scritto, frasi che ripudiava, che anzi si era accanito a barrare a penna. Così, là dove la redazione della rivista aveva titolato Il pennello e la mano: l’intricato impero dei segni d’Oriente, lui aveva scritto, a penna, mors ultima ratio, cancellando il resto. Insomma tutto non era stato che un grande pasticcio.

Alla fine, l’unica cosa di cui si sentiva soddisfatto, era un libretto di poesie. Dedicato a sua madre, Michiko. L’aveva pubblicato grazie a un pittore incontrato per caso a ferragosto, mentre camminava per la città vuota. Avevano messo insieme immagini e parole e dopo qualche mese il libro era uscito, stampato da una tipografia locale.

Di tutto il resto, era rimasto solo un gigantesco vuoto di memoria. - Non ricordo più niente - diceva Shozo Doi passandosi le mani sugli occhi, facendole scivolare sul viso, sui capelli come per scacciare via qualcosa -. E’ gigantesca amnesia. -

Si sentiva stanco ed era andato all’ospedale, un medico l’aveva visitato dicendo che doveva assolutamente dormire, e gli aveva prescritto dei sonniferi. Con quelli Shozo Doi riusciva a dormire almeno sei ore, sei ore di buio, di vuoto, di inesistenza. Senza sogni. Poi quando riemergeva alla coscienza i pensieri erano lì, pronti a riprenderselo: la madre rimasta sola in Giappone, la sorellina handicappata morta giovane, il disastro accademico.

Era stanco, avrebbe voluto addormentarsi. - Se non dormo, ho il freddo nel cervello - diceva e intanto socchiudeva gli occhi, abbassava le palpebre, faceva il gesto di abbandonarsi, di scivolare nel sonno con una espressione di voluttà. Avrebbe voluto dormire, dormire a lungo e non svegliarsi più.

Dal medico non era tornato, però aveva trovato una farmacia che vendeva sonniferi senza prescrizioni, così aveva acquistato di nuovo il sonnifero, a un dosaggio superiore: non più 0,025 grammi, ma 0,125 grammi per compressa. Shozo Doi era molto soddisfatto di quel salto di dosaggio: per lui era una conquista, una meta raggiunta. - Se ingoio tutte le compresse, pensi che riuscirò a morire? Su istruzioni c’è scritto che ingestione del sonnifero anche in dosi massicce non ha conseguenze letali. Ma se le ingoiassi tutte? Forse scivolerei in sonno profondo, sonno da cui non mi risveglierei più. Però devo essere sicuro di morire, non rovinarmi stomaco e basta, non distruggermi apparato digerente e poi continuare a sopravvivere. No, deve essere una cosa ben fatta, un gesto semplice e risolutivo, non come mio padre che ci ha messo tre anni per morire. Sono tornato in Giappone per lui, ho lasciato studi e compagna perché stava morendo, ma malattia ha messo tre anni a distruggerlo.

Intanto mia madre cercava di stringermi ancora di più a sé, coltivava affetto morboso. Quando c’era sorellina era ancora sopportabile. Si occupava molto di lei, la portava tutti i giorni in macchina nell’unica scuola di Tokyo adatta ad accoglierla. E’ morta a diciotto anni. Si chiamava Sumire, Violetta. Allora è peggiorato tutto. Ancora oggi, mia madre scrive lettere amorose, come se fossi suo innamorato. Perciò sono ripartito, mi sono strappato a lei con violenza. Intanto la mia compagna aspettava che tornassi. Mi ha aspettato per due anni. Le donne sono egoiste e possessive, lei e mia madre mi hanno conteso fino alla fine, ma in questa lotta sono uscito io distrutto.

Sì, deve essere una cosa ben fatta, almeno una cosa riuscita nella mia vita. In gita scolastica a Kyoto, ogni volta che entravamo in tempio zen un bonzo ci ricordava diversi modi di morire. Colpito da fulmine, inghiottito dal mare, schiacciato da frana, precipitato in voragine, arso da fiamme, morso da serpe velenosa, trafitto da lancia acuminata o avvelenato da nemici...Continuava per un bel pezzo sua litania, e noi ascoltavamo in silenzio. Qualcuno aveva provato, qualcuno c’era riuscito davvero. A scuola media, compagno molto bravo in ginnastica, alto, muscoloso, si era ucciso a Shin, quartiere di grattacieli. Cosa avrà sentito quando si è buttato nel vuoto? Avrà avuto sensazione di volare? Di fare sua ultima capriola? Non aveva carta d’identità con sé e corpo è rimasto non identificato per tre giorni. Non bisogna dimenticare documenti, questo è essenziale, è come quando si parte per un viaggio. Ma prima ancora c’era stato Mitzo, compagno della scuola elementare: investito su strisce pedonali da auto pirata. Corpo sollevato in alto, era rimbalzato sulla carrozzeria della macchina, per ricadere sull’ asfalto. Mitzo non aveva perso i sensi, neppure la memoria, ricordava anche suo nome. Ambulanza l’aveva portato in ospedale e là era morto il giorno dopo. Che fortuna, senza sangue né niente.

