No al pizzo

Antonio Moresco



Sull’ultimo numero di Tuttolibri è apparsa (a firma di Nico Orengo) una sbrigativa e sarcastica liquidazione di “Lettere a nessuno”. Io non contesto il diritto che ognuno ha di scrivere quello che vuole e usando gli argomenti che preferisce. Né mi lamento dell’accoglienza riservata dai giornali a questo libro, perché -accanto a cose analoghe-sono apparsi anche articoli di ben altra serietà, passione e spessore. Quello che mi sembra inaccettabile è questa pratica di stroncare un libro senza averlo neppure letto, la presa in giro dei propri lettori, la disinformazione. Leggendo queste righe, sembrerebbe infatti che “Lettere a nessuno” sia il resoconto di piccole beghe editoriali e pettegolezzi vari. Mentre vi si parla, anche e soprattutto, in modo ravvicinato, dell’Italia degli ultimi quarant’anni, del passaggio d’epoca che stiamo vivendo, di santità, di violenza, di realtà e di realismo (entrando nel merito delle semplificazioni giornalistiche di questi anni), di Teresa di Lisieux, di Leopardi, di Gramsci, della nostra attuale situazione planetaria e di specie, di restaurazione, di sproporzione… E anche quando si parla di battaglie letterarie e culturali tutto questo è ricondotto dentro un sogno e un orizzonte più vasti. E allora perché dare un’immagine così meschina e fuorviante di un libro che non si è evidentemente neppure letto?
Ma adesso vorrei allargare il discorso e porre anche altre domande.
Perché in alcuni campi (sociale, politico, economico, religioso…) si può portare la critica e battersi per una rigenerazione dell’esistente mentre lo stesso non lo si potrebbe invece fare nell’altrettanto nevralgico campo artistico e letterario? In questo campo guai a chi si permette di dire come stanno le cose, di credere che la letteratura non sia un esercizio irrilevante buono solo a intrattenere le persone in attesa della loro morte, ma qualcosa di distruttivo-costruttivo, di fondativo e prefigurativo della nostra vita e del nostro mondo, soprattutto in epoche di restaurazione, intossicazione e torpore come quella che stiamo vivendo.
Tutti pronti a indignarsi quando si parla di mafia, di camorra, di corruzione della politica, di casta, di leggi ad personam, di economia drogata e truccata ecc, ma guai a toccare l’orticello della cultura, dove ti aspetteresti invece di trovare più libertà, abnegazione e coraggio ma dove dominano purtroppo le stesse logiche, rese se possibile ancora più grottesche dal ruolo ininfluente, terminale e gregario in cui ha accettato di stare.
In questi mesi nelle scuole e nelle università gli studenti si stanno cominciando a rendere conto della trappola in cui sono state chiuse le ultime generazioni, negli Stati Uniti -che parevano avvitati in un destino di arroganza e ottusità suicida e senza ritorno- la maggioranza degli elettori ha compiuto uno scatto di immaginazione e ha eletto Obama. Nel nostro paese siamo invece alle prese con un sistema chiuso, presidiato, mortuario, in ogni campo, compreso quello della cultura.
Però c’è anche qualcosa che viaggia in direzione diversa. Faccio un solo esempio: ho ricevuto pochi giorni fa un libro intitolato “No al pizzo” (editrice Thor), che raccoglie le testimonianze di tredici imprenditori siciliani che si sono ribellati alle logiche mafiose nonostante la durezza di questa lotta e le continue aggressioni e intimidazioni. All’inizio di ogni testimonianza ci sono le fotografie di chi racconta la propria storia. In modo che tutti (mafiosi compresi) possano vederle. Sono cose che commuovono e che ci mostrano l’esistenza anche di qualcosa d’altro oltre a tutta questa ignavia e a questo volare basso dentro cui sembrerebbe imprigionato il nostro paese. Ancora di più stupisce che queste persone -dopo avere condotto una battaglia così limpida anche all’interno della loro stessa organizzazione- siano state addirittura elette dalla maggioranza dei loro colleghi alla presidenza di Confindustria in città come Agrigento, Caltanisetta, Palermo…
Oggi tutti si riempiono la bocca di elogi per questo tipo di battaglie civili e per chi le compie (tanto più che sono altri a rischiare…), mentre nella piccola palude italica della cultura posizionata dominano le stesse logiche, le stesse confraternite, le stesse sinecure, lo stesso controllo del territorio, lo stesso gioco truccato, la stessa rassegnazione, la stessa omertà, le stesse caste, gli stessi dare-avere, le stesse ironie nei confronti di chi non sta al gioco, lo stesso conformismo, la stessa disinformacija, gli stessi pizzi, persino gli stessi pizzini.

(Questo pezzo è comparso ieri su La poesia e lo spirito.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica condividere il rischio il 2 dicembre 2008