Ma cos’è questa crisi...

Giovanni Giovannetti



L’economia mondiale è imbrigliata in una recessione che si va sempre più acutizzando. A occidente falliscono le banche d’investimento, perdono di valore beni come l’oro, le case e i titoli di credito, aumentano i prezzi dei generi primari e cala il potere d’acquisto dei salari.
Dal 1993 a oggi il Governo degli Stati Uniti ha sostenuto l’ascesa del suo Pil con le spese militari e con l’indebitamento a basso costo di milioni di famiglie. Sono gli anni della pervasiva euforia new economy – la truffa del secolo – anni in cui si assiste alla migrazione dei profitti dall’industria verso il sistema finanziario, ma anche al drenaggio del denaro dei piccoli risparmiatori, indotti a indebitarsi dall’offerta vantaggiosa di finanziamenti – anche superiori al 100 per cento – da parte del sistema creditizio. È la deriva dei mutui Subprime sulle case, la bolla immobiliare che ha innescato la crisi.
Ora è tutto fuori controllo: nel 2008 i mercati finanziari hanno subìto perdite per 20.000 miliardi di euro. Per evitare che il sistema imploda, i Governi dovranno erogare 3.900 miliardi di euro quando, ad esempio, ne basterebbero 30 l’anno per soccorrere 963 milioni di persone che, sul pianeta, vivono con 1 dollaro al giorno!
Quantomeno, i Governi avrebbero dovuto dettare agli imprenditori regole più sobrie: favorire il reinvestimento nel sistema industriale; favorire una più equa redistribuzione degli utili ai lavoratori per sostenere i consumi; contenere la pressione fiscale; abbassare la tassazione sui redditi da lavoro. È invece emersa una totale subalternità al sistema finanziario. Un comportamento che ha ingrassato i banchieri e la casta dei manager superpagati – remunerati in denaro e in compartecipazioni azionarie – e cioè favorito chi sta spalmando la crisi finanziaria sull’economia e sulla società.
L’Italia è in recessione da maggio, ha un debito pubblico pari al 106 per cento del Pil e la pressione fiscale è pari al 43 per cento del Pil, tra le più alte d’Europa, inferiore solo alla Gran Bretagna (43,3 per cento; in Francia e Germania è del 35,6 per cento; negli Stati Uniti è del 25,5 per cento). Invece di detassare le tredicesime e rilanciare in qualche modo i consumi, il Governo ha abolito l’Ici.
Come già in passato, i debiti della finanziarizzazione saranno così pagati dai contribuenti: in forma diretta – con il pubblico denaro – e in forma indiretta, con i costi della recessione.

Indigenze

In Italia la soglia di indigenza per una famiglia di tre persone è stimata a 1.290 euro mensili, e per quattro persone a 1.580 euro. Sono da considerare povere il 14 per cento delle famiglie con tre componenti e il 22,5 per cento con 4 (dati 2006). Il 12,8 per cento della popolazione italiana – 7.542.000 persone – dispone di un reddito di 500-600 euro al mese, ossia quasi la metà di quello medio nazionale, che è di 986,5 euro (Fonte: Istat). Ma – riferisce un documento della Caritas – «accanto ai poveri ci sono i "quasi poveri", ossia persone al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese». Come dire che una famiglia su due sono a rischio di insolvenza.
Nell’Europa a 15, «l’Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà», in particolare tra le persone non autosufficienti e le famiglie con figli (Caritas italiana e Fondazione Zancan, Rapporto 2008 sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia). Le famiglie impoverite sono la vera emergenza nazionale che la politica ignora.
In Europa e negli Stati Uniti, la perdita della casa per l’impossibilità di pagare il mutuo sta spingendo milioni di famiglie nell’indigenza. In Italia va anche peggio: aumentano gli sfratti e i pignoramenti; molti anziani con la pensione sociale «non si possono più permettere di mangiare due volte al giorno e altri in estremo tentativo di risparmio la sera diluiscono la scodella del latte con un po’ d’acqua» (Fabrizio Merli, "La Provincia Pavese", 3 maggio 2008).