E’ dall’età di diciassette anni che penso al modo migliore per morire. A Tokyo avevo scelto palazzo alto, dove si poteva salire senza essere notati, tutto il tetto era grande terrazza che dominava città. Ma ci vuole coraggio per buttarsi nel vuoto. Se fossi americano avrei sicuramente pistola, e non paura di puntare canna contro tempia e premere grilletto. E’ solo un attimo, e si risolve tutto. Se fossi occidentale, troverei forse modo originale di morire. Come quel ragazzo che in vespa ha raggiunto campo fuori città, e scelto albero di olivo solido per legare una corda. Ha legato altro capo intorno al collo. Poi è risalito sulla vespa, ha acceso il motore e accelerato al massimo. Coraggioso.

Non voglio fare scempio del mio corpo, tagliare polsi o appendermi. Quelli che si tagliano polsi non vogliono morire davvero, è solo inganno, messinscena per chi resta. Io non voglio vedere sangue. Non mi disastrerò. Kawabata si è ucciso col tubo del gas, è vile, non ti sembra? Giappone è fatto di merci, giapponesi sono maniaci di manuali, quando li perdono non sono capaci di fare alcunché. Io ho sempre fatto a meno, sono un eretico. Ma l’ultima volta, entrando in grande libreria, a Shin, non ho resistito alla tentazione di consultare il Manuale del perfetto suicida : dedicava molta attenzione alla tecnica e concludeva con una parte dedicata all’ Estetica del cadavere. Mi sono fermato a leggere, fra gli scaffali, e la gente dopo un po’ ha cominciato a guardarmi con sospetto. Ma ho trovato cose che sapevo già : farmaci non sono tanto sicuri, col sonnifero non si riesce, percentuale di rischio non è alta. A meno di non fare miscela con altri farmaci... No, la cosa migliore, diceva il manuale, è buttarsi nel vuoto. Bisogna trovare edificio abbastanza alto. Tokyo Tower è l’ideale: ma si rischia che qualcuno veda e dia l’allarme, facendo accorrere pompieri e ambulanze a sirene spiegate - tutti decisi a salvarti. E a interrogarti, poi. "Volevo buttarmi giù perché ho l’ulcera", ha risposto così, al modo kenkoniano, recente aspirante suicida. No, meglio edificio anonimo, ci vogliono almeno sette piani, bisogna stare attenti a non beccare camminanti, a non cadere su macchine; meglio puntare all’asfalto o al cemento, e non si sentirà dolore, assicurava il manuale. E non dimenticare di togliersi le scarpe. Giapponesi sono abituati a togliersi le scarpe quando entrano in casa; così, anche per varcare la soglia dell’al di là se le tolgono educatamente. La forma è importante, non va dimenticata, soprattutto in punto di morte. Perciò a volte, sui palazzi di Shin, si vede un paio di scarpe messe per benino, l’una accanto all’altra.

Ci sono edifici abbastanza alti in questa città? Forse il campanile di Giotto, coi suoi marmi policromi … O la cupola del Brunelleschi, dal profilo archiacuto, arditamente curva, di bellissimo disegno rinascimentale … Una volta ho sentito che un uomo si era buttato da lassù. Non è difficile, ho controllato, basta scavalcare la ringhiera e lasciarsi scivolare sui costoloni. Ma poi si rischia di precipitare fra turisti, ritrattisti, caricaturisti, tutti gli pseudopittori che affollano la piazza. -

No, meglio la balaustra che corre internamente alla cupola, diceva Shozo Doi, e raccontava di quella volta in cui si era vestito in modo elegante, giacca blu e camicia intonata, orologio di stile classico al polso. Come per un appuntamento importante. O forse un viaggio d’affari. Sì, era un affare quello che doveva concludere, un affare che si trascinava da molto tempo, una partita da chiudere. Così si era confuso con la fiumana dei turisti, aveva fatto pazientemente la fila, pagato il biglietto. Diecimila lire per varcare quella soglia, non era poi tanto caro.

Era salito fino alla prima balaustra. Le scale erano strette, coi gradini in pietra e le pareti ricoperte di graffiti. La città si insinuava dalle feritoie, ridotta ormai a filamenti di luce. Era tridentata, arpionata; ormai, non poteva più ferirlo.

