Sulla Bellezza

di Franco Stelzer



Da oggi e ogni lunedì diversi autori italiani interverranno sul sito ilprimoamore.com con scritti dal tema La Bellezza.

Quando ti inarchi

di Franco Stelzer

Quando ti inarchi, io non so bene se inneggiare semplicemente al creato o prenderti tra le dita e alzarti verso la luce, come un calice. Tenendoti tra pollice e indice, sollevarti e valutare colore, pasta, consistenza. Poi, portarti alla bocca.

Dunque quel giorno ero, come ogni volta, esitante, combattuto tra la voglia di osservarti, contemplarti, valutarti tra schiocchi di labbra e aggettivazioni rigogliose e immergere il mio volto in qualche incavo del tuo corpo – o il limitarmi a cantare.

La differenza non è poca. E quindi, anche quel giorno, mi sono trovato a esitare, a riflettere.

Tu alle volte dici: non è esitando, che si contribuisce all’amore.

Allora – lo so bene – succede che io penso, mi metto lì e penso, e il tempo passa e tu cominci a spazientirti. E inizi lentamente a distogliere lo sguardo, a rivolgerlo altrove, a sentire nello spazio circostante altre persone. Mentre io…

C’è un punto della schiena, per esempio, che merita ampia riflessione. Il punto esatto in cui – si dice – finiscono le natiche e iniziano le schiene. O un altro, sul davanti, dove il seno comincia a appena a profilarsi sul torace. O l’incavo nascosto delle tue ginocchia. Non c’è nulla di più tenero, protetto e sconosciuto.

Bene. Tu ti inarchi. E se si fa eccezione dal momento in cui ci si stira, c’è un solo altro momento in cui ci si inarca davanti a qualcun altro. E quando tu lo fai, ti attendi, giustamente, una serie di gesti. E se io non faccio nulla di tutto questo, tu ti senti a un tratto smarrita e se anche non ci sono persone nello spazio circostante, tu cominci ugualmente a sentirle. E se il mio silenzio si prolunga, tu te ne vai, lo so. E anche quel giorno, lo stai per fare.

Allora mi butto, abbandono ogni esitazione e mi metto a parlare.

Vedi – dico – non esiste nulla di semplice. Senti questa.

Un re si arrovella da tempo per dare in sposa la figlia, una fanciulla di rara bellezza. Il numero dei pretendenti è altissimo e di giorno in giorno continua ad aumentare. Non v’è mattina in cui il castello non ospiti il seguito rumoroso e invadente di qualche giovanotto ricco e potente, che vuole guadagnare le grazie della giovane. Non v’è è sera in cui le porte non si aprano per lasciare uscire una moltitudine di servi e cavalieri, al seguito di un qualche principe scornato.

Perché la principessa non manifesta alcun interesse per i vari pretendenti. Anzi, diviene di giorno in giorno sempre più scostante, al punto che il padre è seriamente preoccupato di riuscire mai a darla in sposa. Ne va, tra l’altro, della continuità del regno. Ci vuole un erede, un erede maschio che il re, da tempo vedovo, non può dare al suo popolo.

Le suppliche che invia alla figlia si fanno sempre più insistenti e accorate. Finché la giovane, un giorno, decide di acconsentire al matrimonio, a condizione che il fortunato sposo abbia superato una prova. Il re, acceso all’improvviso di speranza, le chiede subito di che prova si tratti. Lei riflette un attimo e poi dice. Sposerò colui il quale sarà in grado di disegnare una linea sul punto esatto in cui cominciano le mie natiche e finisce la mia schiena.

Il re trasecola, all’ardire di tale proposta. Non è possibile! E’ addirittura inammissibile! La reputazione della fanciulla andrebbe distrutta. Una principessa, una futura regina non può sottoporsi ad un simile scempio, esporre il proprio corpo ad un nugolo di pretendenti. Perderebbe di colpo il suo candore, la sua purezza, perderebbe d’un tratto ogni onorabilità, non solo, anche ogni attrattiva… e così via.

