Ancora sulla rigenerazione

Luciana Floris



Il primo amore, nella sua versione cartacea, ha già diversi numeri al suo attivo, ma il tema della rigenerazione mi pare resti centrale per la rivista, e per il lavoro del gruppo che la anima. Un tema che, fin dal primo numero, ha fornito strumenti per un’autocritica, individuale e collettiva, cercando di aprire un orizzonte nuovo. Mi riconosco in quella "radicalità sentimentale, emotiva e mentale" di cui parla Antonio Moresco, "necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato", "per riattivare capacità umane atrofizzate" e dare avvio a un processo di rinnovamento.
E tuttavia mi stupisce come in una rivista dedicata a questo tema, le immagini di rigenerazione siano tutto sommato poche – la coda della lucertola, certo. Invece ritorna spesso, nei vari scritti, il tema del lutto e dell’ "omaggio funebre" (Moresco), della morte (Benedetti , Nelli), del "disastro" (Scarpa). Evidentemente le due cose sono strettamente collegate. Evidentemente siamo ancora dentro una cultura dell’elaborazione del lutto. E’ vero che la nostra modernità è intrisa di miti di morte: dell’arte, di Dio, del soggetto… miti che spesso hanno effetti fuorvianti.
Ma forse la rigenerazione può partire solo da qui, dalla nostra capacità di attraversare il lutto e di metabolizzarlo. Occorre cioè "attraversare fino in fondo l’arido vero" (Benedetti). Essere capaci di rendere un "omaggio funebre", di fare un gesto di compianto, che permetta di "prendere su di sé tutto il dolore e l’onore della propria specie" e far sì che la vita, come la morte, tornino a essere rilevanti. Occorre riscoprire quella facoltà di cordoglio oggi "pietrificata", violentata dai mass media, dal ritmo iperveloce dei telegiornali, dalla loro frammentarietà, dal susseguirsi affastellato di notizie senza alcuna soluzione di continuità. Perché la sempre maggiore esposizione della morte – immagini di corpi martoriati, sangue, stragi in quantità – si accompagna paradossalmente alla sua rimozione, alla povertà di rituali di elaborazione del lutto. Occorre dunque ritrovare una capacità corale di compiangere basata sulla consapevolezza della tragicità, contro la falsa felicità, le facce plastificate e i finti sorrisi che ci vengono propinati in continuazione dai teleschermi. "Condoglianze" è una parola antica, forse antiquata (nel senso di Anders) com’è antica la capacità di dolersi insieme, in un tempo in cui si tende a dimenticare velocemente, buttare via, sostituire le merci e le persone, divenute intercambiabili.
Solo il lutto, invece, può consentire la "catarsi", la "purificazione":
ritrovare uno spazio-tempo non frammentato, senza limiti, "un regno dove non c’è consequenzialità corta nelle cose" (Moresco). Ritrovare quelle "energie che si mobilitano come anticorpi attorno alla ferita" (Benedetti). Da qui, la necessità di una scrittura che rifletta sul tema della morte per rigenerarsi.
Ma in che modo la scrittura può produrre rigenerazione? In che modo può mettere in circolo nuove energie, riattivare forze vitali sopite o addomesticate? Probabilmente ciò è legato alla sua natura poietica : a quel potere creativo, trasformativo, metamorfico che caratterizza l’arte. Nasce da una forma di energia che si incamera là dove ferve qualcosa, si assorbe ponendosi dove scorrono flussi, si riceve tramite delle "scosse" ("E’ la capacità di ricevere scosse che fa di me una scrittrice", diceva Virginia Woolf). Energia che, in un secondo tempo, si scarica nell’atto stesso di scrivere, si trasmette con la produzione di parole. Tra un polo e l’altro, chi scrive funziona come un trasformatore di energia: presta il suo corpo, la sua mente a questo processo, si fa abitare da questo lavorio, accetta che la sua vita venga invasa.
Ma questa "invasione" permette di convertire il negativo in positivo, di trasfigurare l’esperienza particolare in linguaggio universale, la materia di vita in ciò che viene chiamato letteratura. Il risultato finale può essere esplosivo. Come scrive Maria Zambrano, "ogni libro deve avere qualcosa della bomba" , liberare energia distruttiva nei confronti di luoghi comuni e falsità, per fare il vuoto e creare le condizioni di una rinascita.
La parola dunque, come aveva ben visto la sapienza greca, è logos pharmakon, al tempo stesso malattia e medicina, pratica di cura che può rimarginare le ferite, ricucire gli strappi, creare un ordine nuovo. E può far sì che la ferita, la cicatrice, si riveli una soglia: un’apertura, un luogo di passaggio verso un’altra dimensione, verso un nuovo inizio.








pubblicato da s.nelli nella rubrica emergenza di specie il 7 dicembre 2008