Su Scberto da Gierbino

Barbara Alberti



Il ritrovamento

Se non fosse stato per la insostenibile testardaggine di Massimiliano Parente, Scberto da Gierbino non avrebbe mai conosciuto la postuma beffa della pubblicazione. Alcuni testi, per esattezza, comparvero in rare antologie scolastiche e in qualche saggio accademico, ma a nessuno fino a oggi era venuto in mente di andare a cercare gli originali, il vero Corpus Scbertianum.
Così, dopo essere fortunosamente venuto in possesso di alcune sue liriche, il Parente capì l’importanza della scoperta, e decise di trovare il resto. Da fonte sicura seppe che era possibile rinvenire altri testi di Scberto nel suo paese natale.
Dopo averci iniziati alla lettura del poeta contadino, persuase Maria Sole Abate, Mario Maccherini e me ad accompagnarlo nella piccola patria dell’uomo-ombra, com’era il poeta nella sua vita, che forse furono molte.
Ci sono sì e no trenta persone oggi a Gierbino, nascosto dietro il Niccone, orgoglioso e silente attorno al campanile di un discount. Suscitammo una torpida curiosità, tutta di sguardi. Specialmente Parente, che si era messo le Scarpe da Presentazione, giallo cobra, e lo zainetto rosso, da bambino che sta andando all’asilo, e non s’è accorto che lungo la strada ha compiuto trent’anni. Per finire, occhiali neri con montatura bianca ma non a farfalla come li porta Lina Wertmüller: quadrati, da killer di Tarantino. Con varie maschere – investigatore letterato in ansia curioso dell’Umbria maniaco sessuale – Parente interrogò i vecchi. Poi i giovani. Niente. Al nome di Scberto era tutto uno scuoter di capo. Che fine hanno fatto le sue poesie? Nessuno ne sapeva niente. Giuravano che non aveva mai scritto, che era un poeta orale…
Venne il tramonto.
Dal tono suadente Parente passò quasi alla violenza.
Era una congiura. Dell’indifferenza, forse della vergogna per quel poeta scandaloso e blasfemo. Tutti parenti suoi là dentro, tutti d’accordo nell’occultare il corpo del reato, i preziosi versi dell’ultimo poeta contadino. Diceva bene Nikolaj Leskov: «Dopo la morte il poeta viene consegnato al suo nemico naturale, la famiglia».
I manoscritti c’erano. Lo sapeva, lui. Invasato come Schliemann, che solo avrebbe potuto capirlo, Schliemann che contro tutti seppe dov’era Ilio, per averla sognata. Ma noi tre, Abate, Maccherini ed io eravamo quelli che accompagnano il matto, verso di noi la curiosità dei gierbinesi scivolava nell’insolenza, e ci facevano dei segni alle spalle di Parente, che fingevamo di non vedere. Ma la nostra dignità era posticcia.
Quando esasperato entrò in una casa e cominciò a frugare, e fu cacciato fuori con qualche bruschezza, cercammo di fargli capire che era inutile, che non avremmo trovato niente. Anche voi, disse, con un’amarezza che non dimentico.
Intorno a noi l’atmosfera, ostile da subito, diventò nervosa. I pochi ragazzini ci giravano intorno in motorino. Venne la sera. Si erano ritirati tutti nelle case, ma ci spiavano.Dalle finestre puntate su di noi, una domanda muta: «Ma quand’è che ve ne andate?».
E la muta risposta di Parente: «Mai, finché non mollate le carte».
Noi seduti all’unico bar, per scuotere le coscienze leggevamo Scberto ad alta voce. Finché Parente fu attraversato da un pensiero – se ne increspò la vasta fronte – era sicuro: col cucchiaio in mano si buttò verso un’aiola e cominciò a scavare. Si era convinto che l’opera di Scberto fosse sotterrata, lì, da qualche parte. Fu un colpo di genio. La mossa risolutiva, che consente oggi al coraggioso Coniglio di offrire al pubblico gli unici resti di un’opera perduta. Non già che fosse sepolta sotto l’aiola, ma fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L’intimità violata degli abitanti, prima che tutto il paese diventasse una buca, si arrese. Udimmo un cigolìo. E come in un villaggio western per l’ultimo duello, dalla via vuota si avanzò verso di noi una vecchia, la Tecla, con un carrello della spesa. Si fermò davanti a Parente, ne estrasse una busta sciupacchiata, piena di fogli: le poesie di Scberto. Le contemplò Parente come il tedesco le fondamenta della città scomparsa.
La vecchia disse: «Te la pòi pià sta schifezza, bascta ca nun te fai véde più. E guai se shcrivi che era de cuà. Chi lo canosceva quel fjo d’una pegora? Steva sempre nel boshco».
L’incartamento conteneva i trentuno componimenti di questo volume. Tutto ciò che si è salvato di una produzione sterminata.
Ma perché Parente ci teneva tanto a riportarla alla luce? Perché è un maledetto dandy. [1]