Ma la principessa è irremovibile. Sposerò unicamente colui che sarà in grado di individuare con assoluta precisione quel punto. E l’unica, insindacabile valutazione della cosa sarà mia, e solamente mia!

Dopo lunghe giornate di tormento e rinnovati tentativi di convincere la figlia a desistere dal suo proposito, il re è costretto a cedere e a dare il via alla prova. Vengono fatti chiamare tutti i pretendenti respinti e quelli ancora da respingere. La zona antistante il castello si trasforma in un enorme accampamento. A un segnale del gran ciambellano, i candidati vengono invitati ad avvicinarsi al talamo della principessa. Lei giace prona, ricoperta delle sue ricche vesti, fatta eccezione per una parte della schiena, in prossimità del punto in questione. I pretendenti ricevono dalle mani del ciambellano un pezzo di carboncino e con quello debbono tracciare la linea richiesta.

Lo so, lo so, tu reputi improbabile che una cosa del genere possa accadere. E d’altronde, stiamo parlando di una fiaba. Ma non è forse questo che succede, quando si è attratti da qualcuno? Ci si sfida, su di un filo di rasoio, sciorinando le nostre proposte di seduzione, spesso con precipitazione, per superare la concorrenza degli altri pretendenti. Quante aule scolastiche l’hanno visto fare, quante pizzerie, discoteche, panchine di parchi e notti vellutate… E in tutto questo, la bellezza, la bellezza funge da anestetico della vergogna.

Sicché i nostri pretendenti non esitavano a tentare, ognuno a suo modo, lo sguardo concentrato e acceso, qualcuno addirittura la lingua tra le labbra, a tracciare la linea, quella linea misteriosa… Ma sempre senza successo. La principessa non impiegava molto a comprendere il fallimento dei concorrenti. Scuoteva il capo e i poveri malcapitati, il carboncino ancora in mano, venivano accompagnati all’uscita, lo sguardo stupefatto, l’eccitazione e la vergogna mescolate insieme come una pozione mortale.

La cosa si ripeté per un’intera settimana, con le frotte di corteggiatori che si accalcavano per entrare e uscire dal regno, tanto spietato e rapido era il giudizio della principessa. Finché a dover sottoporsi alla prova c’era ancora un ultimo principe squattrinato, proveniente da una provincia lontana del regno, noto più per le sue bizzarrie, i suoi duelli insensati e i suoi versi d’amore, che per la sua attitudine al comando e alla guida del suo principato.

Il giovane – assai di bell’aspetto – venne fatto entrare nella sala della prova, gli fu consegnato un carboncino e gli fu fatto segno di avvicinarsi. Già il personale di corte pregustava la fine di quell’autentico tour de force e la possibilità di ritirarsi finalmente per potersi riposare. Tutti fissarono il pretendente, convinti com’erano che egli avrebbe tentato e fallito, per essere immediatamente riavviato sulla via di casa. Ma il principe squattrinato non si decideva a muoversi. E la principessa, coricata prona sul talamo, quel lembo di pelle scoperta, attendeva impaziente che lui si decidesse a tentare l’impresa. Ma lui niente. Se ne stava al fianco del capezzale, il carboncino nella mano appena sollevata, lo sguardo trasognato e luminoso, una sorta di impercettibile sorriso sulle labbra…

La fine è facile, dirai tu. Dopo aver estenuato i presenti con un’attesa smisurata, il principe calerà sicuro il carboncino sul corpo meraviglioso e traccerà con mano ferma la linea fatidica, per addivenire quindi a giuste, meritate nozze con la splendida fanciulla. Eh già, il meno adatto, il meno ricco e potente supererà gli altri ben più forniti concorrenti.

