Due lettere

Antonio Moresco



Botta e risposta su Lettere a nessuno (Il Riformista, sabato 6 e lunedì 8 dicembre 2008. Anche qui).

Caro Moresco, non puoi fare del tuo caso il metro di tutto

Caro Antonio, ti scrivo per ringraziarti dell’invito al reading romano di Lettere a nessuno. Ma anche per dirti che non parteciperò alla lettura. Fino a pochi giorni fa ti ho frequentato letterariamente attraverso Gli esordi e i Canti del caos, opere che mi hanno lasciato ammirato per il coraggio e con dei dubbi non ancora sciolti circa la loro possibilità di resistere, anzi di crescere con il passare dei decenni.
Non avevo invece mai affrontato Lettere a nessuno. L’ho fatto nella nuova edizione, e devo dirti che mi ha lasciato molte riserve. Se preferisco scriverti pubblicamente (anziché celebrarti in una pubblica lettura) è per dirti che parti non trascurabili del tuo viaggio nel nostro mondo letterario soffrono a mio parere di un grave vizio sotto il profilo etico. Provo a spiegarmi. Se una tesi di fondo (la cultura italiana si fonda in buona parte su meccanismi di viltà, di servilismo, di pressapochezza...) la si può ridurre a una formula sintetica, la stessa operazione non la si può condurre con altrettanta semplicità sugli esseri umani le cui azioni ti hanno spinto a formularla - o meglio, una parte infinitesima delle loro azioni: quelle che sono entrate nella tua sfera d’esperienza. Mi riferisco ai critici, agli scrittori, agli editori di cui parli nel libro.
Non si tratta di personaggi letterari, ma di persone in carne e ossa. E le persone in carne e ossa (come i personaggi letterari meglio riusciti) sono vaste, complesse, spesso contraddittorie. In Lettere a nessuno, invece, questa complessità viene sacrificata a beneficio (o a episodica smentita) della tesi di fondo. Questi nomi e cognomi diventano cioè delle semplici, troppo semplici funzioni algebriche - a seconda che ti abbiano trattato o meno con l’attenzione e il rispetto che meritavi - capaci di dare un giro di vite al seguente problema: è il mondo culturale italiano una merda? Tuttavia, misurare il contributo che un uomo ha dato alla alla vita pubblica del proprio paese usando come metro la propria vicenda privata è un atto di scorrettezza. Faccio un esempio paradossale: se in un’altra vita mi fosse capitato di incrociare il Mahatma Gandhi durante gli unici cinque minuti di nervosismo della sua esistenza, questo basterebbe a farmelo giudicare pubblicamente come una persona violenta? D’accordo, il mondo edioriale italiano non è affollato di Grandi Anime. E tuttavia... facciamo qualche esempio. Goffredo Fofi. A leggere le Lettere ne viene fuori il ritratto di un uomo di potere che si disinteressa dei nuovi autori. D’accordo, questo può essere stato il risultato del vostro incontro. Ma a seguire però - fuori dalle 700 pagine del tuo libro - la lunga avventura intellettuale dello stesso Fofi, si scopre che si è spesso attivato senza risparmio per far emergere le nuove voci della scrittura (il tuo amato Roberto Saviano prima della pubblicazione di Gomorra), del teatro (la da te stimata Sociètas Raffaello Sanzio), del fumetto (pensa a Gipi), del cinema (pensa a un Garrone dei tempi non sospetti). Perché non rendere giustizia anche di questo? Perché non operare, a maggior ragione per le persone esistenti, una tra le più affascinanti delle scommesse letterarie: quella della complessità?
E ancora, per fare un altro esempio... Giuseppe Genna. Prima lo consideri un personaggio interessante anche in ragione del suo spirito multiforme: un "amico". Poi gli rimproveri di aver usato toni iperbolici per incensare sia te che altri scrittori in modo indiscriminato, rintracciandovi un segnale di piaggeria. Eppure, che Genna usasse l’iperbole quasi come strumento retorico era noto anche quando lo annoveravi tra quelli «non ancora diventati delle merde». Che cosa c’è stato nel mezzo? Per tua ammissione: il fatto che Genna abbia stroncato i tuoi interventi sulla restaurazione. Ancora una volta, il metro di misura del «come si è comportato con me» viene usato per giudicare l’intera esperienza di un altro essere umano che magari, oltre a essersi occupato di te, ha fatto nella vita di meglio e di peggio: comunque anche altro.
E allora... va bene scandagliare le miserie del nostro paesaggio letterario. Lo trovo giusto, coraggioso: ma se la via percorsa passa per la semplificazione, la riduzione a «merda» di esseri umani che sono anche altro (nessuno sulla terra è davvero nessuno, neanche il più spregevole degli uomini: pensarlo o scriverlo significa compiere un crimine, antropologico e letterario insieme) allora l’esplorazione di questo paesaggio inciampa nel vizio etico di cui ti dicevo. Non sarebbe stato più interessante domandarsi: cosa spinge persone degne a prestare il fianco ai meccaismi del potere pur rimanendo persone e non «merde»? Non sarebbe stato più coraggioso chiedersi: non sarà che, almeno una volta, l’editore che mi ha rifiutato il romanzo è stato così evasivo perché il libro non gli è piaciuto proprio sul piano letterario? E, infine, non sarebbe stato più vertiginoso (una vera e radicale esperienza conoscitiva!) domandarsi: non sto rischiando, col mio giudizio, di abbassare un altro essere umano al livello di un ente puntiforme e dunque, non mi sono spostato occasionalmente io, Antonio Moresco, sul versante di ciò che nella vita ho sempre combattuto?
Caro Antonio, ho finito. Ma spero di avere inaugurato con te un dialogo, non l’ennesimo muro contro muro. Se vuoi, leggi pure questo mio messaggio nel giorno del reading. Sarebbe comunque un frutto nato dal tuo libro: le Lettere a nessuno che propriziano una lettera a qualcuno. La mia a te, in questo caso. Ti abbraccio, Nicola Lagioia