Ma chi era Scberto?

Al mio paese, vicino al suo, ai miei tempi se ne discuteva come della questione omerica.
Si trattava di un uomo solo? Impossibile, visto che fu attivo per 150 anni. Alla morte di uno Scberto, un altro, o più d’uno, lo aveva sostituito. Ma si parlava anche di un vecchio che non moriva mai, avvolgendo in una nebbia mistica il suo mistero di negatore.
Le sue poesie partono dall’infanzia della nonna, coetanea di Majakovskij, per arrivare all’Uomo Ragno, e perfino alle dive della TV chiassona.
Scberto fu, fin dall’inizio, un fantasma. I pochi che si vantavano di averlo visto mentivano. Scberto era alto, era basso, era grosso era magro, col barbone, col viso liscio come una donna, nero come il diavolo, biondo come Gesù, e vecchio e giovane e feroce e gentile. A seconda del narratore la sua figura mutava, come fumo, come un identikit al computer disegnato da mani pazze. L’unica cosa certa è che non si piegò mai a mischiarsi con la gente del borgo.
Che fece parte per se stesso.
Mezzo orco mezzo Robin Hood, gli si attribuivano bei gesti e delitti, gli si attribuiva tutto, nel suo rifugio dove tutto era possibile e il bene e il male si univano in un connubio selvaggio – il bosco – simbolo eterno dei due luoghi, civiltà e selva.
Come Scberto cantava i paesi intorno, così i paesi gli rimandavano il mito in una luce benevola o sinistra.
Quando una ragazza fu violentata venne data a lui la colpa:

Hanno fatto la festa ta la fiòla de la Tirimbomba,
[è stato n’omo, giù pel Corvatto!
Ma ’n l’ha visto manco lé, ci avéa ’n capuccio in testa.
Era lu! Era Scberto! Quelo strascinato!

Ma quando una suora visitandina cadde nel fiume, e venne tratta a salvamento da uno sconosciuto che poi scappò nel bosco, sdegnando il trionfo, tutti dissero è stato Lu Poeta.
Ho assistito alla sedimentazione del mito, che risentiva via via delle cronache, delle mode, del cinema, invenzioni di cui era facile risalire alle fonti.
Un esempio: negli anni Sessanta si vociferava che Scberto vivesse in una capanna con un’amante bambina vestita da sposa. Facile riconoscervi Mouchette, di Bresson, il film che allora aveva fatto scalpore raccontando l’amore fra un rustico irriducibile e una bambina fuggiasca.

La lingua di Scberto

Ci fu dunque un solo Scberto? O più d’uno? E come avveniva la successione? Quali filiazioni, quali patti? Un solitario per generazione, che ereditava oltre al genio anche la rabbia e il coraggio? Come si diventava Scberto? E sarà vero che fino a pochi anni fa c’era ancora un ispido poeta eremita che si nascondeva nell’estremo cocuzzolo, vivendo di furti nel campo o nelle case?
Dicerie, retorica, ozio. Non ne sapremo mai niente. C’è un solo Scberto, la sua opera.