Prima ancora di affacciarsi sul ballatoio, Shozo Doi aveva avvertito una sonorità strana: un vortice di parole sommesse, suoni, preghiere, implorazioni. Tutto riecheggiava, vorticava fra le pareti ottagonali della cupola. E pareva che le scene del Giudizio Finale si animassero: angeli suonavano le trombe, demoni cornuti impugnavano i forconi, li infilzavano in un groviglio di corpi scomposti che cercavano furiosamente di restare aggrappati alla terra. Ma già scheletri ghignanti brandivano la falce, mostri marini serpiformi sibilavano, belve dal capo canino brandivano mazze, diavoli inforcavano teste di dannati, demoni trifrontri con ali pipistrellari addentavano membra umane tra fauci spalancate, grondanti sangue. Corpi nudi si piegavano sotto il peso delle croci mentre, più in alto, creature divine circondate da cortei di angeli rifulgevano di luce. Tutto produceva un frastuono sordo, confuso e disperato.

Era salito fino alla seconda balaustra, Shozo Doi, aveva camminato rasentando gli affreschi. E lì, i forconi se li sentiva addosso, i dannati urlavano più forte, i draghi mugghiavano, i diavoli sghignazzavano sarcastici, mentre i profeti gridavano le loro profezie. Lui si passava le mani sugli occhi per scacciare quelle visioni, ma lo strepito aumentava sempre più, lo stordiva, lo risucchiava. Un angelo con la barba bianca gli andava incontro mostrando la clessidra. Sì, il suo tempo stava per scadere.

Una parte della balaustra non aveva protezione. Un cancellino ne impediva l’accesso, ma non era difficile scavalcarlo, mancava la sorveglianza. Lì la soglia si riduceva sempre più, era solo un parapetto di pietra dalle colonne sottili. Non era difficile sporgersi e lasciarsi scivolare nel vuoto. Bisognava stare attenti a non beccare camminanti, qualche turista che si aggirava là sotto, ignaro. Una girandola di mosaici multicolori e marmi policromi gli sarebbe vorticata davanti, per qualche istante, prima di spegnersi nel buio.

Un inserviente dell’Opera del Duomo sarebbe stato pronto a testimoniare sulla morte di quello straniero elegante che gli aveva chiesto dov’era l’ingresso per salire alla Cupola. Non ho notato niente di particolare, avrebbe detto, niente di cui insospettirsi, tranne forse il suo sguardo: assente, un poco allucinato, perso nel vuoto. Però lo avrebbe dimenticato subito, intento a controllare i turisti che facevano la fila, timbravano il biglietto nell’apposita macchinetta prima di infilarsi su per le scale. Finché ci sarebbe stato quel rumore, fortissimo, simile all’esplosione di una bomba. Il fagotto in terra, a pochi metri da lui, era un corpo umano: ci avrebbe messo un po’ di tempo per capirlo. Ciò che resta di un corpo umano dopo un volo di quarantacinque metri. Senza neppure un grido.

Il passaporto, nella tasca interna della giacca, avrebbe permesso un’identificazione immediata. Le autorità si sarebbero fatte carico di avvisare i familiari. Ma c’era un particolare che la cronaca avrebbe giudicato bizzarro : lo straniero, sebbene vestito di tutto punto, era scalzo. Le sue scarpe erano rimaste sulla balaustra, ben allineate, l’una accanto all’altra.

E poi, qualcosa lo aveva fermato. - Non sono ancora pronto per morire - diceva Shozo Doi. - Vorrei sopravvivere ancora qualche anno per scrivere. Cinque anni basterebbero per terminare il saggio su Campanella, l’articolo su Pasolini, lo scritto sull’occidentalizzazione del Giappone. Sì, cinque anni sarebbero abbastanza. Ognuno ha il suo tempo. Ognuno ha il suo corpo, la sua anima. -

Quella sera Shozo Doi aveva fame, io avevo due mandarini in tasca e gliene avevo offerto uno. Ma lui si era rifiutato di mangiarlo, dicendo che lo avrebbe portato con sé a Tokyo, che lo avrebbe portato a Mosca, dove l’aereo doveva fare scalo: un mandarino poteva conservarsi a lungo. D’estate gli avevo offerto una susina e lui l’aveva messa nel congelatore, era diventata dura ma non aveva perso il suo giallo brillante. "In cambio del frutto d’estate", aveva scritto a mo’ di dedica sul suo libretto di poesie.