Niente di tutto questo. Nella tensione generale, di minuto in minuto sempre più palpabile, il principe calerà lentamente il capo e comincerà a fissare il punto, quel punto. E manterrà lo sguardo in quella direzione, con tale forza e intensità, da far vibrare l’aria circostante. E il carboncino se ne resterà fermo a mezza altezza e la principessa, dapprima scostante e annoiata, comincerà a focalizzare la propria attenzione su quel silenzio e piano avvertirà una muta forza, che le salirà lungo la schiena, le raggiungerà il collo, le scivolerà lungo la guancia, per avvicinarlesi alle labbra. E tratterrà a stento un sospiro e, tra lo stupore generale, si volgerà, inarcandosi, per poter portare lo sguardo in direzione del suo corteggiatore. Una volta seduta, ed essendo subito coperta dalla servitù, fisserà a lungo quello strano pretendente, che la fisserà a sua volta. E dopo un lungo, estenuante osservarsi, la fanciulla scioglierà finalmente ogni riserva e lo dichiarerà il proprio futuro sposo.

Sì, va bene, ma lui non aveva veramente superato la prova! Tutta quella messa in scena per poi dare la precedenza a qualcuno che avrebbe potuto comunque scegliere, senza tante macchinosità!

Lui aveva capito! E’ questo il punto. Lui aveva capito, meglio di ogni altro. La tensione, l’intensità immobile dell’autentico sguardo. Quello che non vede, ma coglie l’essenza. Per la prima volta nella sua vita, la principessa si era sentita compresa. E sapeva, ora, a chi donarsi.

Ora, quando, nei bar, accavalli le gambe, e la pelle lievemente abbronzata della coscia si distende luminosa, io, come il principe, la fisso, concentrato. Non abbiamo veramente bisogno di parlare. Come quel nobile bislacco, chiamato a superare una difficile prova, io scelgo il silenzio e l’inoperosità, la carica densa dell’attenzione. Tu non hai che da accogliermi.

Dunque ti sto aspettando, seduto proprio in un bar. E mentre ordino l’ennesima bevanda, poiché tu ritardi, ripenso alla mia vita. Avevo un compagno di classe, molto diverso dagli amici che ero solito frequentare, e che veniva da una famiglia di autentici galeotti. Il padre più in prigione che fuori, la madre prostituta di infimo ordine, il fratello in riformatorio. Lui, un giovane riflessivo e pacato, equilibrato e, a suo modo, distinto. Una sorta di autentico baronetto, ma privo di artificiosità, baciato dal dono della naturalezza. L’amico ideale, l’idolo delle nostre madri, che facevano a gara per averlo a cena e nutrirlo. Anche per vestirlo, a volte, visto che non di rado veniva fatto oggetto di donazioni di abiti dismessi, di fratelli e padri. E indossava i loro giacconi frusti, i loro pantaloni rattoppati con una grazia e un’eleganza invidiabile, che donavano a quei capi una nuova, sorprendente vitalità.

Che dire, in un’altra famiglia sarebbe probabilmente divenuto una sorta di angelo. Nella sua, manteneva comunque una sua sostanziale dirittura d’animo, una sua calma visione del crimine e dell’onestà. Un giorno, gli capita di trovare in terra un portafoglio. Lo raccoglie. Lo apre. Contiene una grossa somma di denaro e una carta di identità. La tentazione di trattenere i soldi, restituendo unicamente il documento è forte. Ma, memore degli insegnamenti di qualche maestro – non della madre o del padre – il ragazzo si limita a prelevare una modesta somma per le sue necessità della settimana e riporta il resto dei soldi e i documenti al legittimo proprietario. Il quale altri non è se non la madre della fanciulla più bella e desiderata della scuola. Lui non lo sa, non lo può capire, perché non conosce il nome della madre, ma quando suona il campanello della splendida villa in cui abita la famiglia e ad aprirgli è proprio la giovane, lui trasecola. Ha un piccolo mancamento. Si morde le labbra al pensiero della piccola somma prelevata. Di cui la fanciulla è perfettamente consapevole, perché era lei ad usare il portafoglio in quei giorni. Ma non dice nulla. Lui tira un sospiro di sollievo. I due si conoscono. Si trovano reciprocamente attraenti. Cominciano ad amarsi. Vanno contro convenzioni e aspettative delle persone che stanno loro attorno e finiscono con il mettersi assieme, sposarsi e vivere felici, con tanti figli, per tanti anni.