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Caro Lagioia, Don Chisciotte non può fare l’equilibrista

Caro Nicola Lagioia, ho letto la tua lettera apparsa sul Riformista, dove annunci pubblicamente il ritiro della tua adesione alla lettura di Lettere a nessuno, che si terrà a Roma. Vedo che mi inviti a rispondere alla tua lettera, perché sia a qualcuno invece che a nessuno. Lo faccio volentieri, mandandola a te personalmente e allo stesso giornale. Tu mi accusi di grave scorrettezza etica e di riduzione di alcune figure che operano nel mondo della cultura italiana a una sola delle loro componenti, ignorandone la complessità. Di avere fatto una descrizione puramente autoriferita alla mia persona e alla mia vicenda. Mi accusi addirittura di «compiere un crimine, antropologico e letterario insieme». La prima osservazione che ti voglio fare è questa: anche tu, come altri, riduci tutto questo vasto e complesso libro a una sola cosa, la descrizione - a tuo parere malevola e unilaterale - di alcune persone che operano nel campo della cultura. Ma per fare ciò devi scorporare anche queste singole e a mio parere emblematiche vicende da tutto il resto, da ciò che occupa la parte maggiore e più proiettiva del libro. Questo invece sarebbe eticamente corretto? Tu non sei un giornalista culturale, che magari deve fare in quattro e quattr’otto il pezzo satirico e di colore e che se ne frega della portata delle cose e delle parole, deve sparare solo quattro battute. Tu sei uno scrittore. Non ti sembrano maledettamente importanti certe cose? In questo libro, pieno anche -perché no? - di esperienza personale e dolore (ma non erano pieni delle stesse cose anche tanti altri libri analoghi del passato?) il discorso si riapre continuamente, passa dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, la riflessione si allarga sempre più man mano che si arriva alla fine: sull’importanza e l’urgenza prefigurativa della cruna del sogno della letteratura, sulla responsabilità degli scrittori, tanto più in questi anni di restaurazione e intossicazione, sulla realtà e sul realismo, sulle mistificazione e sulle semplificazioni dominanti, sulla sproporzione politica, sociale, antropologica, artistica e di pensiero dentro la quale stiamo vivendo, sulla nostra condizione di limite e passaggio di specie ecc. Di tutto questo, leggendo il tuo articolo, non c’è traccia. C’è solo uno scrittore astioso che se la prende ingiustamente con alcune persone (vedo che sono due quelle che ti preme soprattutto difendere: Fofi e Genna). Del primo ci tieni a dire che si è dato da fare per far conoscere molti buoni scrittori e registi. E chi lo nega? Sono altre le cose di cui parlo e le logiche contro le quali provo donchisciottescamente a combattere. Quanto al secondo, riduci la mia lunga lettera aperta a lui (molto più sfaccettata, implicata e complessa di come dici) a una sorta di piccola vendetta personale. Ma hai letto veramente il libro? L’hai letto per intero? Come può essertene sfuggito a tal punto il senso? Mi accusi di avere ridotto a «merda» degli esseri umani. Non è vero. Anzi, è proprio perché non ho mai fatto questo che c’è anche tanta disperazione in questo e in altri miei libri. Mi ricordi che nessuno, neanche il più spregevole degli uomini, è tale. Hai ragione, lo penso anch’io. Persino nel boia di Treblinka ci sarà stato qualcosa di buono, di non conosciuto, di non raggiunto. È proprio questo che rende così intollerabile, irrimediabile, inaccettabile e tragico il suo comportamento.