Più tardi, nel piccolo appartamento di là dal fiume, con spirito di improvvisazione cucinava qualcosa di giapponese. Aveva tirato fuori una scatola di latta che conteneva delle alghe, per farle rinvenire nell’acqua, e intanto si aggirava per la cucina con movimenti rapidi e scattanti. Alla finestra c’erano alcuni ideogrammi tracciati con inchiostro nero su grandi fogli bianchi, una citazione da Confucio: "Armonizzarsi, ma non identificarsi". - In che lingua pensi? - gli avevo chiesto quella sera. - Io non sono sicuro di pensare col linguaggio. Cosa deve succedere? Arrivano parole? Frasi? C’è forma di pensiero più profonda, legata al corpo, al movimento. Nietzsche diceva bisogna diffidare di pensieri che ci vengono nell’immobilità.- Intanto armeggiava intorno ai fornelli, stava cucinando houdan con alghe marine. Sul tavolo aveva messo due tovagliette di paglia verde, apparecchiato con bacchette di legno e piatti e scodelle di ceramica giapponese con motivi floreali su sfondo azzurro. Così avevamo mangiato houdan con alghe fra giornali, boccette di tranquillanti e cartine di sonniferi ammucchiati in un angolo del tavolo.

Da quel viaggio in Giappone, per le feste natalizie, Shozo Doi era tornato ancora più stanco. Era stato dalla madre, ma gli faceva male vederla sempre più piccola e curva, chiusa nei suoi pensieri ossessivi, preoccupata soltanto di trascorrere bene la vecchiaia. Impossibile ritrovare il senso della famiglia, ormai era distrutto, neppure una volta avevano mangiato insieme. E lì, nell’appartamento della sua infanzia, c’era un’aria funesta, aveva detto strascicando i suoni. Un’aria funesta, aveva ripetuto soddisfatto di quell’espressione.

Cosa aveva fatto, quel mese, a Tokyo? Niente, non aveva visto nessuno, rivedere i vecchi amici significava parlare del passato, perciò lui li evitava. In quel multiluogo che era Tokyo stava rinchiuso in casa a sistemare le sue carte. Quanto a cercare lavoro non era più possibile. - Una volta che esci dal sistema sei finito – diceva - ecco io sono un uomo finito, sono consumato. - Allora cercavo di rassicurarlo, cominciando a elencare possibilità di lavoro: traduttore, interprete, corrispondente per giornali giapponesi. Puoi mettere a frutto il tuo bagaglio filosofico, la tua cultura. Ma lui si scherniva, rideva. - Cosa vuoi che sia la cosiddetta cultura, è veramente misera. E poi basta, non ho più fiato. –

Bisogna voltare pagina, insistevo io. Lui rideva, sarcastico . - E’ una bella metafora, questa vostra, metafora dell’occidente attaccato alla sua cultura libresca; noi diciamo invece che la carta è avvolta, ripiegata su se stessa come pergamena che non cessa di srotolarsi perché intanto l’ altro lembo si riavvolge. Non si cambia mai, è soltanto un’illusione. -

Ma la vita non ha un valore? chiedevo allora. - Comincio a dubitarne. Vorrei solo finire bene, morire da poeta - diceva scandendo le parole -. Morire bene, i giapponesi sono maestri nell’arte di poetare prima della morte: come guerrieri samurai che, prima di fare harakiri, recitano un poema, sunto della loro vita. E poi in fondo, cos’è la scrittura, ogni scrittura, se non testamento, tentativo di lasciare tracce, di salvare qualcosa dalla morte? Dedicare la vita a servire il signore, come i samurai - è più estetico, più puro. E per il signore essere pronti a morire: fare harakiri è modo di salvare l’anima. La morte assicura l’onore. Ma qui da voi, in Occidente, la morte è morte, fine di tutto. -

L’unico giorno di vacanza era stata quella sosta improvvisa a Mosca, diceva Shozo Doi. L’aereo aveva fatto scalo prima di proseguire per Roma. Conosceva l’aeroporto di Mosca così bene, ormai, in quell’aeroporto poteva sentirsi a casa. La città, invece, non l’aveva mai vista. Ma quella volta il volo era stato annullato, forse c’erano pochi passeggeri, li avevano alloggiati in un hotel che offriva anche un giro turistico. Lui sul pullmann aveva abbassato il finestrino per respirare aria di Mosca, poi era addirittura potuto scendere per camminare nella piazza Rossa, e sentire l’infinità dello spazio russo e come un Tolstoi, un Dostoievski fossero potuti esistere solo in quell’orizzonte. Aveva visto la tomba di Lenin, come si diceva? m-a-u...s-o...l-e-o, non riusciva a pronunciarla quella parola, la ripeteva fra sé più volte, m-a-u-s-o-l-e-o, m-a-u-s-o-l-e-o, m-a-u-s-o-l-e-o, scivolando a fatica fra le vocali. Insomma là ormai c’era solo una guardia, e anche quello era il segno di qualcosa che finiva.