In età avanzata, lei si ammala. E perde in buona parte le sue facoltà intellettive.

Ma un giorno, sulla panchina del parco della clinica dove lui la va a trovare quotidianamente, lei, in uno sprazzo di semi-lucidità, gli chiede che cosa avesse fatto della piccola somma sottratta al portafoglio. Lui la guarda, paralizzato dall’emozione e dalla vergogna. Lei, dopo un sorriso dolcissimo e desto, che dura solo un attimo, riprende la sua espressione inebetita e i suoi sproloqui insensati. O almeno così pare.

Lui trova la forza per dirle che, con quella piccola somma, le aveva regalato i primi fiori della loro storia. Lei pare non sentire. E’ splendida, nella luce del tramonto estivo. Gli occhi, lo sguardo, hanno conservato intatta l’antica bellezza. Lui si dispera di non essere riuscito a raccontarle cosa era effettivamente accaduto. Lei continua a delirare. Ma quando l’infermiera viene per ricondurla nella sua stanza, lei, le spalle ormai girate verso di lui che la saluta mentre se ne va, mormora più volte la parola dalie, dalie… dalie…

Solo l’infermiera la sente.

Avrei in mente gli attori che potrebbero girare questa scena. Lo sfondo di prati e grandi alberi calmi. Il sole radente del tramonto. Lo splendido edificio della clinica. Raddoppierei poi la parte di lei. La mostrerei da vecchia, ovviamente. Ma, poco discosta, farei apparire l’attrice che la interpretava da giovane. La figura eretta e aggraziata. Le braccia sottili e sode nell’abito senza maniche. La linea perfetta delle clavicole. Lo sterno e quella sua eterna promessa che consiste nell’attaccatura superiore del seno. Dove comincia il seno, veramente? Forse girerei l’ultima scena così. Il primo piano di lei che se ne va con l’infermiera. Le sue parole smozzicate. Poi uno stacco sulla figura di lei da giovane. Un lento avvicinarsi della macchina. Un restringersi dell’immagine, fino a farla coincidere con quel punto del petto. Una lunga, coraggiosa insistenza proprio su quel rettangolo di pelle, proprio su quel punto. Unico movimento, il lieve sollevarsi del respiro.

Avrei in mente come girare anche molte scene che ci riguardano. Ed ogni volta tu saresti al centro dell’immagine. La scena del bar, per esempio. La scena che sto vivendo in questo momento, mentre ti aspetto, rassegnato. Tu che stai arrivando, sul marciapiede affollato. Lo sguardo che mi ha già individuato. Il sorriso. Il pensiero che, lo sento, è già oltre, sta già architettando piani, progettando nuove realtà, immaginando scenari che a noi tutti sfuggono. E tutto questo racchiuso nel modo in cui afferrerai lo schienale della sedia per accomodarti vicino a me. La sublime distrazione di chi si trova sempre una scena avanti rispetto a tutti gli altri.

Bene. Ti siedi. Che cosa hai fatto. Che cosa ho fatto, ho fatto quello che dovevo fare e poi ti ho aspettata, e intanto ho pensato a principesse e giovani segnati dal destino. Ah, ecco, volevo ben dire. Le solite fantasticherie. Io invece ho pensato alle scene a, b, c e d della nostra vita a venire e credo potremmo fare così e così, e tu allora potresti fare così e colà e insomma, non sarebbe male se poi, sia tu che io, facessimo in modo che, hai capito benissimo, perché allora tutti e due avremmo modo, per un domani, eventualmente, di trovare anche una soluzione, che comunque tu avresti rimandato, come fai sempre, e invece, in questo modo, saremmo a cavallo e niente escluderebbe che, hai capito benissimo, e così il mio amore te lo sciorino proprio così, fatto di mille cose e non solo di pensieri e di scene, come fai tu, che sei sempre lì che pensi ai film della tua vita e anche della mia, che poi non capisco se te li guardi fino in fondo o solamente accenni qualche scena qui e là e allora, insomma…

E mentre mi si gonfia davanti questa teoria di architetture e soluzioni, io continuo a fissare quel punto, quello del seno. Dove comincia veramente, il seno? Quando se ne vede levitare la curva, ha già avuto inizio quel suo pendio lanciato verso il basso, o deve ancora veramente cominciare… E se vi facessi scorrere un dito, lentamente, quando intonerebbero, le trombe del cielo, un pieno e glorioso accordo tonale?

