Intervista a Richard Price

Silvio Bernelli



58 anni, autore di duri romanzi urbani, sulla cresta dell’onda grazie al successo mondiale di La vita facile (Giano Editore, 19€), Richard Price è uno dei pezzi da novanta del noir americano contemporaneo. Altrettanto importante il curriculum da sceneggiatore, che annovera tra l’altro la versione cinematografica del suo romanzo Clockers, portata sugli schermi da Spike Lee, Il colore dei soldi e alcuni episodi della serie televisiva The Wire, trasmessa negli USA da HBO. Lo incontriamo nella quieta sala dell’Albergo Victoria, a Torino, in qualità di protagonista del Noir in Festival di Courmayeur, dove siede nella Giuria Cinema. Magro, completamente vestito sui toni del blu, più che compassato, Richard Price pare parecchio provato dal volo transoceanico. Le occhiaie e il tono di voce radiofonico ricordano il Lou Reed ultimo periodo.

Da The Wanderers, il suo libro d’esordio, passando per Clockers, fino alle sue storie più recenti, spesso i protagonisti sono dei giovani in difficoltà. È un modo per alludere alle difficoltà del mito Americano del Nuovo Mondo, della nazione "Per sempre giovane"?

No. Sono un narratore molto provinciale. Tendo a focalizzarmi sulle comunità urbane degli Stati Uniti, ma non per usarle come metafora dell’intera nazione. Non ho quella pretesa.

Lei dà l’impressione di trovarsi parecchio a suo agio negli ambienti criminali e degradati che racconta. Cosa c’è di autobiografico nei suoi libri?

I miei primi libri erano autobiografici, poi ho smesso di scrivere e mi sono occupato a lungo di copioni cinematografici che non avevano niente a che fare con me. Adesso, da quando sono tornato al romanzo, scrivo di cose che non hanno nulla a che fare con la mia vita. Anche se ovviamente tutto ciò che uno scrittore scrive è almeno in parte autobiografico. Le nostre scelte danno corpo ai personaggi che inventiamo, e viceversa.

Non credo mai alle frasi scritte sul retro di copertina dei libri, ma in quelle dei suoi il suo nome viene accostato a Balzac, e in effetti qualcosa di quel modo di guardare alla società nei suoi libri c’è. È un autore che ama?

Di Balzac ho letto solo Papa Goriot, ma in generale, penso che la critica cerchi sempre di trovare degli antenati degli scrittori di cui si occupa. Nel mio caso hanno anche fatto il nome di Dickens, ma come per Balzac, non sono un autore nel loro ordine di grandezza. Non possiamo essere confrontati.

I suoi libri hanno una sorta di iper-protagonista: New York. Don DeLillo proprio su queste pagine, qualche mese fa, lamentava la sua nostalgia per una città intensissima, ma in cui era possibile vivere con poco. La condivide?

Se per New York intendiamo Manhattan, come di solito si fa, è vero che è diventata una città carissima, in cui di fatto i quartieri- comunità così come esistevano una volta sono scomparsi, e la classe media non esiste più. A Manhattan oggi abita solo chi è molto ricco o chi è molto povero.

C’è in La vita facile una pagina che mi ha colpito molto, la visita del detective Matty Clark in un alloggio in cui decine di immigrati cinesi vivono in condizioni spaventose. Pensa che i poliziotti di oggi siano il primo argine di una società che si trova a che fare con un’ondata di cambiamenti del tutto imprevisti?

Di solito la maggior parte dei delitti avviene all’interno della comunità, ma in La vita facile, ho parlato del Lower East Side di Manhattan, che è frequentato da gruppi di persone molto diversi tra loro. E quando i bianchi giovani, i protagonisti centrali del romanzo, si muovono in zone abitate da neri e ispanici, dove ci sono le case popolari, c’è sempre uno scontro, una collisione tra mondi diversi. La polizia si muove in questa area grigia tra le comunità, ma solo se ci scappa il morto. È il suo lavoro, in fondo.

Mi sembra che il cinema americano stia soffrendo di un deciso processo di omologazione. Sta succedendo la stessa cosa per la letteratura?

Oggi il cinema di Hollywood tende a fare film che possano essere compresi da un bambino di dieci anni. In letteratura però si va ad ondate, oggi vengono pubblicati un mucchio di libri inutili, basta pensare alla chick-lit delle varie Kinsella. Ma non ho mai sentito dire che un autore non è stato pubblicato perché ha scritto un libro troppo bello.

La sua è una scrittura molto potente, capace di giocare su molti registri, con dialoghi molto credibili. È una lezione che ha preso dalla strada o dal cinema?

L’ho presa dalla strada. Quando scrivo passo il mio tempo con persone simili a quelle che voglio raccontare. Non li registro, non prendo appunti, sto semplicemente con membri di uno stesso gruppo etnico, o con persone che fanno un particolare lavoro, burocratico magari, e faccio molta attenzione alle cose che dicono e a come le dicono. È così che cerco di assorbire il ritmo del loro linguaggio.

L’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca ha dimostrato che la politica americana è ancora capace di far sognare. Cosa pensa del suo nuovo Presidente?

Abito ad Harlem e la notte dell’elezione di Obama sembrava Capodanno, o la vittoria degli Yankees nel campionato di baseball. C’era tutta la gente che festeggiava per strada, ma penso che Obama sia stato eletto solo perché gli americani dovevano rifiutare pubblicamente e in modo forte la presidenza di George W. Bush.
La politica è sempre la solita vecchia merda. Vediamo cosa riuscirà a combinare questo giovane, attraente primo Presidente di colore della nostra storia. Tutto quello che possiamo fare è sperare.

Pubblicato su l’Unità, dicembre 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 8 dicembre 2008