Al ritorno aveva conosciuto una ragazza che leggeva Mishima e parlato con lei per tutta la durata del viaggio. Così non si era preparato psicologicamente all’arrivo in Italia, del resto non pensava mai al Giappone quando era in Italia, così come non pensava mai all’Italia quando era in Giappone. - Ho imparato a dividere - diceva. All’aeroporto di Fiumicino aveva accompagnato la ragazza alla sua auto nel parcheggio, e scoperto così quella costruzione a sei piani. - Si può salire fino all’ultimo, senza dare nell’occhio. Ho guardato bene, là sotto c’è il cemento, là si muore di sicuro. Così il mio viaggio ha avuto almeno questo scopo: ho trovato altro luogo oltre alla cupola.-

C’era qualcosa che mi sfuggiva della vita di Shozo Doi. Diceva che non lo lasciavano in pace, si sentiva pedinato, spiato, riceveva strane telefonate.

Negli ultimi tempi, gli era venuta l’ansia di cambiare casa. Si lamentava perché i vicini erano rumorosi: nell’appartamento accanto c’era la brasiliana che gridava e, sopra la sua testa, una famiglia di napoletani che non la smetteva di litigare. Come se non bastasse, a pian terreno c’era un locale notturno. Shozo Doi metteva i tappi di cera nelle orecchie, ma anche quelli non bastavano, i rumori passavano attraverso, le pareti di casa vibravano. Fino alle tre o alle quattro del mattino non riusciva a dormire. - Da lunedì comincio seriamente a cercare casa - diceva. - Mi trasloco. -

C’è troppo rumore? Chiedevo io. Ma lui rideva a quella domanda. - E’ che non mi lasciano in pace, ripeteva. Bisogna che trovi un po’ di pace in questa città, che ricominci a lavorare. Devo far funzionare la mente: è l’unico spazio che non possono rubarmi. Bisogna che riveda l’articolo su Pasolini. Poi posso anche morire. Mi trasloco, rimetto l’articolo, muoio. Preferisco morire piuttosto che tornare in Giappone. Nella mia terra, l’Isola d’Oro, mi sentirei comunque straniero. Ormai sono straniero dappertutto, a maggior ragione qui, non posso certo nascondere miei tratti, porto diversità scritta in faccia.

Una sera Shozo Doi aveva raccontato. Camminavamo per le strade buie della città antica ed era freddo, era febbraio. Lui, silenzioso, esitava. Poi aveva detto, tutto d’un fiato: - Un giorno d’estate di alcuni anni fa sono stato rapito da tre agenti in borghese. Hanno fatto irruzione a casa la mattina presto, chiedendomi di seguirli. Io non avevo niente di cui preoccuparmi, perciò sono salito in macchina con loro. Certo, sospettavo di Monica, era stata di sicuro lei a denunciarmi, quella ragazza incontrata allo Yabb. Ragazza di origine slava, collo di cigno e viso di bellezza insostenibile. Mi passava accanto senza parlare, più volte, mi guardava silenziosa, finché io le ho detto ciao. Ragazza strana, Monica, anche quando abbiamo cominciato a vederci era sempre chiusa in se stessa. Diceva che voleva scrivere. Sì, doveva essere stata lei a denunciarmi. E per cosa? Per quello schiaffetto che le ho dato sulla guancia, quando abbiamo cominciato a litigare? Per averla chiamata stronza quando ci ha fermato la polizia, mentre la seguivo sul corso e le chiedevo perché non voleva più vedermi e lei invece urlava. Quando macchina della polizia si è fermata, lei è saltata dentro come fosse taxi, si è seduta sul sedile posteriore, chiudendo la portiera con la sicura. Monica, dì che mi conosci, imploravo mentre i poliziotti mi chiedevano documenti, permesso di soggiorno e tutto il resto. Lei niente, impassibile. Sì, non poteva che essere stata lei a denunciarmi, quella donna è pazza. Ma uccidermi sarebbe stato più onesto, invece di mettere in atto delitto passionale molto ragionato.