L’aumento dei prezzi

In Italia ci sono circa 4.500.000 precari. Il numero dei lavoratori nel sommerso è di poco inferiore. Solo un disoccupato su 5 riceve un sussidio statale (in Europa sono 4 su 5) e gli ammortizzatori sociali sono usati come strumenti di politica industriale. La flessibilità italiana è lontanissima dalla flexsecutiry del modello scandinavo: «Il famoso modello danese, il più studiato e forse il più efficace (anche se poi alla prova dei fatti lascia fuori i più fragili) si basa infatti su una serie di variabili necessarie, oltre la semplice formula: investimenti ingenti di risorse pubbliche, ammortizzatori sociali molto estesi, di tipo universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non "al risparmio" ma mirato a obiettivi di sviluppo» (Sergio Segio, nel Rapporto sui diritti globali 2008) . Dal luglio 2007 al luglio 2008 il prezzo della pasta è aumentato del 24,7 per cento; il pane + 12,9; il latte + 11; l’acqua e l’elettricità + 8,6. Nel complesso, il carovita ha fatto un balzo del 4,1 per cento, e per i generi di prima necessità del 6,3 per cento. Eppure l’aumento alla fonte dei prezzi di cibo non ha superato il 2,8 per cento. Nel passaggio dal produttore al consumatore molti generi alimentari subiscono vistosi aumenti ben superiori alle medie europee: latte +241 per cento, pane +1325, pasta +369, burro +325, carote + 380, zucchine +300, carne di maiale +412, pollame +263, vitellone +394, coniglio +430, eccetera… (fonte: Coldiretti). Secondo Federconsumatori, nel 2008 le famiglie italiane hanno dovuto sborsare 2.182 euro in più rispetto al 2007. Dal 1978 al 2008 la spesa sanitaria è cresciuta del 138,3 per cento, il doppio rispetto all’incremento del Pil. La pressione fiscale è salita dal 43 al 43,2 per cento, pari a 255 euro in più all’anno per famiglia, senza contare i tributi locali. In Italia circa 10.000.000 persone vivono con meno di 800 euro mensili e 800.000 precari guadagnano mediamente 700 euro al mese. A conti fatti, l’inflazione reale è tra il 6 e il 7 per cento: negli ultimi sei anni il potere d’acquisto per nucleo famigliare è sceso di 7.700 euro (dati Istat).
Le retribuzioni italiane sono oggi inferiori di 8 punti rispetto alla media europea, ma il calo complessivo è del 13 per cento (nel 2000 erano di oltre 4 punti sopra) negli ultimi vent’anni 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Pil – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore. In Europa e negli Stati Uniti, il freno del credito alle imprese è stato spesso usato come arma contro le rivendicazioni salariali operaie, e dunque come forma di controllo della conflittualità sociale. La Banca centrale europea e la Federal Reserve sono solite aumentare il tasso di interesse là dove l’aumento dei salari supera quello dell’inflazione.

Che fare?

I cambiamenti climatici e l’inquinamento delle acque sono di gran lunga più inquietanti e devastanti della crisi finanziaria, al punto da minare il futuro stesso della specie umana. Per tornare a riprendersi la propria funzione, la politica dovrebbe attuare uno scarto propositivo, emanciparsi dai poteri forti economico e finanziario (e mafioso); provare a «pensare globalmente e agire localmente» guardando verso un orizzonte che impone invenzione, prefigurazione, fantasia e una più equa gestione e distribuzione delle risorse disponibili. La calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si sta sciogliendo a un ritmo quasi tre volte più veloce del previsto: «Non è una questione politica è una questione morale, che riguarda la sopravvivenza della civiltà umana. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di giusto o sbagliato. Per metterla in termini semplici, è sbagliato compromettere l’abitabilità del pianeta e rovinare il futuro di tutte le generazioni che verranno dopo di noi» (Al Gore, "La Repubblica", 2 luglio 2007).
La biodiversità è in declino. Dal 1960 al 2000 la popolazione umana è raddoppiata. Nello stesso tempo, un terzo delle specie selvatiche o si sono estinte o sono state decimate dall’espansionismo umano. Particolarmente colpite le specie acquatiche, che patiscono il progressivo inquinamento dei fiumi e dei mari. Una catastrofe in tempi così rapidi non ha precedenti nella storia del pianeta.