Scberto non è un poeta dialettale. Scberto ha creato una lingua. Una koinè sfrontata dove cozzano in armonia accenti di umbro del nord con il folignate e il campano, laziale e castelano, perfino un’ombra di Barbagia. Molte parole sue non esistono in nessuna parlata, eppure sono vivide, di efficacia medievale. E facili a capire: la sua onomatopeia ce le consegna non come simboli, ma come cose.
Esempi: «La schiazza […] ca rravana, cà si sctuna, cà rraguna, e spatasciuna», o i cimiteri «scimitiriat» (scimiteriati), e le tombe «sctumbate», o «se stava a sprucinà lu sprucione», o A pign «cà ta scpign in cap», o l’odiato lattante onnivoro «cà s’ammign o monn / cà sa frign / cà sa sprugn», o Lu scuaiattulo «cà scpurt, / cà sfiss / cà t’asciuna / cà rabbruna», e o pipisctrillo…
Attenti a Scberto. La sua lingua immaginaria è contagiosa, leggendolo ho rischiato di parlare poi come lui senza saperlo fare, con effetto penoso. Ma i pericoli sono tanti. Il microscopio dei versi sul più piccolo stelo, sui coralli, sulle creature (u gieco, lu gufo, lu scuaiattulo [2]), mischiato al titanismo del pessimista, ci rovescia a testa in giù come il Babbo William carrolliano, ma non per demenza ludica. Per eccesso di lucidità.

La bestemmia in Scberto da Gierbino

La rivoluzione comincia dal linguaggio.
In guerra con tutte le ipocrisie civili, Scberto scardina il vocabolario. Scberto sdegna il parlar comune dove già si annida l’obbedienza, ne forgia uno suo. E non già una lingua artificiale e astratta come quella dei Gilejani russi prefuturisti, ma risonante quanto significante, espressione vera che è comunicazione e scontro.
In A basctemmia ritrovo uno Jacopone rovesciato. La sua giaculatoria:

Madunna bottana infrascunata
Madunna maiala trumbata scquassat […]
Madunna scburrata
Madunna sfunnata, sctrombat, sctruiat

è speculare alle laudi del Todino, e forse meno sacrilega dell’insistenza di quest’ultimo sulla matericità dell’imene mariano:

O parto ennaudito!
Lo Figliol partorito
Dentro lo ventre è oscito
Da mate segellata
A non romper segello
Nat’è lo Figliol bello,
lassando el so castello
co la porta enserrata!

La bestemmia di Scberto non si limita alla divinità, tira giù la luna e il sole, fa rimorire i morti, "stombare" le tombe, nella superba invettiva La virità, vi prìg, sul’amur (anche qui gatta, anzi Auden, ci cova):

Cà sa scielass u ciel
Cà sa sctillassero i sctill […]
Cà sa sculasse o cul
Cà sa scassass u cazz
Cà sa sfigasse a fig

U principio

Tutto è bersaglio della furia scbertiana, i luoghi comuni, il cielo e la terra, le mogli pretenziose, la nascita, l’amore, la morte, ma non tocca mai una figura pur così presente in Umbria: il prete. Scberto nemmeno lo vede. Si misura direttamente con Dio, come nel potentissimo U principio, dove la creazione è un atto di onanismo divino.

Cà cunnu schizz Iddio criò la luna
Cà cunn’atr scburrone criò lu sole
Cà cunna scpruzzat vapuros criò gli sctill

E poi la donna:

Cà sa la sctrumbò comm’a crist cummann fin a
[vulilla scrtumbata da lu munno intiro
ma lu munno ira disirt e accriò con u scburrone da
[scpavent i maschi

E qui il sacrilegio si illumina di un colpo di genio meccanico e canagliesco, che riforma la favola biblica: per fare ascendere al cielo Gesù, Dio:

Lo riscparò co na scburrata arisucchiat
da novo into o paradis

Di bestemmie ne ho sentite tante al mio paese – nell’arcadia pretelevisiva se ne tenevano gare e campionati – ma l’idea di una "scburrat arisucchiat", della immane pompa celeste che risucchia il corpo umano del figlio di Dio per ricondurlo in cielo, è nuova perfino dalle mie parti.
C’è della sapienza idraulica, e la beffa che non lascia mai Scberto, nemmeno quando si dispera. E stavolta gioca, muove il teatrino del cosmo per farsi sorridere, lui che è vitale e malinconico, condannato alla coscienza. Solo la sua girandola di parole lo fa girare più svelto della morte.

