Anabasi, sempre

Antonio Moresco



Ho appena riletto, dopo molto tempo, uno dei libri che avevo incontrato e amato intorno ai trent’anni, di ritorno a Milano dopo un decennio passato tra continui spostamenti e disastri, mentre cominciavo a scrivere Clandestinità. Lo avevo letto con entusiasmo e come qualcosa che mi riguardava e che mi insegnava una possibilità e un sogno più grandi. Ci sono tracce di questa emozione all’interno stesso del libro che stavo scrivendo. Ad un certo punto, dopo la lettura del passo che racconta la morte di Ciro nella mischia con gli uomini di Artaserse, il protagonista -seduto a tavola nel suo monolocale e di fronte a una fetta di gorgonzola che si sta accingendo a mangiare in solitudine- riesce a indovinare, nella disposizione dei segni verdi e dei filamenti di muffa sopra la superficie della fetta di formaggio, lo scontro avvenuto più di due millenni prima tra Ciro e Artaserse:

"Ma certo! Si tratta proprio di questo!" pensò all’improvviso. Quel punto così scuro, con una piccola crepa, non era altri che il re, e quell’altro vicino, con quel tratto di lancia, quello era Ciro… La mischia era evidente, e più in là anche gli otto fedelissimi caduti sul corpo di Ciro. E quei segni chiari, quasi bianchi, tutt’intorno filanti, non potevano che essere le criniere dei cavalli, i ciuffi di peli in corsa in cima alle lance e alla sommità degli elmi."

Rileggendolo ora dopo trent’anni e dopo tante vicende della mia vita di uomo e anche di scrittore, sono stato ancora abbagliato dalla semplicità e dal fulgore di questo racconto, dalle osservazioni veritiere e amare di Senofonte. Certe volte mi sembra che, più che l’Odissea, sia questo il vero seguito ideale dell’Iliade. Indomabilità, valore, coraggio, ma anche crudeltà inaudite, massacri, incendi, saccheggi, mentre questo piccolo esercito sconfitto -diecimila uomini alla partenza- attraversa le sterminate regioni dell’antico impero persiano per fare ritorno in Grecia, combattendo continuamente, anche più volte al giorno, contro popolazioni sempre diverse che gli sbarrano la strada e contro le continue spinte interne alla dissoluzione man mano che si avvicina alla meta. Andata e ritorno attraverso la Lidia, la Frigia, la Licaonia, la Cappadocia, la Cilicia, la Fenicia, l’Arabia, la Siria, l’Assiria, Babilonia, la Media, e poi Fasiani, Esperiti, Carduchi, Calibi, Caldei, Macroni, Colchi, Mossinechi, Tibareni, la Paflagonia, la Bitinia, la Tracia. Un percorso, andata e ritorno, di 1155 parasanghe -più di 6000 chilometri- compiuto in duecentoquindici tappe e durato un anno e tre mesi.
Che cosa ci insegna? Mai arrendersi, mai smettere di combattere e di sognare nella poltiglia del mondo, anche quando la battaglia sembra senza speranza. Anabasi, sempre.
Trascrivo qui alcuni brani di questo libro (la traduzione è di Franco Ferrari - Bur) scritto ieri, scritto domani:

"Circa mille cavalieri paflagoni del contingente barbaro oltre ai peltasti elleni si disposero sulla destra accanto a Clearco, mentre sulla sinistra andarono Arieo, comandante della cavalleria di Ciro, e il resto del contingente barbaro. Il centro era occupato da Ciro e dai suoi cavalieri (circa seicento), armati di corazza, di cosciali e di caschi all’infuori di Ciro (egli era solito entrare in battaglia a capo scoperto). Tutti i cavalli del corpo di Ciro portavano frontali e pettorali; i cavalieri avevano anche pugnali di tipo ellenico. E ormai era mezzogiorno e i nemici non apparivano ancora; ma all’inizio del pomeriggio si scorse un turbine di polvere, simile a una nube candida, e più tardi una foschia diffusa per largo tratto della pianura. Via via che si avvicinavano, il bronzo cominciò a lanciare i suoi barbagli e si poterono distinguere le lance e le schiere. Sulla sinistra dello schieramento nemico c’erano cavalieri con la corazza scintillante (si diceva che li comandasse Tissaferne), e accanto a loro truppe leggere armate di scudi di vimini e poi opliti (egiziani, pare) con scudi di legno lunghi fino ai piedi e ancora altri cavalieri e altri arcieri. Tutti marciavano distinti per nazionalità, ognuna di esse formante un quadrilatero, pieno all’interno."

"Proprio in quel momento tornò Clearco, e domandò se tutti avessero dato la loro risposta. E Falino rispose: ’Fra costoro, o Clearco, chi dice una cosa e chi un’altra; ma dicci tu la tua opinione’. E Clearco: ’Io ti ho visto con piacere, o Falino, e lo stesso credo che valga per tutti costoro: tu sei elleno e del pari lo siamo tutti noi che ti stiamo davanti. E allora decidiamo insieme, sulla base della situazione concreta, che cosa ci convenga fare dopo quello che tu ci hai detto. Perciò tu, in nome degli dei, consigliaci ciò che ti pare più bello e più degno, e che ti potrà recare onore per ogni secolo a venire, ogni volta che si ricorderà che un giorno Falino, inviato dal Gran Re a chiedere agli Elleni la consegna delle armi, si consultò con loro e dette il tal consiglio. Tu ti rendi conto che nell’Ellade inevitabilmente si parlerà del consiglio che darai’. Clearco suggeriva questi pensieri allo scopo che lo stesso ambasciatore del re consigliasse loro di non consegnare le armi, di modo che gli Elleni potessero nutrire migliori speramze. Ma Falino eluse la proposta e frustrando l’aspettativa di Clearco replicò: ’Se aveste anche una sola speranza di salvezza continuando la guerra contro il re, allora io vi consiglierei di non cedere le armi; ma poiché non ne potete avere alcuna a dispetto del re, vi consiglio di trarvi in salvo nel solo modo che vi è possibile’. E Clearco: ’Bene, queste sono le tue parole. Allora annuncia al re da parte nostra che noi siamo convinti che nel caso dobbiamo essere amici del re, saremo molto più degni di stima conservando le armi che consegnandole a chicchessia; se invece dovremo combattere col re, combatteremo assai meglio con le armi piuttosto che senza’."