Umani senza umanità

Più che una scelta, il governo della decrescita sarebbe l’unica via di fuga dalla strada a fondo chiuso dello sviluppo per lo sviluppo. Il pianeta è abitato da 6 miliardi e 200 milioni di persone. La popolazione mondiale cresce ogni anno dell’1,3 per cento. Metà della crescita attuale è da ascrivere a soli sei Paesi: India (16 milioni l’anno), Cina (9), Pakistan (4), Nigeria (4), Bangladesh (3), Indonesia (2). In 16 Paesi si registrano tassi di fertilità – estremamente elevati – di 7 o più nascite per coppia: Paesi come Afghanistan, Angola, Burkina Faso, Burundi, Liberia, Mali, Niger, Somalia, Uganda, Yemen. Al contrario, in 44 Paesi industrializzati il tasso di fertilità è inferiore a 2,1.
Le epidemie come l’AIDS stanno alterando molte demografie, soprattutto in Africa. Ad esempio, in Botswana il 36 per cento della popolazione adulta è sieropositiva, e l’aspettativa di vita da 70 anni è scesa a 36. Nel terzo mondo, un terzo della popolazione ha un’età inferiore a 14 anni, mentre 606 milioni di persone hanno più di 60 anni. Entro il 2050 saranno 2 miliardi. La crescita futura della popolazione influenzerà la sostenibilità socio-ambientale più di qualsiasi altro fattore. (fonte: Earth Policy Inst.)
Nel 2006, 100 milioni di tonnellate di cereali sono stati sottratti al consumo alimentare umano e trasformati in biocarburante per l’autotrazione. L’Occidente pensa a riempire i serbatoi, mentre 100 milioni di persone non riescono a nutrirsi, mentre 11 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono ogni anno per malattie curabili, mentre l’1 per cento della popolazione mondiale (42 milioni) è sieropositivo, mentre Il 70 per cento dei poveri sono donne: discriminate sfruttate e sottopagate sul lavoro, alla faccia di ogni parità (nota - fonte: Onu)
Occorre una svolta culturale che possa incidere sui comportamenti delle persone e sulle pratiche sociali, sulla percezione della comunità e dell’altro, entro valori condivisi di democrazia e di uguaglianza, di fratellanza e solidarietà internazionalista di specie, non solo umana, di fronte alla catastrofe annunciata.

E da domani, in Italia che si fa?

Prendiamo esempio dalla Germania, che dal 2000 investe risorse sulla "crescita pulita" e che oggi vanta 286.000 nuovi posti di lavoro, 7 nuovi centri di ricerca, molte ditte costruttrici, una miriade di imprese di installazione e manutenzione, minori emissioni di Co2 e una crescita delle esportazioni di oltre 14 miliardi di euro.
Fermiamo le mafie, che inquinano le economie legali con una liquidità infinita: un fatturato di 175 miliardi di euro – l’11,1 per cento del Pil – (fonte: Eurispes) frutto di attività criminali che viene reinvestito nell’edilizia e nelle attività commerciali, o in operazioni finanziarie attraverso banche compiacenti.
Fermiamo i fantapoliticanti che reggono la cazzuola al trasversale partito del mattone, gli speculatori e affaristi che – in soli 15 anni – hanno edificato 28 milioni di nuove case, cementificando 3 milioni e 663 mila ettari di aree verdi: il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria Calabria e Campania, regioni governate dal centrosinistra, regioni colpite da speculazioni impressionanti, nelle quali l’ambiente non è una risorsa ma un intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nella compravendita di immobili.
Impariamo dalla Francia: il Governo Sarkozy ha investito 4 miliardi di euro nella riduzione dei consumi energetici delle case popolari, come alternativa alle costruzioni speculative.
Ma è la cicca sulla toppa. L’orto di casa nostra non è e non sarà impermeabile alle svolte in corso, a partire dai disperati, che sono già tra noi: nei primi 6 mesi del 2008, in Italia sono sbarcate 15.378 persone (13.108 nella sola Lampedusa); nello stesso periodo del 2007 ne erano arrivate 8.266, poco più della metà.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 13 dicembre 2008