La sctilla cadint

L’esiguità dell’attuale Corpus Scbertianum non impedisce di cogliere il suo mondo filosofico, di avere una visione completa del suo pensiero.
C’è una saggezza primigenia in Scberto, incorrotta. Come se non fosse nato da donna, alieno di incerta origine guarda i nostri usi credenze e superstizioni come nel breve componimento sulle stelle cadenti, che solo all’ultimo svela le sue vere intenzioni.
Qui Scberto mescola burla e apocalisse, proponendosi di salvare il mondo alla diceria della stella cadente che esaudirebbe i desideri umani, e comincia con un esempio calzante:

Cà issa è cumm’la mmerd canna la picst
cà s’appurtass furtuna, cà sa fuss vero,
[cà s’avvirass li disidiri, lu monno sarebbe filice
Mo bacst
[…]
Cà sctilla cadent’è na smignuttat, […]
na lutteria truccàt, sinza primio […].

Non vede altra via per emendarsi che la strage della stupidità:

Cà fuss mejo se facies nu scterminio, nu ginicidio,
[gli sctill cadint
Cà ognuna vulta cà nu cogliun alzasse la cap con
[lo disidirio
da scprimere, a sctilla gli s’abbardasciasse adduoss,
[lo scfunnasse, l’incinierizzass
Cà riscterebbero arritti solo chilli sinza disidiri, li
[filici.

Sinza disidiri, li filici – il crescendo comico si arresta repentino, nell’ultimo verso, con un avvertimento di sapienza buddhista, che rivela il bersaglio della sua ira: gli stolti uomini pieni di stolti desideri. Lui, nella selva, si astiene. Non da tutto.
A tratti lo squassa la lussuria, come in A fregn, Cà sa cride (a fregn), La scbattiss. (Tralascio qui la produzione erotica scbertiana, avendola approfondita esaustivamente Massimiliano Parente nella sua dotta postfazione).

I supereroi – la trilogia. Iperbole e tenerezza

Le poesie di Scberto sono piene di micster, svelati e non. Nei miscter dei supereroi, tre capolavori dell’umorismo, Scberto conosce momenti di grazia che incantano e oltre ad ammirarlo gli si vuole bene, come a un caro parente.
In Supèmmèr (O miscter di lu supiriroe spricàt, o O miscter di lu parrucchier nascuosto), il poeta osa finalmente dire ciò che tutti pensammo da fanciulli e mai dicemmo, per non rompere la finzione e con essa il gioco: ma com’è che nessuno riconosce Clark Kent quando si trasforma in Superman, solo cambiandosi vestito e pettinatura?

Cà cumma sa ta vidissi a muglie tu’ e nun la
[ricunusciss
Pecché illa sa fatto nu ricciulo e sa smissa gl’ucchiali?

Ma l’idea, la grande idea romanzesca è quella di introdurre il supereroe sprecato, il parrucchiere di Superman, rivelando ciò cui nessuno mai in Occidente aveva pensato prima: che dietro le repentine onde del liscio Clark doveva esserci la mano di un professionista, clandestino come il supereroe, e supereroe egli stesso – ma sprecato, ignoto, mai immaginatob nemmeno dagli autori del personaggio. Eppure reale, indispensabile dopo che hai letto i versi scbertiani, più di Superman in persona.

Ma s’adda scpricipità apprima da lu parrucchier pa
[a missa in pièg?
E chisso cà glia dic’ a u parrucchier, cà ca dic’?
Adda fa priscio, nu lamp, parrucchier,
caggia a mascaramm’a supèrmmèr?