L’ho detto a voce alta, nell’auto della polizia che mi conduceva non so dove, e l’autista ha ripetuto: sì, è pazza. Mi hanno portato alla stazione, nei locali della polizia ferroviaria. C’è una denuncia contro di lei, Shozo Doi, per presunte molestie ad una ragazza, ha detto poliziotto in divisa, tendendomi un foglio da firmare. Io non mi riconoscevo in quelle accuse: diffamazione, violenza e altro ancora, e mi sono rifiutato di firmare. Allora mi hanno fatto entrare in una stanza accanto, e lì un poliziotto mi ha riempito di colpi, sfinito di botte finché strisciando sul pavimento ho detto firmo, sì, firmo. Anche se non mi riconoscevo nei capi d’accusa ho firmato per poter andare via e riavere libertà.-

Ora non rideva, Shozo Doi, non aveva più quella sua risata sarcastica mentre raccontava. Così era cominciato un processo che durava anni, si trascinava da un’udienza all’altra, i suoi amici erano venuti a testimoniare, ma l’avvocato l’aveva venduto ad un altro, c’erano documenti falsi, firme false, Shozo Doi aveva fatto una controdenuncia e questo rallentava ancora di più i tempi della giustizia italiana già di per sé lunghissimi. - Del resto non c’è da stupirsi, questo è un paese inaffidabile, diceva Shozo Doi, lo ha detto anche il primo ministro, seppure con tono surreale. In Giappone l’avrebbero subito costretto a dimettersi. - Intanto il processo si trascinava. - Mi hanno convocato tre volte, io sono andato per rispondere, ma non ho mai avuto la parola. Ora vorrei solo concludere, ma la prossima udienza è fissata fra otto mesi.- Aveva inviato anche una querela a Felice Casson, non conosceva l’indirizzo, aveva scritto soltanto Al Magnifico Magistrato- Magistratura di Venezia- Venezia - Italy. L’aveva spedita dalla zona dei grattacieli di Shin, a Tokyo, poco prima di partire, con le valigie si era trascinato fino alle poste, temendo di perdere l’aereo. La querela era lunga un centinaio di pagine, quasi una tesi di laurea, aveva passato tutte le vacanze a scriverla, a ricostruire vicende, elencare dettagli, descrivere persone. Si stava laureando in Scienze della persecuzione. Ma forse quel plico non sarebbe mai arrivato: perso ad uno scalo aereo, lungo un binario ferroviario, dissolto nel nulla grazie alla proverbiale inefficienza delle poste italiane. Invece, era giunto a destinazione. L’aveva verificato di persona, Shozo Doi, alla procura di Venezia. Anche là c’era la zampa visibile, anche là gli infiltrati avevano lasciato il segno: la targhetta col nome di Felice Casson era tutta ammaccata. Comunque, aveva fatto controllare in archivio: il plico, incredibilmente era arrivato. - Speriamo che facciano un’inchiesta seria – diceva - e arrestino tutti quanti. - E già si immaginava un processo al tribunale vicino al Ponte di Rialto, con centinaia di poliziotti, vigili, infermieri, impiegati del tribunale e delle poste - sì, anche loro, perché falsificano le date, quando vado a ritirare un pacco non mettono mai il timbro con la data esatta. Tutti quelli che ho denunciato, tutti quelli che mi seguono, mi telefonano e non mi lasciano in pace, tutti loro finiranno nei canali annegati, e i loro cadaveri galleggeranno nell’acqua melmosa. -

Ma il plico era stato rispedito alla zona di competenza, Bologna. Ancora lungaggini, beghe burocratiche. - La legge mi spada, diceva Shozo Doi, gli uomini giocano con qualcosa che è sacro. Devo fare il martire? Nel nostro tempo è abbastanza surreale.-
Intanto continuava a sentirsi spiato. Aveva bloccato il campanello di casa perché suonavano in continuazione, anche nelle ore più strane, con la scusa di consegnargli la pubblicità della pizza. I volantini della pizzataxi, telepizza, nonsolopizza, runnerpizza. I depliants con tutte le tariffe e le varie specialità si erano accumulati nell’ingresso, c’era una montagna di pubblicità di pizzerie che vantavano servizio a domicilio, lattina gratis, consegna gratuita, la pizza a casa tua in mezz’ora, quand’è l’ora della pizza chiama pizzataxi, la pizza più grande al prezzo più piccolo. Doveva strascicare i piedi fra queste cartacce per salire le scale, Shozo Doi, lui che amava la pizza, sì, ma con moderazione: gli sembrava sempre enorme, ci metteva un sacco di tempo a masticare, non riusciva a mangiarne che metà. E intanto giocava con coltello e forchetta, con quadrati di pizza ritagliati, parlava. Non riusciva a parlare e mangiare nello stesso tempo. Aveva bisogno di concentrarsi sull’una o l’altra cosa.

