L’utopia del necessario

Giovanni Giovannetti



Serge Latouche è professore emerito di economia all’Université d’Orsay e uno degli avversari più autorevoli dell’occidentalizzazione del pianeta. Sostenitore della decrescita conviviale e del localismo, Latouche predica la città lenta, un modello che si propone di reinserire l’economia nella realtà locale. Secondo Latouche, una ecologia economica che contrasti la speculazione edilizia e gli sprechi è possibile quando le decisioni fondamentali sono prese localmente entro un progetto animato dalla partecipazione e dalla gestione condivisa del bene comune.
Utopia? No, realtà, come insegnano le molte cittadine europee che hanno deciso di cambiare rotta e mentalità. Data l’aria che tira, semmai è utopico il suo contrario. Lo abbiamo intervistato.

Dipendesse da te, cosa faresti per dare un futuro alla specie umana e al pianeta?

È una domanda enorme. Il cambiamento non è il risultato delle decisioni di un singolo che è al potere, ma passa dalla decolonizzazione dell’immaginario. Si devono modificare il modo di vivere, il rapporto con la natura e il modo di pensare; il rapporto con gli altri e il rapporto con il lavoro.
Non si tratta solo di decidere. Naturalmente si può decidere che chi rompe paga, che i responsabili dei danni all’ambiente devono ripararli o pagarli, per esempio: è una regola normale, ma nessuno l’applica. I trasporti, per esempio: nessuno paga il danno sull’ambiente del trasporto delle merci. Eppure è una delle cose più dannose, perché l’attuale sistema di trasporto non solo distrugge l’economia locale, ma è molto inquinante.

Ottimizzare le risorse. Hai spesso invocato un’economia radicata sul territorio...

Sì, ma ci vorrebbe una vera rivoluzione culturale. Anche tornare all’agricoltura contadina, senza pesticidi, senza concimi chimici: cambiare strada, abbandonare l’agricoltura produttivista. E poi cambiare anche il nostro rapporto con il lavoro: non si tratta solamente di lavorare meno per lavorare tutti, ma soprattutto lavorare meno per vivere meglio. Non si deve guardare alla decrescita come a un modello negativo, volto alla sopravvivenza, bensì come a una strada che ci porti a vivere meglio. Si potrebbe mangiare meglio, si potrebbe respirare meglio. Si potrebbe godere meglio del mondo, invece di sfruttarlo; vivere in armonia con il mondo, vivere dentro città belle, invece di distruggerle. Tutto questo presuppone un cambiamento radicale delle mentalità e dei rapporti sociali. Non vedere più negli altri dei concorrenti o dei nemici, ma dei possibili amici.

Un movimento "dal basso" che prema sulla politica?

Senza tuttavia farsi troppe illusioni. Penso che dobbiamo re-inventare la politica dal basso. Per esempio, mi sembra interessante il movimento delle liste civiche, per ridare senso e contenuto alla politica. Ma siamo in una situazione che definirei di guerriglia, e durerà per molto tempo. Dobbiamo resistere, perché oggi il vero potere non è nella politica: il vero potere sono le grandi imprese transnazionali, e gli uomini politici sono solo burattini nelle loro mani. Quando qualcuno imbocca la strada della politica, viene subito manipolato. Per questo sarà una battaglia lunga, che andrà combattuta dal basso; anche se non si deve rinunciare a stare dentro la politica attuale.

Isolamento individualismo frammentazione. Oggi i nuovi proletari sono i precari, in Italia più che altrove, perché rischiano di rimanere precari a vita. Un’altra categoria a rischio sono i pensionati, insieme a tutti quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese. Bisognerebbe coagulare le varie componenti frammentate, far maturare in loro la coscienza e la consapevolezza sui grandi temi dell’emergenza ambientale e di specie…

Ora siamo tutti imbarcati su questa nave che va verso il naufragio. E non c’è più un soggetto storico di riferimento. Allora, virtualmente, tutti possono essere impegnati. Però si deve creare questa coscienza, questo senso della responsabilità umana; e un nuovo senso civico, una nuova coscienza ecologica forte; e anche una forte solidarietà umana, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli uomini e le altre specie. Questa mi sembra la questione più importante. Direi che è la grande sfida del nostro tempo.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 5 dicembre 2008