L’insopprimibile desiderio di essere taggati

Andrea Tarabbia



Questa è la stagione di Facebook. C’è stata una stagione MySpace, una stagione MSN, una stagione Splinder (o Blogspot o qualcos’altro, l’importante è che si capisca che mi sto riferendo ai blog), una stagione Anobii (in tono un po’ minore, a dire il vero), una stagione Flickr, una stagione Youtube (che dura tuttora, ma che è ormai passata di livello: Youtube è ormai un patrimonio del linguaggio quotidiano, del vocabolario, e dunque non rappresenta più quel nuovo di cui vale la pena parlare). Molti anni fa, ci fu una stagione Commodore, e una Nintendo, e una Sega Megadrive. Poi ci fu quella macchinetta infernale che si chiama cellulare, poi l’ipod e così via, all’infinito. Se ci penso, con cadenza quasi regolare, ogni anno intorno ai mesi estivi – che sono un fenomenale trampolino commerciale verso il Natale – c’è la stagione di qualche supporto tecnologico o internet che, per qualche motivo che non conosco, riesce a monopolizzare l’attenzione dei media, e dirotta i discorsi su se stesso anche quando si è al bar con gli amici.
Tutte queste stagioni, va da sé, passano e invecchiano, i loro protagonisti tecnologici diventano fossili di silicio di cui non vale quasi più la pena parlare. Anzi, spesso, con la furia iconoclasta degli smanettoni, una volta passata l’onda di entusiasmo nei loro confronti, li si «chiude» senza pietà.
In questi giorni, leggo sempre più spesso delle considerazioni su Facebook che mi colpiscono. Mi colpiscono anzitutto perché, molto semplicemente, vengono scritte. Dopodiché, mi colpiscono perché sono quasi sempre delle interessanti disquisizioni ai limiti del semiotico sul significato di questo social network: c’è chi ne indaga la portata appunto sociale, chi invece fa analisi per così dire linguistiche, chi ancora ne scopre e rileva i rischi per la salute, chi ne mette in evidenza il sottofondo biecamente commerciale e terribile. Mi sembra di poter dire che mai come in questo 2008 un portale internet abbia attirato l’attenzione e le analisi come sta facendo Facebook.
Mi sto domandando il perché da qualche giorno, e faccio francamente fatica a orientarmi. Mi ha impressionato l’analisi di Sergio, che rimanda tra l’altro a una serie di articoli di tono vagamente apocalittico sul fenomeno Facebook, in cui riconosco le mie posizioni.
Sergio dice, tra l’altro: «"Facebook, ecco la pubblicità ’virale’. Gli utenti diventano fan dei brand", per esempio, dove si possono leggere perle come questa: «Aiuteremo le marche a diventare parte delle conversazioni quotidiane»; oppure "Noi, ostaggi a vita del network", dove si scopre che è molto facile aprire un account su FB, ma è quasi impossibile cancellarlo (e cancellare i propri dati personali)».
Quando ha scritto questo articolo, io volevo mandargli una mail in cui chiosavo il suo pezzo. Poi ho pensato che uso Gmail – che è obiettivamente il server di posta elettronica migliore, con quel suo dividere i messaggi in conversazioni e in schede e tutto quello spazio per gli allegati: Gmail mi promette meno spam e più tutela della privacy, ma per 24 ore al giorno mi manda messaggi promozionali in una banda orizzontale che sta sopra l’elenco dei mittenti. Questi messaggi promozionali, dice Gmail, non sono una violazione della privacy, perché nessuno entra materialmente nella mia casella di posta per spulciarmi le mail e vedere quello che potrei comprare. Semplicemente, questa invasione di spazi viene fatta sulla base del fatto che Google «vede» le parole che scrivo, le cerca nel web e mi segnala degli articoli che potrebbero fare al caso mio. Poniamo che questo sia vero. Cosa significa? Significa che se voglio sapere cosa sta facendo in questo momento, che ne so, Mourinho, io posso mandare una mail all’altro mio indirizzo o a un amico mettendo nel testo la parola «Mourinho»: dopo un paio di aggiornamenti, il caro Google mi invierà sicuramente un link in cui vengo rimandato a un articolo della Gazzetta dello sport o cose simili. Questo, va da sé, anche se io sto usando la mail per progettare un attentato all’allenatore dell’Inter.
Io ho: un blog personale (su Splinder), una libreria on line (in Anobii), un profilo Facebook, un account Gmail – che è più in generale un account Google. Tempo fa ho scoperto che Google, quando ero loggato, registrava tutte le mie ricerche nel web e memorizzava le pagine che avevo visto. Immagino che questo tipo di informazioni sia a disposizione sia mia che dell’azienda, e che probabilmente – essendo tutto all’interno di un unico account – questa cosa possa in qualche modo influenzare i bannerini Gmailici.
Per tornare all’origine, io quella mail a Sergio non l’ho mandata. Avevo un po’ paura di scrivere la parola Facebook nella mia casella di posta elettronica, perché non volevo essere inondato di puttanate relative ai social network.
Mi pongo però una domanda più urgente: perché io, a trent’anni, con una specie di lavoro, varie attività, una casa in affitto, una serie di interessi e di cose da fare, una fidanzata e un sacco di progetti, perché io, Andrea, ho Facebook, Splinder, Anobii e Gmail? Perché, soprattutto, se, come mi è successo oggi, sono a casa tutto il giorno a lavorare al pc non riesco a non tenere aperte 25 finestre su tutti i miei network? Che cosa sono, per me, Splinder, Anobii e Facebook? Che cos’è, per me, questo bisogno di tenere sempre sotto controllo quello che succede sulle pagine che portano il mio nome?
Provo a non fare generalizzazioni, e a parlare di questi network uno a uno:

Splinder: il mio blog. Perché ho un blog? Io ho aperto Ot***re alcuni anni fa, in piena esplosione Splinder. Tutti l’avevano e anch’io volevo «provare a vedere com’è». Il diario in pubblico non è molto di più che un’esibizione pubblica della lunghezza del proprio pene. Io volevo vedere quanto ce l’ho lungo, e volevo che gli altri commentassero. È un po’ come quando, da ragazzini, ci si faceva le seghe tutti quanti insieme e arrivava sempre quello con il righello sporco di grafite tirato fuori dall’astuccio di scuola. È inutile girarci attorno: chi mi dice che ha un blog perché vuole tenere un diario si sta prendendo per il culo. Il diario, per sua stessa natura, è qualcosa di segreto da custodire. Il blog, per sua stessa natura, è invece qualcosa da esibire. La maggior parte dei blogger, se chiedete, vi dirà che «sul blog mica ci metto tutto, ci metto solo una piccola percentuale di quello che sono, che dico e che penso. Io sono molto più ampio e complesso e sfaccettato del mio blog!». Sono ovviamente tutte cazzate: se è vero che uno mette sul blog quello che vuole che gli altri vedano, è anche vero che il tono generale del sito rispecchia in pieno la persona per quello che è. Forse, a complicare un po’ le cose, interviene quella parte narcisa che mescola un po’ le carte, ma le cose per come le vedo stanno così.

Anobii: perché, non molti mesi fa, ho aperto una libreria on line? Perché mi sembrava una bella cosa: ti permette di tenere il conto delle cose che leggi e di non dimenticarti delle cose che vorresti leggere. Ma perché, allora, non ho appiccicato un foglio al frigorifero? Perché, è evidente, il blog ce l’hanno tutti, ma tu ce l’hai ancora più lungo se fai vedere che leggi e se aggiorni con una certa velocità le tue letture. Dico di più: a volte Anobii decide per me: se sono in dubbio tra due libri che voglio comunque leggere, mi capita di scegliere quello che non è ancora on line per aggiungere una tacchetta al pugnale.