Anche il telefono suonava nelle ore più strane, soprattutto di notte. Ormai riconosceva le voci, erano sempre le solite. Fingevano di aver sbagliato numero, per esempio chiedevano di Veronica Marino, per confermare l’appuntamento dell’8 gennaio. Shozo Doi cercava di decifrare quelle frasi, era convinto che contenessero dei messaggi in codice: l’8 gennaio era il giorno della sua nascita. Oppure non dicevano niente, c’era solo silenzio al di là del filo, un silenzio indecifrabile, ed era anche peggio.

Quanto tempo avrebbe resistito, Shozo Doi? - Sono abituato ad essere controllato, diceva, mio padre mi sorvegliava. "Dio ti vede sempre, ricordatelo", ripeteva. Ora che è sceso dalla sua cattedra aurea e non c’è più, lui che mi trattava come buono a nulla, che godeva nel farmi sentire un verme, ma che scriveva una volta alla settimana dal Giappone esigendo una risposta e certo anche quello era un modo di controllarmi, ora che non c’è più, ci sono agenti in borghese che stazionano sotto casa mia. L’auto è del tutto normale, solo ha strana antenna e da quella la riconosco. - Era sicuro che entrassero in casa durante la sua assenza, le chiavi erano molto semplici e loro dovevano avere un passe-partout, i vicini potevano testimoniare. Quando usciva di casa ecco che incontrava qualcuno per le scale. Lei dove va? chiedeva Shozo Doi. Interno uno, diceva l’altro. All’interno uno ci stava una prostituta, riceveva per appuntamento, lavoro sicuro, a domicilio, solo clienti noti. Niente di cui stupirsi, del resto in Occidente la sessualità è solo un’emanazione di energia che non trova mai pace, diceva. Ma l’interno uno era solo un pretesto, ne era certo; in realtà, volevano spaventarlo. E sorvegliarlo: perciò avevano affittato l’appartamento di fronte al suo. Anche della vespa era stato costretto a disfarsi, perché la ritrovava con le gomme sgonfie, le ruote incatenate. Senza la vespa, si sentiva più leggero, meno visibile, gli sembrava di scivolare meglio. Perché ormai soltanto questo avrebbe voluto, Shozo Doi, nascondersi in quella città, sparire. - Io riesco sempre a pormi nei punti di maggiore contraddizione, diceva, ma ormai sono entrato nella macchinazione, ormai la mia vita è totalmente compromessa. Eppure non sono ancora pronto per morire. Ho ancora paura. E poi vorrei scrivere, prima, lasciare qualcosa della mia anima. Scrivere l’articolo su Pasolini per mettere sotto processo la cultura italiana. - Così diceva Shozo Doi, e intanto, un po’ di insonnia passava dalle sue notti alle mie.

Negli ultimi tempi Shozo Doi non usciva più di casa per paura di incontrarli. - Mi seguono dappertutto, stanno in agguato, sono infiniti, innumerevoli, mobilitati per me. Hanno diffuso voci false, piazzato telecamere lungo le strade, mi controllano sempre. Arrivano volanti sirenando, macchine della polizia mi si bloccano davanti, mi aprono le portiere addosso. Quando vado a fare la spesa ce ne sono almeno cinque. Passano davanti a casa, chiacchierano, mi vengono incontro. Qualsiasi persona dotata di razionalità se ne accorgerebbe. Al ristorante, occupano tavolo poco distante dal mio, li riconosco dalle facce, dai giubbotti, dai telefonini. Al cinema, potrei riconoscerli anche al buio della sala. Sto diventando una specie di educatore di poliziotti: loro non andrebbero mai a vedere un film di Ozu Yasujiro se non per seguire me. Del resto non c’è da stupirsi, fin dal Seicento questo paese si è specializzato in spie, tribunali, inquisizioni.

Talvolta chiamava per chiedere un favore, Shozo Doi: - Puoi leggere i giornali per capire i loro movimenti, io non posso uscire per comprarli. E per agirmi devo sapere cosa accade.- Oppure: - Puoi farmi un po’ di spesa? - O ancora: - Puoi venire qui, stare a casa mentre esco? Vado a fare due passi, vado in libreria, vado a fare delle fotocopie. Se ci sei tu sono tranquillo perché così non entreranno, non rovisteranno nei cassetti, non frugheranno fra mie cose. Promettimi che verrai, insisteva. Tu devi controllare tutto, perché io da solo non posso farcela. Devi aiutarmi a vincere questa battaglia giudiziaria.-