Tu capisci che io sto pensando proprio a quello e mi fissi, con quel tuo sorriso che mette a posto gli uomini, dicendo loro, vi prendo proprio perché siete dei polli, perché se punteggi e graduatorie fossero improntati a criteri diversi, chi vi vorrebbe, a voi? Eh? E allora abbiamo individuato questo criterio dei polli, e la nostra scelta ha anche una valenza democratica, nel senso del dettato costituzionale, vale a dire in direzione del rimuovere gli ostacoli al libero dispiegamento del merito e del valore. E da che cosa sono rappresentati, questi benedetti ostacoli, se non da voi stessi, dalla vostra mente imbevuta di umori proto-terrestri, brodo-vitalistici ecc…? Insomma, io pratico nei vostri confronti una politica autenticamente democratica, orientata in direzione della vostra graduale liberazione da voi stessi.

Capito?

Capito, capito, e allora io mi iscrivo mentalmente a questa graduatoria e godo spensierato del potervi appartenere e tu finalmente ordini e io ordino con te e finalmente accavalli le gambe e io posso dedicarmi alla pelle luminosa della coscia.

Ma mentre mi accingo a quell’esame, noto con sorpresa che anche tu mi stai guardando. E per un attimo, dietro i tuoi occhi, balena una scintilla di attrazione. Ehi ehi ehi, andiamoci piano, qui stanno sballando le tabelle, qui, dinnanzi a te, c’è un pollo, appena appena tratto in salvo da politiche di sincero stampo democratico, com’è sta faccenda che ci se ne può sentire attratti?

E allora, di fronte a questo furbo mistero del creato, mi viene da pensare alla storia di quei due alligatori. Maschio e femmina. Assieme da ormai molto tempo, e in procinto di affrontare una delle loro peggiori crisi coniugali. Lui sempre più distratto e preso dai suoi ritrovi maschili, lei sempre più ferita e delusa, e tagliente, ogni volta che entra in contatto con lui e ha modo di parlargli. Un disastro. Un autentico disastro.

Stanno cacciando assieme. E’ sabato mattina. Lui distaccato e passivo. Lei acida e aggressiva.

Un’antilope gli si para davanti proprio in riva al fiume, in un anfratto protetto che può garantire loro un attacco relativamente facile. Consuetudine vorrebbe che fosse lei ad aggirarla e a sospingerla dritta dritta nelle fauci di lui, che intanto si sarebbe appostato tra il fogliame, prendendosi lui quindi il merito maggiore della cattura, senza muoversi più di tanto, con l’unica necessità di tenersi ben fermo immobile. Lei accenna al movimento di aggiramento, ma poi, nel guardarsi farlo, ha come un attimo di lucidità, si vede compiere quel gesto tutto sommato ancillare e allora si ferma. Si gira verso di lui e gli fa: vai tu, questa volta. Lui rimane di sasso, abituato com’è a quel trionfo di facile caccia, a sentirsi il sangue caldo colare tra le fauci senza aver nemmeno dovuto muovere un passo, a sentirsi addosso gli occhi famelici e ancora insoddisfatti della sua collaboratrice di appostamento, mentre lui già sta placando i morsi della fame – e ha un moto di esitazione. Tale per cui l’antilope ha quella frazione di tempo necessaria a rendersi conto di quanto sta accadendo, e comincia a spostarsi fuori del raggio di azione degli alligatori, e questo suo movimento si trasmette al resto del branco e la possibilità stessa dell’assalto sfuma nella calura incombente del primo mattino.

