Apostrofo.

Tiziano Scarpa



Concerto di Helmut Lachenmann. Gli archi emettono, anzi, immettono in sé stessi dei risucchi, come se il suono non uscisse dagli strumenti ma vi ripiovesse dentro. Ostinazione a usare strumenti che furono escogitati secoli fa per tutt’altri scopi, per tutt’altri suoni. Sistematico pervertimento esecutivo. Per estrarne nuove possibilità, certo. Ma anche un’insofferenza, uno scalpitare sotto il carico del passato, patendo gli attrezzi che ci ha tramandato. È vero che solo un’orchestra classica, con anni di conservatorio, esperienza ecc., può garantire una tale precisione nel rendere queste sottigliezze sonore. Che però ormai si producono facilmente con l’elettronica. Perché non usare direttamente quella, allora? (D’altronde, lo stesso accade alla lingua. Noi percorriamo parole millenarie attraversandole da ingressi e uscite del tutto diverse da quelle di un tempo.) Percussionisti suonano gli spartiti, strusciano le bacchette sui leggii. Riuscire a sentire il suono di un apostrofo, di un’








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 5 dicembre 2008