Quando aveva ritentato il concorso per il dottorato di ricerca, a Bologna, c’erano dei tipi fuori che lo aspettavano - senza contare i poliziotti in divisa alla stazione. Invece all’albergo era stato tranquillo, fuori dalla porta non si vedeva nessuno. Nel tema che gli chiedeva di parlare della questione romantica aveva messo un po’ di tutto, alla rinfusa, Goethe e Schiller, Foucault e Benjamin, di cui aveva appena letto Il dramma barocco tedesco. I giorni prima, invece di studiare per il concorso, si era sfinito a preparare un dossier di battaglia ed era arrivato distrutto, dopo aver preso una dose di sonniferi eccessiva. Aveva inviato alla procura di Venezia un altro dossier aggiornato, doveva essere una dissertazione inconfutabile, è importante verbalizzare la realtà perché rimanga, diceva. - Ho impegnato più di dieci giorni a scrivere questo memoriale, ho descritto tutto, articolato scientificamente in modo rigoroso. Dopo il dossier inviato a Venezia dovevo prendere un’altra iniziativa. Perché funziona: hanno smesso di sirenarmi, sono terrorizzati, sanno che stanno compiendo un reato. No, non c’è da fidarsi dei poliziotti in questo verminaio d’Italia.

Alla fine Shozo Doi chiamava per dire che non aveva più niente da mangiare. - Puoi comprarmi un po’ di riso o di pasta, poi ti rimborso.- Oppure chiedeva: - Posso venire a mangiare da te, loro non mi seguiranno, potrò stare tranquillo. Oggi non posso uscire, domani nemmeno, dopodomani sì. - Poi dimenticava il giorno fissato, ormai non ricordava più che giorno era, stava perdendo la cognizione del tempo. E quando cercavo di dirgli che tutto era solo una sua impressione, chiedeva: - Dimmi la verità, tu non c’entri niente con questa macchinazione, vero? Sto scoprendo che gli amici più cari, i più insospettati, sono infiltrati. - E quando insistevo perché uscisse, e reagisse a quei nemici immaginari, diceva basta, non mi torturare, sei tu che dici falsità. Sei un’infiltrata anche tu. E a cosa ti serve la filosofia se non ti ha neppure insegnato a distinguere il vero dal falso?

Poi un giorno aveva suonato il campanello e me lo ero trovato davanti. - Sono rimasto fuori casa, aveva detto. Hanno sfondato una finestra e manomesso serratura della porta, non riesco più a entrare. Ho fatto anche la spesa, ma ho dovuto lasciarla per le scale. Ho chiamato carabinieri, verranno fra un’ora. -

Aveva il viso sfatto, Shozo Doi, chiedeva qualcosa da mangiare. Si nutriva a piccoli bocconi, senza smettere di parlare, e intanto gocce di sudore gli imperlavano la fronte. Poi aveva chiesto di telefonare, e chiamato i carabinieri per avere conferma dell’appuntamento. Si muoveva chino, ormai ci vedeva poco, il sudore gli bagnava la camicia fino alla vita. Trascinava la sua cartella pesante, la portava sempre con sé, non poteva lasciare i dossiers a casa, pagine e pagine battute al computer, ma ormai anche il computer era sottocontrollo, diceva, come del resto il telefono . I files erano spiati, c’era un virus che consentiva di accedere al suo archivio. Poi, chiudendo bruscamente un dossier e fissandomi negli occhi, aveva ingiunto: - Dimmi la verità, anche tu sei infiltrata. Dimmelo, o ti do uno schiaffo. - La mano era levata, pronta a colpire.

Avevo cercato di rassicurarlo, con dolcezza. Se hai un appuntamento è meglio che tu vada, non farli aspettare. Lui aveva abbassato lentamente la mano, raccolto la cartella, e controllando l’orologio si era avviato verso la porta. Era sparito barcollando nella tromba delle scale.

Ormai lo pensava davvero, credeva che fossi un’infiltrata e non doveva chiamare mai più.

Al telefono non rispondeva. La segreteria non aveva più registrata la sua voce che con eleganza chiedeva di lasciare un messaggio, prima nella sua lingua, poi in italiano. C’era solo una voce metallica, femminile, che compitava in giapponese qualcosa di indecifrabile.

Non apriva neanche la porta. Le persiane erano abbassate. Accanto al campanello, il suo nome, scritto con inchiostro blu e seguito da qualche ideogramma, diventava sempre più sbiadito.

Seppi più tardi che Shozo Doi era riuscito a sopravvivere ancora qualche anno. Era morto alle soglie del nuovo millennio, a Tokyo, gettandosi da un grattacielo. Non senza, prima, aver affidato i suoi scritti a una casa editrice. Aveva appena compiuto trentasette anni.
Furono ritrovate le sue scarpe, ben allineate, l’una accanto all’altra.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 17 dicembre 2008