Come dire, oggi non si mangia. Oggi si tira la cinghia. Ma soprattutto: oggi si guarderà alla moglie con uno sguardo nuovo. Non a quel corpo scontato e provvido, sempre disponibile a soddisfare ogni desiderio, ma a una femmina autonoma e orgogliosa, disposta a misurarsi con qualsiasi avversario.

L’alligatore non riesce a darsi ragione dell’accaduto. Sente salire in sé una forma di nuova aggressività quasi incredula, un’insolita ostilità, mai provata prima di allora. E quando lei gli si avvicina per indurlo a prendere la sua posizione di alligatore battitore, lasciando a lei quella di alligatore finitore, per ritentare con una nuova preda, lui, che si vede passargli davanti il corpo luminoso di lei, le afferra all’improvviso la zampa posteriore, e comincia a stringere le fauci, con tutta la forza possibile. Lei avverte incredula un dolore lancinante e non riesce a formulare altra reazione che quella simmetrica e, con un colpo di reni, si inarca, ruota fulminea il capo verso di lui e lo afferra a sua volta alla zampa posteriore destra. Sicché, tra dolori incrociati, ora si trovano a formare una sorta di cerchio fatale, che piano si macchia di sangue sempre più copioso e si inebria di rabbia accecata, di lui, di lei. Nessuno dei due accenna a lasciare la presa. Entrambi approfittano di ogni minimo spostamento di peso per perfezionarla e affondare i denti ancora di più nelle carni dell’altro. E questo ballo fatale li porta lentamente verso la morte.

Quando ormai le forze li stanno abbandonando, la vista è ormai annebbiata, il dolore ormai così forte da non consentire più nemmeno un lamento, mentre con l’ultimo, piccolo spostamento delle fauci, hanno ormai entrambi perfezionato la presa, al punto da garantirsi la vittoria finale, si trovano tutti e due a ripercorrere la loro vita. Lei i primi mesi, le prime gioie del corpo, le prime covate, le prime tenerezze di madre. Lui i primi approcci, i primi vagiti, le prime noie di padre distratto. Lei le prime noie distratte di lui. Lui i primi rimproveri alle sue noie distratte. Lei la prima delusione per la distrazione di lui. Lui il risentimento per il rimprovero di lei. Sicché entrambi, passato il primo attimo di commozione, trovano immediatamente motivo di affondare ulteriormente le fauci nel corpo del coniuge. Finché le ferite, la perdita di sangue è talmente forte da non consentire più, nemmeno lo si volesse, di ritornare indietro. E due maschi di passaggio, attratti dall’odore fortissimo del sangue, si vedono presentare, su di un vassoio d’argento, il pasto per i giorni seguenti. E affondano a loro volta i denti in quel groviglio di ex amanti, risentiti e dolenti. Che muoiono ottusi, travolti nella gioia dell’odio.

Ehi, ehi, che storia terribile. Non vorrei mai sentire sul mio corpo il dolore della tua insoddisfazione, penso, mentre tu addenti una piccola brioches. E’ meraviglioso come dei piccoli frammenti di crosta si depositino sul bordo della gonna e come tu li faccia cadere con un movimento svelto e pulito, non smettendo per questo di riflettere sul senso dell’amore. E’ questa la tua superiorità. In ogni frangente non smarrisci la tenacia della conservazione e della dignità, la voglia che le cose mantengano una loro composta bellezza, anche se tutto, attorno, sta crollando. Mi piace pensare che, come alligatrice, oltre ad affermare la giusta necessità di dividere gloria e conforto delle posizioni di caccia, avresti anche pensato, mentre strisciavi verso l’antilope ignara, a come imbandire lo stufato della tua preda. E anche quando, accecata dall’ira, avessi afferrato l’arto del tuo coniuge arrogante, non avresti scordato di scegliere la migliore sfumatura dell’incontro del sangue con l’erba della riva della palude.