L’Omm Ragn! Coi versi che volano, seguendo nel ritmo le acrobazie dell’eroe, che rimbalzano con lui sulle vetrate dei grattacieli:

T’arrapatava nu ragn?
[…]
T’arrapatava nu frucio vulant, inta a’i calzamaglie?
No fratè, chill’è l’omm ragn,
[…]
Cà sa piccia a li muri
Cà sbalz su li meccane in cuórs…

E anche qui la Rivelazione, la Lettera rubata. Era lì, ma solo Scberto l’ha vista. E lo dice a tutti.

Ma pecché fa li cuorn, canna caccià li ragniteli,
[scpidèmmèr?
Cà nun riesc a fa nu pugn?
Cà prubblemi tiene, scpidèmmèr?, cà fa li cuorn
[pa caccià li ragniteli?

L’ultimo della triade è Scbat Mann (O misctero), che già nel nome sbriciola il mito, per diventare uno zuorro coi cuorni. Il discorso scbertiano è inesorabile: Batman non è mica come l’Uomo Ragno, cà la pizzicat lu ragn cà la trascfurmat,

None, scbat mman ha dicidiss lui,
[raziunalmente, nu jurn
Sa travestito isso stisso a pipisctrillo
Ma pecché proprio i nu pipisctrillo, sà voluto
[abbardascià, scbact mman? […]
Cà ca tinìv vinta a cap, scbat mman
Cà ca tinìv, cà nun tinìv nisciun superputere
pa dicidiss, nu jurn d’abbardasciasse prupri’à
[pipisctrillo?
Cà simo a carnivale?

A pell

Quando credi di avere afferrato il suo pensiero Scberto ti confonde, ti sorpassa, come ne A pell, dove il grande laico, il pessimista ontologico si arrende alla perfezione del creato, a quel capolavoro di fabbricazione che è la pelle, sul quale si arrovella:

Aggiu scienziat, agghiu sctudiat.
E da tanto studio ricava un miscter anche stavolta
bizzarro, immenso: che la pelle venga PRIMA dell’uomo
da metterci dentro?
Camma funziun, a pell? Camma avìmm fatt, a
[entrass, a insaccàss
Ciascun inta’a pell’à propria?
Cà nun ci sta nippur na cisura? Na cuscitura, na
[cirniera?
Chistu è o miscter dà pell.

Il manierismo di Scberto: Lu fetu

Possiamo parlare di manierismo di Scberto? Sì, nell’ultima fase. Ma è proprio allora che produce la sua opera più alta, Lu fetu, che fa schifo a leggerlo, come lo Jacopone di O vita penosa, continua battaglia:

Mentre ’e sì stetti in vente a mea mate
Prìsi l’arrate a ddeverne morire.
Como ce stessi en quelle contrate,
chiuse enserrate, no’ l so reverire;
vinni all’oscire con molto dolore
e molto tristore en mea comitata.

Vinni recluso en un maccarello,
e quel fo mantello co’ vinni adobato;
Operto lo sacco eo stava chello
Assai miserello, tutto bruttato!

[…]

A cchì me serve li do el mal tributo,
como è convenuto a tale operare;
sempre a bruttare me e mea veste;
e queste meneste donai ’n mea allevata.

In Scberto il feto è una specie di belva annidata nella pancia della madre, rosicchiante, sorda, minacciosa

Aggiu visct, agghiu usservat, di Mariulina, lu fetu
[…]
Cà s’ammigna chill’cà s’ammign’a madr
Cà s’abbive li liquidi addintro
Cà sa la sugge dintro lo dintro de la panza cà s’accrisch

Ma come sempre, disfacendo la sacralità dell’evento la ingrandisce, per scagliarla con maggior violenza in faccia al lettore, che si scosta, temendo d’esser colpito dagli schizzi di questa orgia di frattaglie, quando:

Illo sa scbomba fora coma nu cupolone andrabasciato ni lu umbelico ligato

«Sa scbomba fora!». Non Jacopone, non Giacomo sono mai arrivati a tanto. Nessuno ha mai detto così l’inizio della vita, con una visione che trovo solo in Scberto: la nascita come stupro dall’interno:

Sfregnand a fregna cà sa scmostra
Cà sa disciacqua fora e s’asbardascia
Cumma nu cazzu gigante scbrudante frignante sa sbascia
Cà s’arraburdisce e i sa sctrumba fora spisciat ni lu sang.

