Lo haiku ai tempi di twitter

Susanna Tartaro



Nel nostro tempo occidentale, dove tutto è permesso e le regole sembrano fatte per essere aggirate, appare maestosa una figura misconosciuta, il padre degli haiku moderni e il teorico del rigore e della metrica: Masaoka Tsunemori.
Si fa chiamare Shiki, cioè “cuculo”, l’uccello che secondo la tradizione giapponese canta finché muore. A undici anni scrive il suo primo poema e a quattordici anni fonda un gruppo poetico.
Si diploma, lascia gli studi universitari e rinuncia alla borsa di studio. Si consacra agli haiku, compone varie raccolte, fonderà la rivista letteraria “Hototogisu” (cuculo).
Nel 1894, già malato, è corrispondente per il suo giornale della guerra cino-giapponese.
Al contrario di Matsuo Basho, suo amatissimo maestro e grande camminatore, e di Santoka, Shiki potrà camminare pochissimo.
La sua breve esistenza – morì a trentacinque anni – può misurarsi in pochi tatami, quelli della stanza dove era costretto a letto.
E in quello spazio angusto, povero e solitario, compone in forma di haiku la sua lotta contro la malattia e la sua voglia di vivere, il suo addio alla vita e la sua rabbia.
Nello stretto rispetto delle regole poetiche dello haiku e servitore di un’ideale precisione nella composizione da lui stesso canonizzata, occupandosi in chiave moderna dell’esistenza umana, Shiki ci porta in un mondo struggente, raffinato, disperato.
E cadenzato da ore sempre uguali, come in questi tre haiku:

Alle quattro i corvi
alle cinque i passeri
dalla notte d’estate il giorno spunta

Dopo aver ucciso la mosca
un momento di pace
nella piccola camera

La lampada della camera vicina
si è accesa anch’essa
notte fredda

Forte come un guerriero, Shiki, che era figlio di un samurai, conosce la rinuncia e la solitudine:

Nel mio andarmene
nel tuo restare
due autunni

Leggere haiku significa incatenarsi a una trasparente verità sulle cose, così priva di superficialità eppure così fulminante.
La brevità di un haiku, i cui tre versi occupano meno dei 140 caratteri di un tweet, si unisce all’istantanea fotografica che intrinsecamente rappresentano.
Con solo tre ku, di 5-7-5 sillabe, poeti e filosofi zen, da più di trecento anni, uniscono twitter e instagram in un colpo solo.
Una cultura così lontana e algida eppure così tangibile e calda.
Contemporanea.
Lo haiku ai tempi di twitter?
Sì. Come qui, dove è possibile, per me, intravedere l’estate dei campi appena arati, il tramonto e, forse, lo smartphone che invierà foto e relativo sms a un altro smartphone:

Amo il sole basso
sui campi spogli
nel palmo della mano.

(Seishi, 1901-1994)

[La prima parte è qui]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 7 febbraio 2014