La bellezza. La bellezza…

Certo, in quel fragore terribile di corazze che impattano l’una contro l’altra, in quella ottusa tenacia della presa, c’è qualcosa di molto simile alla sorda ottusità dei nostri litigi. A volte penso che, in quei momenti, ci guidi una forza superiore, e non riesco a pensare a nessun altro modo di arrestarla o quanto meno di frenarla, che non sia la pelle tesa e luminosa di quella coscia leggiadra, lievemente abbronzata, rilucente di tensione beata.

Se poi, un genio maligno, il consiglio di un malizioso produttore, uno sceneggiatore in cerca di salti di qualità, facesse sì che la gonna scivolasse un poco verso il basso, scoprendo così ancora un poco della coscia, allora bisognerebbe cercare un attore capace di rendere imbarazzo ed eccitazione assieme, compostezza e pensiero lubrico. Non facile. Certo, non facile.

C’è poi il fatto che, in generale, donna o attrice che sia, è difficile rendere i due piani della compresenza, la nostra duplice natura di esseri, materiali e tendenti all’idea.

Un giorno, me ne torno a casa da una giornata particolarmente difficile e faticosa. Apro la porta d’entrata, lascio cadere borsa e documenti sul divanetto dell’ingresso, accendo il bollitore di passaggio verso il bagno, mi lavo faccia e mani, ritorno verso il soggiorno, verso l’acqua calda sul caffè in polvere, afferro lo zucchero – facendone cadere qualche granellino – cerco un cucchiaino, mi muovo verso il frigo alla ricerca del latte e allora… allora realizzo di aver visto qualcosa, mentre ritornavo dal bagno alla cucina. Qualcosa che non appartiene al normale paesaggio della stanza. Ritorno sui miei passi, ancora leccando il cucchiaino usato per lo zucchero, mi accosto alla porta che dalla stanza dà sul corridoio e… lo vedo. L’animale, intendo. Otto zampe – non sei come un insetto classico – ma simile nella distribuzione degli arti. Due teste. Una guaina uniforme che ricopre quello che sembra essere il torso. Una distribuzione ineguale ma simmetrica di una protezione pelosa, scura, sugli arti. Osservando meglio, noto che la parte superiore del corpo dell’animale, quella che potrebbe essere la schiena, è molto meno ricoperta di peli rispetto alla parte inferiore. Lo stesso vale per gli arti posteriori. Insomma, insisto nel guardare e, col passare del tempo, non posso più nascondere a me stesso che la parte superiore del corpo dell’animale è rappresentata da un’amica a cui avevo prestato le chiavi dell’appartamento e quella inferiore è la persona che, evidentemente, aveva interesse a che la mia amica detenesse quelle chiavi. Si sono addormentati, uno sull’altro – lei sopra di lui. Dormono talmente fondo che non si sono svegliati al rumore dei miei movimenti casalinghi, e a vederli così, nudi, indifesi, incollati l’una sull’altro, mi ricordano moltissimo le mostra dimensione naturale. Sono la rappresentazione vivida e impressionante della nostra fisiologia. Tra le natiche di lei brilla ancora qualche piccolo bagliore di umore corporale. Lo scroto di lui, in basso, pende stranamente insulso e animale – mi viene da pensare a un caprone su di un prato, ad un satiro accecato da una ninfa delicata e bellissima…

Beh, che dire. Non so come comportarmi. Indietreggio nel corridoio. Non so bene se tossire, ma certo, il tradizionale colpo di tosse, prodotto ancora dall’atrio dell’appartamento, in modo da dare all’animale tempo e modo di spostarsi da quel punto e ritrovare una diversa sistemazione, o se forse non sia meglio addirittura uscire dalla casa, e telefonare da fuori, in modo da rendere l’avvertimento ancora più lontano e rassicurante. Ma non so bene cosa sia più adatto, visto che è sempre possibile che, per quanto piano io cerchi di fare, loro mi abbiano sentito o mi sentano, mentre cerco di sgattaiolare fuori. E poi, non ho la possibilità di far sparire le mie tracce – il bollitore, il pane tostato, le marmellate estratte dal frigo… -, e non mi piacerebbe che loro pensassero che potrei averli visti in quella posizione, sicché decido per il colpo di tosse – abbastanza forte da essere sicuro che mi sentano – e la fuga in bagno, dove posso attendere che loro normalizzino la loro situazione – pensando che io non li abbia ancora visti – e abbiano il tempo di decidere che cosa fare, se vestirsi e mostrarsi all’ospite, o fuggire per le scale, verso la normalità del giorno.