Ma, a proposito della tua accusa di uniteralità (che tu puoi sostenere unilateralizzando il mio libro) voglio sollevare un altro problema. Tu sai che gli scrittori, i poeti, anche nel passato, si sono trovati a condurre delle battaglie che hanno coinvolto, anche dolorosamente, altre vite. Si è macchiato di grave scorrettezza etica Dostoevskij (non lo nomino per paragonarmi a lui, ma solo per farmi capire) quando fa quel certo ritratto di Turgenev nei Demoni? Turgenev, dopo averlo letto, si è incazzato moltissimo, ha parlato anche lui di grave scorrettezza etica e letteraria, ha ritenuto di essere stato unilateralizzato e frainteso. Perché Dostoevskij fa questo? Perché è malevolo e vendicativo o perché a lui sembra una tragedia foriera di ogni male il comportamento di gran parte dell’intelligencija del suo tempo, la sua irresponsabilità e la sua resa di fronte a certe ideologie di moda (allora era un certo tipo di nichilismo, oggi possono essere altre, o meglio le stesse sotto altre e più aggiornate vesti)? Molte altre volte è successo questo, a partire da Dante (idem come sopra). Siamo proprio sicuri che Brunetto Latini e tanti altri meritassero l’inferno? Ha compiuto una grave scorrettezza etica Dante a dare certi giudizi? Non aveva il diritto di farlo? Perché ieri gli scrittori potevano fare certe battaglie, politiche, etiche, artistiche e spirituali all’interno dell’esistente e oggi non potrebbero più farlo? Perché questo si potrebbe fare sempre e solo in altri campi: politico, sociale… E Kafka, nella sua lunga lettera al padre? Non avrà forse visto solo un aspetto di lui, però quello che gli sembrava evidentemente più inaccettabile e con il quale non bisognava a suo parere scendere a patti? Non ci sarà stato anche dentro il padre di Kafka qualcos’altro che il figlio non ha visto? E allora dobbiamo condannare quella lettera come unilaterale ed eticamente scorretta? E Monaldo Leopardi? Non ci sarà stato anche dentro di lui qualcosa d’altro che il figlio non ha visto? E i contemporanei che si sono ritrovati nei libri di Rousseau, Tolstoj, Hugo, Flaubert, Proust, Musil, Gombrowicz, Camus, Pasolini…? Non ci sarà stato in loro anche qualcosa d’altro?
La letteratura incide, può incidere nella polpa dei viventi e del mondo. Può essere anche senza mediazioni, frontale. Può portare dolore, e questo dolore può tornare indietro anche in chi ne scrive. Ma non è questo il suo solo orizzonte e il suo limite. Alcune delle cose scritte nero su bianco in Lettere a nessuno sono pesanti e gravi, lo so, ma le penso sinceramente e profondamente e allora le ho dette con chiarezza e senza nascondermi, sapendo ciò cui andavo incontro. Lo so, bisognerebbe essere meno appassionati e implicati, più prudenti, più equilibrati. Ma guarda che a forza di equilibrio si finisce per diventare equilibristi, a forza di essere prudenti si finisce per diventare consenzienti. Io almeno riesco a vivere solo così, come uomo e come scrittore, anche se so che non è la strada più facile, anche se so che probabilmente non c’è speranza, che le battaglie vere sono quasi sempre perdute, che a comportarmi così non andrò in paradiso, non mi faranno andare in paradiso. Lo sapevo, scrivendo questo libro prima di gettarmi nella conclusione di Canti del caos, che non si deve fare, che non conviene, che il mondo in cui viviamo non funziona così, che il mondo della cultura non funziona così, che persino gli scrittori - e persino adesso - pensano di avere qualcosa da perdere.
Ti saluto caramente. Spero che la vera risposta alla tua lettera saranno i brani che verranno letti in tua assenza, che daranno un’idea diversa e più ampia di un libro che tu riduci a questa piccola e meschina cosa. Rileggilo, se vorrai, rileggilo per intero, con la mente libera, dall’inizio alla fine, con animo meno difensivo e chiuso. Non essere proprio tu a fare muro contro muro. Certe volte la vita sanguina. Anche la letteratura non è senza sangue.








pubblicato da a.moresco nella rubrica condividere il rischio il 10 dicembre 2008