una lettera

Helena Janeczek



Caro Nicola, ti scrivo sebbene alla tua lettera abbia già risposto Moresco stesso, perché quel che vorrei tentare a proposito di Lettere a Nessuno è una riflessione rivolta a qualcuno. Dico qualcuno e intendo una persona di cui conosca la voce e la faccia, uno scrittore che abbia letto ed apprezzato, qualcuno, in breve, a cui rivolgermi non sia un espediente retorico astratto per allestire un gioco di posizioni opposte, ma un discorso che ti farei davvero se ti avessi davanti. Prima che tu scrivessi la tua lettera, mi era capitato di vedere il breve commento tranchant di Nico Orengo su Tuttolibri e di essere inciampata in un’espressione, sebbene fosse assolutamente prevedibile: “narcisismo sfrenato”. Mi sono chiesta se quell’espressione non ne implichi un’altra, un narcisismo non sfrenato, bensì arginato, imbrigliato, addomesticato, dissimulato in tanti modi. E mi sono chiesta come mai in un mondo dove i camorristi visti in Gomorra frequentano i centri estetici o i protagonisti dei romanzi di Walter Siti si autodistruggono pur di conservare il lustro delle loro carozzerie corporee, - unica cosa che sono e che hanno - , riesca ad urtare ancora così tanto l’esibizione di una ferita e il bisogno di riconoscimento di uno scrittore. Perché se quello che emerge nelle Lettere a Nessuno può essere chiamato narcisismo, allora lo è di questo genere, ossia quello che ti fa vedere tutto in trasparenza, sino alla propria origine. Che è appunto una ferita, un vuoto da colmare disperatamente per tutta la vita, e che, malgrado tutto, rimarrà incolmabile. E qualcosa di brutto e doloroso e affacciarvisi come a uno specchio non è piacevole. Anche perché Moresco non è Leopardi, noi non sappiamo se sarà dimenticato o consacrato dai posteri, se possa diventare l’ennesima success story postuma e nutrire i sogni degli aspiranti scrittori. Noi dobbiamo decidere ciascuno quanto valga per noi Moresco, ma credo che la posizione più interessante e onesta per leggere Lettere a nessuno sia quella che faccia a meno di formulare questo giudizio. Quindi ci troviamo davanti alla testimonianza di un uomo che ha sempre scritto e soprattutto si è sempre sentito uno scrittore al pari dei grandi scrittori che ha letto e amato. Che per la prima metà della sua vita riceve solo rifiuti e poi, dopo essere diventato un autore pubblicato, incontra oscillazioni fra l’essere acclamato e respinto che nuovamente lo feriscono. Insomma questo scrittore sta lì, dentro la sua scrittura che è la cosa che lo espone al dolore e insieme lo difende, la cosa più importante per lui, quella con cui cerca di guadagnarsi la propria cittadinanza nel mondo. Chi legge questo libro – tra l’altro scritto in gran parte con una prosa piana, a volte comica, a volte capace di estrema delicatezza - penso non possa fare a meno di credere che per Moresco la sua vicenda di scrittore sia davvero una questione di vita o di morte. E questo ha qualcosa di intollerabile. Ma guarda tu questo chi si crede di essere! E quali sentenze si arroga di sparare sulle persone dell’ambiente che lo hanno deluso, senza fare il minimo sforzo di oggettivare, di pensare che magari davvero la sua scrittura non piace e non convince. Ma lui, l’idiota di famiglia, non lo fa. Non esce mai dalla sua soggettività, dal proprio punto di vista. Nicola, ti propongo un gioco. Mi sono chiesta come avrei retto io nella stessa situazione di Moresco. Mi sono detta che la forza per continuare in tale condizioni debba davvero essere enorme. Magari sei veramente solo un pazzo che lotta contro mulini a vento, una figura patetica e ridicola, chi te lo potrà mai dire, ma è giusto, è necessario che per andare avanti tu debba sentirti cavaliere. Proprio perché Moresco non è nessuno, proprio perché le persone con cui si incontra e si scontra non sono nessuno nemmeno loro – rispetto, per esempio, a Goethe che disconosce Hoelderlin - il suo libro ci dimostra che partita crudele e ad alto rischio sia sempre in fondo la letteratura. Che pratica imbarazzante e disdicevole. E quanto, per questo gioco di carta, ci si possa fare male veramente, cosa che vale anche per le ferite riportate dai destinatari delle sue lettere. Poi dentro agli occhi miastagmatici di Moresco passa in visione laterale anche quel che è stata l’Italia e la cultura italiana in questi anni. Ma la cosa per me più importante di questo libro è la sua capacità di allargare uno scenario insignificante e piccolo quanto la misera corte delle lettere nostrana a una dimensione di esemplarità nuda e cruda. E proprio nel rappresentare il senso di sé di uno scrittore, essere talmente aderenti a sé stessi da diventare perfettamente demistificanti.

Helena Janeczek

da Il Riformista 12/12/08








pubblicato da g.fuschini nella rubrica condividere il rischio il 13 dicembre 2008