Ma non ho fatto i conti con la loro vitalità. Non si sono accorti affatto della mia presenza, e mentre sono in bagno, si sono destati. E quando sporgo silenzioso la testa verso il corridoio su cui dà la stanza in cui si trovano, vedo una parte dell’animale che muove il dorso in modo ritmico, inarcandosi e richiudendosi come una sorta di enorme cambra ed emettendo, nel farlo, dei suoni smozzicati e armoniosi al tempo stesso.

A questo punto, non ho altra scelta. Striscio verso l’atrio e l’uscita. Lascio la cucina a mezzo in piena preparazione di spuntino e mi dileguo per le scale. Ma l’immagine di quell’animale tentacolare non mi abbandona affatto. Quell’essere bavoso e gemente, annaspante e dimentico, è lo stesso che mi ritrovo davanti – scomposto nelle sue singole parti – quando discuto e lavoro, concepisco progetti e teorie, medio e avanzo ipotesi, calcolo e traggo conclusioni. Io – noi – siamo quell’essere tentacolare e lubrico.

E mi va bene, mi va bene che tu lo sia con me. Ma alle volte penso con un brivido se la schiena, il dorso di quel mostro sorpreso nella mia casa, fosse stato fatto di te. Se ti avessi sorpresa a dividere con un partner sconosciuto quel destino di grande bestia strisciante – non so se avrei retto alla vista… Mentre avrei tranquillamente tollerato di vederti discutere con qualcuno di un progetto architettonico, di un saggio letterario, di un documento fiscale. A meno che non avessi l’impressione che quel vostro dibattere non fosse semplicemente l’anticamera dell’altra cosa, dell’essere tentacolare, degli umori del corpo ecc… Insomma, se sei bestia voglio che tu lo sia solo con me. Se sei intellettuale rinascimentale, mi va bene che tu lo sia pressoché con chiunque, a meno che, a meno che, appunto…

Ridi delle mie immagini, mentre ordini un’altra brioches. E nel farlo ti allunghi all’indietro, per intercettare lo sguardo del cameriere. Ti inarchi, insomma, e io credo di non aver mai visto niente di più bello. Soprattutto perché questo inarcarsi è ricoperto, spalmato, per così dire, di compostezza. Quando, raddrizzandoti, ti riporti in asse col tuo corpo e il capo, ritornando ad elastico nella posizione verticale, rimette i tuoi occhi sulla linea dei miei, io posso cogliere quel momento preciso in cui stai riacquisendo la posizione verticale, ma non l’hai ancora fatto, e per un momento intravvedo, nella tua compostezza, anche il disarticolarsi dell’abbandono, il capo all’indietro, appunto, gli occhi quasi rovesciati, le labbra dischiuse. E penso alla straordinaria ricchezza di sfumature di cui siamo circondati. In ogni donna, in ogni uomo, in tutti gli incontri che facciamo, ogni giorno, ogni singolo minuto, passiamo in rassegna, nella normale sequenza del quotidiano, animali, bestie e principi, rime e rigurgiti, mucose, cartilagini e poeti. E penso non rinuncerei mai ad averti qui, tra le braccia, o seduta appunto al bar, pur sapendo di qualche tuo ossicino un po’ fluttuante, o dei villi intestinali che hai nel corpo. Perché è flessibile, la mia mente, quando spazia dai globuli alle idee.

Per lo meno quanto è flessibile la tua schiena, quando si inarca per darmi – o prendermi – piacere o per raggiungere sullo scaffale più alto, dietro la scrivania, uno splendido testo di Orazio, un racconto di Kafka, o un romanzo di Stendhal.

Come sei bella, quando ti inarchi.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 26 marzo 2012