"A questo punto si alzò Senofonte, che in vista dello scontro si era abbigliato nel modo migliore che gli era stato possibile, essendo convinto che, se gli dei avessero concesso di vincere, si addiceva al successo l’uniforme più bella, mentre se si doveva morire gli sembrava opportuno fregiarsi dell’abito più bello e con questo andare incontro alla fine."

"Invece durante la notte era caduta una quantità incredibile di neve, che aveva ricoperto e le armi e gli uomini distesi; e le bestie erano bloccate dalla neve. Provavano molta resistenza ad alzarsi dato che la coltre di neve rappresentava per chi giaceva disteso, e se non si era già sciolta, una fonte di calore. Ma Senofonte ebbe il coraggio di alzarsi ancora seminudo e di mettersi a spaccar legna: immediatamente uno si alzò, e poi un altro, che gli tolsero l’accetta e presero il suo posto. Quindi si alzarono tutti, accesero il fuoco, si unsero di grasso."

"E furono abbandonati sul posto i soldati che avevano perso la vista per il bagliore della neve e quelli a cui per il gelo si erano incancrenite le dita dei piedi. Si proteggevano gli occhi dalla neve tenendo su di essi una pezza nera durante la mrcia; si difendevano i piedi muovendosi continuamente senza mai fermarsi e sciogliendo i calzari durante la notte. Se dormivano calzati, i legacci penetravano nella carne dei piedi e le suole si congelavano."

"’D’altra parte’ replicò Chirisofo ’anche a me è giunta voce che gli Ateniesi sono impareggiabili nel rubare il pubblico denaro, per quanto forte possa essere il rischio che corre il ladro; e da voi quanto più uno è ladro tanto più è autorevole, se è vero che ai più ladri sono assegnate le più alte cariche dello stato.’"

"Allorché raggiunsero, a furia di marciare, il territorio degli alleati, furono mostrati agli Elleni alcuni figli di persone ricche che erano stati nutriti e ingrassati con noci bollite: apparivano obesi e bianchissimi, quasi più larghi che lunghi, e tatuati di fiori multicolori sulla schiena e su tutta la parte anteriore del corpo. I barbari cercavano anche di accoppiarsi pubblicamente con le etere che gli Elleni portavano con sé: così infatti essi usavano comportarsi. Da quelle parti tutti, uomini e donne, hanno la pelle candida. Perciò tutti i partecipanti alla spedizione erano concordi nel considerare questa gente la più barbara, la più lontana dai costumi ellenici. In mezzo alla folla compivano atti che altri compirebbero solo in privato, mentre quand’erano soli si comportavano come se si trovassero in presenza d’altri: parlavano con se stessi, ridevano fra sé e sé, si mettevano a danzare ovunque capitasse come se si esibissero di fronte a un pubblico."

"Portavano corazze di lino lunghe fino al basso ventre, e al posto delle strisce di cuoio appendevano alla corazza fitte cordicelle ritorte. Indossavano poi schinieri, caschi e uno spadino alla cintura, corto come la sciabola lacone, col quale sgozzavano i nemici su cui riuscivano a mettere le mani, e tenendo le teste tagliate passavano poi fra canti e danze davanti ai nemici."

"Quando i primi giunsero sulla cima e videro il mare si levò un grido altissimo, udendo il quale Senofonte e gli uomini della retroguardia pensarono a un attacco nemico diretto anche contro l’avanguardia (erano infatti inseguiti da tergo da gente del territorio che avevano incendiato; e quelli della retroguardia ne avevano uccisi alcuni, mentre altri ne avano catturati vivi tendendo un’imboscata, e per giunta avevano preso una ventina di scudi fabbricati con pelle di bue non conciata). Ma poiché il grido si faceva sempre più alto e più vicino, e i soldati che via via giungevano alla sommità si mettevano a correre verso i compagni che per parte loro continuavano a gridare, e poiché il grido si levava sempre più intenso mano a mano che cresceva il numero degli uomini arrivati in cima, Senofonte si rese conto che stava accadendo qualcosa di eccezionale. Allora balzò a cavallo e presi con sé Licio e gli altri cavalieri, si mosse per recare aiuto; ma di lì a poco udirono i soldati che gridavano ’Il mare, il mare’ e diffondevano questa parola di bocca in bocca. A questo punto tutti si misero a correre, anche gli uomini della retroguardia, e anche le bestie da soma e i cavalli partirono al galoppo. Quando furono tutti sulla vetta, presero ad abbracciarsi tra loro e coi generali e i comandanti. Avevano le lacrime agli occhi."








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 9 dicembre 2008