Facebook Storm Troops

Sergio Baratto



Il pezzo che segue è una specie di premessa al più lungo e ragionato post di Andrea Tarabbia pubblicato qui ieri.

All’improvviso ho capito perché c’è molto meno movimento intorno ai blog: si stanno buttando tutti su Facebook. Sono quasi tutti emigrati lì, verso forme meno raffinate e impegnative di cazzeggio. Vorrai mica paragonare lo sforzo di inventarsi un post di X righe a quello di scrivere una frasetta di quattro o cinque parole alla terza persona singolare?

(Chi credeva che il blog fosse un egotico immiserimento della scrittura sappia che la forma blog sta a Facebook come la forma romanzo sta a Cosmopolitan.)

Così adesso senza bisogno di feed puoi sapere se il tuo "amico" Trinculo Chuzzlewit che non vedi da tre anni si sta mettendo le dita nel naso o nel retto, se la tua "amica" Millicent Widebelly con cui hai condiviso mezzo seminario di semiotica otto anni fa ha commentato una foto dell’"amico" (suo, oltretutto, non tuo) Bubba Zampetti o se sta bevendo del vermouth con ghiaccio. Sai che me ne frega!

Come lo so? Ho aperto anch’io un profilo su Facebook. Non mi aspettavo che fosse una cosa così deprimente.

L’uso obbligato della terza persona singolare, poi, è sconcertante. Non puoi scrivere "Mi sto facendo una sega", devi per forza separarti da te stesso, in ossequio all’attuale volontà e strategia del biopotere, e dire schizofrenicamente "Pippo si sta facendo una sega".

E poi l’uso posticcio, unto e peloso del termine "amico", che dovrebbe essere limitato per legge dato il suo alto valore semantico ed etimologico (la radice, come tutti sanno, è la stessa della parola "amore"). Schiacci un bottone immateriale e più o meno è fatta: adesso "sei amico" di Pinco e di Pallino. Amico virtuale, beninteso. Va bene, queste sono sciocchezze. Mattiamo che siano sciocchezze (sono disposto ad ammettere che la mia lamentela sull’uso involgarito delle parole non è nemmeno tanto originale).

L’aspetto positivo, utile, è che davvero – con il fatto che sta spopolando – ci trovi gente che mai avresti immaginato di trovare su internet, vecchi amici di un altro secolo che improvvisamente puoi contattare e salutare. Spesso, nell’entusiasmo del ritrovamento, non ti chiedi come mai non vi frequentate più dal secolo scorso. Non pensi che, se vi siete persi di vista, forse è stato perché era venuto meno ogni interesse a mantenere i contatti. E tuttavia un saluto affettuoso a un vecchio compagno di banco ci può stare. Ci può stare anche se non hai la minima intenzione di ricostruire un legame inevitabilmente dissolto.

Ma questa è solo la parte sciocchina di Facebook. Gli aspetti allucinanti sono altri: proprietà e azionariato dai contorni ideologici inquietanti, costrizione dello spazio di libertà creativa tipico della Rete entro una griglia preordinata e indeformabile di comportamenti e percorsi "obbligati" (come scrive Andrea Tarabbia, «il protocollo di utilizzo di Facebook ti induce a fare dei determinati tipi di scelta: prima o poi pubblicherai una foto, prima o poi farai un test, dirai quali sono i posti che hai visitato, ti iscriverai a un gruppo e diventerai fan di quello scrittore o quel cantante. È una sorta di patto: d’altronde, se vuoi far qualcosa su ’sta cazzo di paginetta devi pur utilizzare quello che ti viene messo a disposizione»), uso disinvolto dei dati personali per la disseminazione di mindfucking pubblicitario ecc.

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La privacy secondo Facebook (i corsivi sono miei):

«Facebook può anche raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di messaggistica istantanea e altri utenti su Facebook attraverso le funzionalità del servizio (ad esempio i tag delle foto) per offrirti informazioni più utili e un’esperienza personalizzata. Usando Facebook, acconsenti che i tuoi dati personali siano trasferiti e trattati negli Stati Uniti».

«Facebook può trasmettere a terzi le informazioni presenti nel tuo profilo senza tuttavia comunicare la tua identità. Tale procedura viene utilizzata, ad esempio, per individuare quante persone in una rete amano un determinato gruppo musicale o un film e per personalizzare la pubblicità e le offerte promozionali che ci consentono di tenere in vita Facebook. Riteniamo che questo sia anche nel tuo interesse. In questo modo puoi sapere cosa succede intorno a te, e i messaggi pubblicitari saranno più vicini ai tuoi interessi. Ad esempio, se indichi un film preferito nel tuo profilo, noi possiamo consigliarti in quale cinema trovarlo nella tua città. Il tuo nome, tuttavia, non verrà comunicato alla casa cinematografica [Ci mancherebbe altro!]

«Chiunque desideri disattivare il proprio account Facebook, può farlo dalla pagina "Il mio account". È possibile che le informazioni rimosse rimangano memorizzate in copie di riserva per un periodo di tempo [quanto?], ma generalmente non saranno disponibili ai membri di Facebook.»

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Per farsi un’idea delle questioni in gioco, non c’è nemmeno bisogno di andare a frugare nei recessi antagonisti della Rete. Basta anche solo il sommario della rubrica Tecnologia sul sito della Repubblica: "Facebook, ecco la pubblicità ’virale’. Gli utenti diventano fan dei brand", per esempio, dove si possono leggere perle come questa: «Aiuteremo le marche a diventare parte delle conversazioni quotidiane»; oppure "Noi, ostaggi a vita del network", dove si scopre che è molto facile aprire un account su Facebook, ma è quasi impossibile cancellarlo (e cancellare i propri dati personali).
Ma ci sono anche altre cose interessanti da leggere: come questo lungo articolo uscito sul Guardian un anno fa (qui l’originale inglese), in cui si scopre tra le altre cose che il vero deus ex machina di Facebook non è il ventiquattrenne Mark Zuckerberg ma il quarantenne Peter Thiel, capitalista d’assalto-filosofo di fede estremamente neoconservatrice virata al visionario.
O questa lucida riflessione sulle meccaniche semantiche e l’essenza "spirituale" di Facebook. E quest’altra. Oppure ancora questa.

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Qual è la missione? L’assalto, la conquista e il controllo del tempo individuale. Cosa sono Facebook e in generale i social network? Le truppe d’occupazione della merce autoritaria.








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 14 dicembre 2008