E poi, nell’ultimo verso, questo teatrante dello spirito ci stupisce e ci ristupisce, con una quiete da gavotta pensosa, di ironia mesta:

Cà chissà, cà cazzu pinsasse da truvasse, a fora.

Dunque quello sconquasso tellurico era per niente. La grande avventura dell’essere è tutta nelle budella, per nascere alla delusione. Venire alla luce è venire al buio. Scberto si ferma qui. Il resto lo ha detto Leopardi. [3]

Ricordi

Se non fosse stato per il cocciuto dandysmo di Massimiliano, Scberto sarebbe rimasto per me nelle nebbie della mia infanzia umbra, che fu tutta accompagnata dalle sue filastrocche.
Se un bambino osava rispondere agli adulti: «Faccio come me pare!». Veniva scbertianamente rimbeccato:

’l diavolo è ’l tu’ compare,
te strasgina giù pe le scale
Te strasgina giù pe’ n fosso
’n te s’arvede manco n’osso!

Perché c’era uno Scberto proibito, dannato, fescennino, che si ripetevano gli uomini ghignando al biliardo o all’osteria, e c’era quello lecito, per i piccoli. Come a Pushkin bambino la vecchia njanja raccontava di bogatyr e rusalke, a noi la nonna traduceva la lingua aspra e fantastica di Scberto in quella più piatta e villana della fratta, dove, se vi cade l’accento, la "a" a metà si storce in "e", con un effetto di sgarberia che bisogna sentirla.
Ogni tempo aveva la sua scbertata. Per la Befana i bambini cantilenavano:

O Befana ’n me bucàe
Ch’ho magnaèto paène e fàéve
E ci ho la trippa che m’arimbombae
Che me sona come ’na tromba

(O Befana non mi bucare / che ho mangiato pane e fave / e ho la pancia che mi rimbomba / che mi suona come una tromba).

Il titolo

Peccato questo titolo furbo, così poco scbertiano nella sua pretesa scbertianità, che condanna il poeta a esser bollato come vernacolare, oscurando la sua cosmogonia.
Né lo riscatta il gattino, che ne fa sì sospettare l’umorismo, ma travisandolo: quello di Scberto non è un umorismo borghese, mai ci rassicura.
Il suo animale totemico è una pantera di Rousseau, no meglio una tigre di Ligabue spettinata, stranita, lo sguardo da provinciale santo e affamato colto nel sono, da matto di paese, da belva sola.

Umbrietà scbertiana

Lu Poeta era umbro. Come sono gli umbri? E chi lo sa. Nemmeno loro.
Più nascosti dei lucani, più stranieri dei trentini, gli umbri sono i più sconosciuti d’Italia.
Li ho sentiti paragonare impropriamente ai sardi, che nulla hanno a che fare, i sardi sono cosmopoliti, anglosassoni nell’umorismo e nell’eleganza. Gli umbri, chiusi. Gente senza mare.
Muti, renitenti all’alfabeto, ne nasce dotato di parola uno ogni 5-600 anni, quando tutta l’indifferenza covata scoppia in uno solo, e quei pochi tutti poeti, tutti ribelli. Francesco, Jacopone, Scberto da Gerbino.

A Umbertide, nome savoiardo della vecchia Fratta, nella mia infanzia che affonda nell’Ottocento, senza Scberto l’unica forma letteraria sarebbero state le gare di bestemmia.
I veri virtuosi giocavano a morra a suon di imprecazioni sacrileghe, ogni tiro una bestemmia – doppia invenzione – apprezzata in quella terra dominata dai parroci, dove si andava a scuola dalle suore che menavano solo ai bambini poveri, e intanto ci preparavano al Giudizio Universale. Che aveva già dato un piccolo saggio con la grande piena del Tevere, quando le strade divennero fiumi, e il parroco annegò uscendo dalla casa della Sbrega, la Circe di Gierbino. Il diluvio era vicino.