Facebook: Facebook è il network che vince perché è il vuoto fatto grafica. Non tutti possono avere un blog, perché non tutti hanno una sintassi di cui non si vergognano e, soprattutto, non tutti hanno qualcosa da dire con una vaga regolarità. Non tutti posso avere una libreria on line perché esiste anche il diritto di non leggere. Non tutti hanno MySpace perché non tutti hanno voglia di passare le giornate a caricare foto e video. È però evidente che tutti – chi più chi meno – hanno niente da dire con cadenza più o meno regolare o negli intervalli delle cose che si dicono, per cui Facebook è in grado di soddisfare le esigenze di chiunque. Dico subito che dei circa 270 amici Facebook che ho non ne conosco personalmente oltre la metà; dei 130 circa che rimangono, alcuni sono persone che «so chi sono» perché le ho conosciute via internet, altre sono persone che mi hanno contattato per vari motivi nel corso del tempo o che ho conosciuto fugacemente; non me frega niente di allacciare rapporti con gente che non vedo da anni, siano esse compagni di liceo, delle vacanze o gente conosciuta per caso: non me ne frega niente perché, semplicemente e senza cattiveria, ai compagni delle medie (o a chi per essi) non penso mai e quando ci penso il pensiero non lascia traccia; frequento un numero ristretto di persone tra Saronno e Milano; conosco altra gente da altre parti con cui tengo contatti in maniera ortodossa; non cerco gente per sapere cosa fa o se è ancora viva o dove sta: la cerco, via Facebook, esclusivamente per allargare il mio parco amici Facebook. Ne viene che l’interesse che ho nei confronti di circa 200 dei miei 270 amici è pressoché nullo. So di riflesso che anch’io, per molti di loro, faccio parte della massa di amici telematici inutili, e questo non fa problema.
Ma allora, che senso ha? Non ne ha nessuno. Io ho fatto Facebook «perché sì», senza nessun intento sociologico o che altro. Non l’ho aperto per vedere com’è, non l’ho aperto per cercar figa, non l’ho aperto per essere aggiornato sugli eventi in un paesino inculato di montagna, e nemmeno per avviare un’indagine sulla condizione dell’essere umano nel 2008. Facebook, network senza senso, è stato aperto da me senza motivo. Sono perfettamente figlio del mio tempo.
Facebook parla in terza persona. Questa cosa inorridisce molti. C’è qui una bella relazione di Mariasole che parte proprio da questo per fare un’analisi semiotica del suo linguaggio. La cosa che più stupisce e fa inorridire, a ben guardare, è questa: il protocollo di utilizzo di Facebook ti induce a fare dei determinati tipi di scelta: prima o poi pubblicherai una foto, prima o poi farai un test, dirai quali sono i posti che hai visitato, ti iscriverai a un gruppo e diventerai fan di quello scrittore o quel cantante. È una sorta di patto: d’altronde, se vuoi far qualcosa su ’sta cazzo di paginetta devi pur utilizzare quello che ti viene messo a disposizione. Ma da nessuna parte ti viene detto che devi parlare in terza persona. Da nessuna parte. È una cosa chi decidi tu, adeguandoti a una serie di scelte semantiche operate da altri utenti prima di te. La non regolamentazione, invece di produrre anarchia, ha prodotto un’omologazione del linguaggio verso la terza persona. Cosa c’è di grave in tutto questo? C’è che questo atteggiamento rivela, secondo me, una verità profonda: l’attitudine all’esibizione in cui tutti siamo presi è un’attitudine parapubblicitaria: il rapporto Facebook/Utente Facebook è un rapporto vissuto con lo stesso tipo di «distacco» con cui si guarda la pubblicità in televisione. Mi spiego: se, quando guardo una pagina del mio blog, riesco a percepire il fatto che, al di là dell’esibizione eccetera, quello che sto leggendo è qualcosa che mi appartiene, quando guardo la mia pagina di Facebook la percepisco come la pagina di un certo Andrea Tarabbia. La mia pagina Facebook è il mio cartello, il mio book fotografico e la messa a fuoco della mia parte «pubblicitaria», totalmente estroflessa e indipendente dal mio io. E’ il processo attraverso il quale io mi adeguo a una tipologia di linguaggio che appartiene a una modalità di pensiero che non ha niente a che vedere con me, ma al contrario, ha a che vedere con il modo in cui mi dovrei porre se volessi diventare celebre tramite la mia immagine e il mio essere witty. Sono pochi quelli che scrivono su Facebook «è stanco»; tutti scrivono «frasi intelligenti», prese magari da libri o da canzoni di De André. Facebook incastona nella rete la possibilità di essere fulminanti. I commenti di elogio alle frasette in terza persona non sono che il segnale dell’accettazione nel mondo dell’esibizione da parte degli altri. Sono l’equivalente di quella signora che, dopo aver visto la pubblicità del detersivo, è andata al supermercato e ha comprato proprio quello. Non so se riesco a essere chiaro.
Non è, pertanto, il fatto che Facebook parli in terza a essere terribile: è l’autoregolamentazione della terza persona, la naturalità con cui è stata intrapresa che mi fa riflettere. Tutti parliamo di noi come se non fossimo noi: è lo stesso principio per cui accettiamo che, in una pubblicità, un attore sia sposato con qualcuno mentre sappiamo che nella vita è spostato con qualcun altro. Facebook non ha niente di vero e di personale, è una proiezione. In questo vuoto pubblicitario, è naturale che la pubblicità entri. Frasi come quelle riportate da Sergio sono indici di un degrado profondo, ma a me pare che la prospettiva attraverso cui bisogna guardarle sia ribaltata: non è la pubblicità che spinge gli utenti Facebook a essere fan dei brand: sono gli utenti che identificano se stessi come, da una parte, un brand da esportare nella rete e, dall’altra, come fan di qualcosa di cui è necessario informare gli altri. Questo è, se possibile, ancora peggio.
Noi siamo la specie che si iscrive, partecipa e appena può parla di sé. Essendo invasi dalla merce, spesso parlare di sé significa parlare di ciò che ci piace comprare. Facebook è lo spazio cavo dove tutto questo ha la maggiore possibilità di prender corpo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica dal vivo il 13 dicembre 2008