Io, bannato 3 volte da facebook

Aldo Nove



Nello sterminato paese delle faccine del libro universale non si può sgarrare, ma il peggio è che le regole per comportarsi bene non le sa nessuno. E dunque è tutto un brulichio tumorale di identità vere o fittizie che dal nostro computer si riversano davanti ai nostri occhi, talvolta nei cuori, senza alcun criterio, senza nessuna regola chiara.

Finzione irreale di un mondo sempre più liquido e inafferrabile, Facebook ha del nostro presente tutti i pregi e i difetti. Una parossistica e paradossale tendenza a una democrazia assoluta (quanto mai, anche letteralmente, "di facciata") dove tutti parlano ma nessuno ascolta, in un’allucinazione collettiva dove davvero ci siamo "tutti": identità reali, multiple o fittizie. In questo mare, io, mi ci sono buttato con tutte le mie forze, da goloso impenitente di tutte le nuove forme espressive. Ed ho subito battuto la testa. Rompendomela. Fuori di metafora, sono stato escluso dal gioco per ben tre volte. L’ultima, la scorsa settimana. Le cause? Non mi sono state comunicate. Algide lettere in inglese mi hanno avvisato di avere superato dei parametri che per privacy non possono essere rivelati. L’essenza è: decidiamo noi chi resta, e non abbiamo bisogno di motivare i perché. Credo che sia una nuova possibile malattia, l’ansia e lo spaesamento di chi, di punto in bianco, si vede cancellato, senza motivi addotti, da Facebook.

Nel mio caso, proprio l’uso "creativo" mi è stato esiziale: l’ultima esclusione credo sia stata motivata da una nottata (splendida) in cui un mio amico e io abbiamo passato ore cambiando l’immagine principale delle nostre pagine, sostituendola con icone degli Anni Settanta, in una sorta di blog della memoria generazionale impazzita. Il giorno dopo, il mio account non esisteva più: deve avere spaventato qualche solerte e del tutto privo di fantasia operatore di Facebook. Questo mentre gruppi razzisti e nazisti di ogni genere si moltiplicano come i loro iscritti: basta guardare i volti di chi è su Facebook per "dare fuoco agli zingari" per rendersi conto della proverbiale "banalità del male". Per non parlare della presunta "moralità" del social network in questione: è saturo di mistress che invitano al loro dungeon con tanto di numero di telefono e costo delle frustate. L’importante è non esibire nudo, o meglio sì, e tanto, ma facendolo in modo "prevedibile".

Un gran brutto pasticciaccio, Facebook. Un "panottico" pigro e immane dove si recita a essere se stessi o qualcun altro ma sotto la stretta sorveglianza di chi ha personalissime quanto radicali idee su cosa siano la libertà d’espressione e gli ambiti entro i quali ci si può esprimere. E’ come se stessimo sempre più uscendo dal mondo reale per acquisirne un altro, più reale del vero, organizzato su trappole formali sempre più raffinate quanto facili da svelare. Perché su Facebook non si pensa. Su Facebook non si inventa. Su Facebook si fa esattamente quello che sotterraneamente ti viene detto di fare, nell’illusione che sia tu a sceglierlo. E a queste condizioni io, Aldo Nove, radiato da Facebook per tre volte, a Facebook non mi riscriverò mai più.

Pubblicato su Il Sole 24Ore, 4 dicembre 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 4 dicembre 2008