Tutto questo veniva cantato da Scberto.
A ogni lite di corna a ogni prosciutto involato a ogni scandalo seguiva il suo commento. Il paese si offendeva, ma lo imparava a mente in segreto.
Appena si veniva a sapere di una nuova poesia di Scberto, sciami di bigotte mormoravano la notizia, e le tabacchine che uscivano dalla fabbrica, sfacciate e belle come tutte Carmen, la ripetevano ridendo. Scberto allietava la lavandaia, resuscitava il notaio.

L’umbro è selvatico. Dalle mie parti (dove il Tevere è men vecchio d’una frasca) le immondizie non erano un problema per noi, si buttavano direttamente nella Reggia – il torrente – che parendo troppo dolce ai paesani, pronunziavano Regghia), la vantata ospitalità umbra era tutta di facciata. Si accoglie l’ospite, lo si ristora, lo si trastulla, ma detestandolo. Ospite uguale nemico, invasore, che se ne vada subito (vedi accoglienza dei Gerbinesi al gruppo di studio scbertiano).
L’umbro non vuol essere visto.
Quali misteri nasconde il suo riserbo? Quali riti?
Una dormita, una fumata, una mangiata di salama alla Ciancalana, con tanto pepe da far scoppiare un gargantua ma i frattigiani se li ingollano a metri come niente. Purché fra loro, nella tebaide della cucina, senza testimoni. Gli Altri son tutte spie. Meglio la famiglia.
Ma il verseggiare furente di Scberto li tirava fuori dal covile di prepotenza, li svergognava e li esaltava in quel suo poema che era affabulazione invettiva preghiera sberleffo arcaico gossip.
Mi duole di poter rimediare all’esiguità dell’attuale reperto scbertiano solo con qualche ricordo.

Nel suo lavoro di annalista Scberto cantò il dramma della Bella de Polveroni, che aveva un giovane amante. Il marito lo aveva detto: «Se li trovo insieme li ammazzo».
Li trovò "giù pe’ la Regghia". Sparò a entrambi. Lui la baciò, dopo morta.

Iss’a’ sbascia’, duppa call’accise

In frattigiano: Lu’gni diede bàecio, doppo che l’avea amazzàeta.

Da qualche anno Scberto tace. Nessun eroico fantasma abita più i boschi che non ci sono più. Resta questo libretto, voluto da un altro moralista radicale, anche lui distruttore-creatore, Massimiliano Parente, che si è specchiato nel suo remoto gemello, vestito da contadino, come lui ha lo zainetto rosso.





[1] «…un vero dandy, ossia una persona che detesta gli snob e i moralisti, tutti coloro che cercano luce dall’altro, che gli stanno addosso per far luogo comune. È audace il dandy, brilla di luce propria, se s’interessa dell’altro è per farne risaltare il lato migliore, per evidenziarne la differenza, la particolarità, o addirittura per suscitarla». (da Umberto Silva, La scimmia e la rosa, Ed. Il notes magico, 1995). Ciò che spiega anche perché il Parente abbia voluto attribuire una parte del merito anche a me, Fabio Canessa, Maria Sole Abate e Mario Maccherini, mentre solo sua è la gloria della scoperta.

[2] Nelle poesie sugli animali, sembra di riconoscere un’eco del Lorca de I dolori delle formiche. È un naïf, Scberto? O un autodidatta? Quando di notte si introduceva nelle case cercando una pagnotta o un cantuccio di salame, avrà rubato qualche libro? E a chi? Quando la provvista bibliografica di rado andava oltre il Calendario di Frate Indovino?

[3] Poi che crescendo viene / l’uno e l’altro il sostiene/ e il prende a consolar de l’esser nato / Altro ufficio più grato, non si fa da parenti alla lor prole.





pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 3 dicembre 2008