Numeri e parole

Giuseppe Caliceti



L’unica cosa sicura della Riformaccia Gelmini è che al termine del primo quadrimestre i genitori si vedranno consegnare la scheda di valutazione dei loro figli con i voti numerici invece dei giudizi discorsivi. Sono contrario ai voti, ma mi adeguerò. In attesa che dal Ministero arrivino indicazioni suppletive sulla loro applicazione – che forse arriveranno, forse non arriveranno, perché la scuola pubblica di base oggi è tutto un estenuante gioco di attese e rimandi, di falsi annunci epocali e repentini ritardi travestiti da ripensamenti – tanti docenti e dirigenti didattici si interrogano sul da farsi.

Alcuni spiegano la reintroduzione del voto numerico con paragoni eclatanti. Dicono: Avete presente quel piccolo magico oggetto caduto subito in disuso, appena dalla Lira si passò all’introduzione dell’Euro, che era il Convertitore? Ma sì, dai! Tu inserivi nella macchinetta il prezzo in lire di un paio di scarpe e lui ti restituiva prontamente il prezzo dello stesso paio di scarpe in euro! Tu li guardi perplesso. Beh, in attesa delle indicazioni Ministeriali, questi illuminati docenti e dirigenti scolastici ti spiegano come sia necessario avere un Convertitore di Voti Numerici in Giudizi Discorsivi. E viceversa. Perché?, chiedi. Per ragione di chiarezza nei confronti dei genitori di alunni e studenti, ti rispondono. Allora non capisci proprio. Replichi: Ma come? Il voto non era per la Gelmini e per tutti i suoi affiliati la nuova panacea? Il nuovo modo per esprimersi coi genitori degli studenti e con gli studenti in modo più chiaro e diretto, piuttosto che con tanti giri di parole? E allora perché, adesso, a poche settimane dalla consegna delle schede di valutazione, tirar fuori questo marchingegno del Convertitore? Forse perché bisogna abituare i genitori e gli studenti a questo cambiamento epocale che, beninteso, riporta la scuola dell’obbligo indietro di alcune decine di anni? Gli illuminati non ti rispondono.

A ogni modo, in questi giorni, nelle italiche scuole, è tutto un gran cincischiare su Voti e Giudizi. Per te l’Ottimo a cosa corrisponde? All’8? Oppure al 9? E perché non al 10? E se l’8 significa che l’alunno ha raggiunto gli obiettivi programmati, a cosa corrisponde il 9? Dici che il nove si può tradurre con: Ha raggiunto pienamente gli obiettivi programmati? Dall’8 al 9 la differenza la farebbe solo quel "pienamente"? E il 10, allora?

Nonostante tutti i problemi che ha oggi la scuola pubblica, nonostante lo smantellamento programmato previsto dalla Gelmini e tutto ciò che comporta, il qui e ora della maggioranza del docente è calamitato dal voto, dalla scadenza della consegna delle schede di valutazione che si avvicina, dal tentativo di raccapezzarsi nel trovare Numeri e Parole da dare in pasto nel modo migliore ai genitori degli studenti. I problemi maggiori arrivano coi voti bassi. Come sempre.

Per esempio, capita di assistere a discussioni surreali sulla differenza tra un 2 o un 3. Tra un 3 e un 4. È pura fantascienza, ti dici. Invece è la realtà. Se lo spettro dei voti in una scuola media arriva tranquillamente dal 3 al 10, alle scuole elementari si fa più fatica. Chi se la sente di dare un 1, un 2 o anche un bel 3 a un bambino di sei anni perché magari, a sei anni, dopo neppure sei mesi di scuola, non ha ancora ben acquisito il concetto di numero o non ha imparato a leggere bene le sillabe ba-be-bi-bo-bu? Gli stessi dirigenti scolastici consigliano sommessamente ai docenti di fissare dal 6 al 5 la linea che divide il Paradiso della Sufficienza da quello dell’Inferno dell’Insufficienza. Senza poi scendere troppo in particolari, però. Senza cioè andare troppo sotto il 5. Al massimo si arrivi al 4, ti dicono. Ma sotto no.
Chiedi: Perché no? Provocatoriamente.
Ti rispondono: Perché è ancora un bambino di sei-sette-otto anni. Perché magari non capirebbe. Perché magari non capirebbero i suoi genitori.
Allora ti girano le palle: Scusi, signor dirigente, perché non dice questa cosa che sta dicendo a noi anche al suo superiore?
Finge di non capire.
Gli spieghi: Ma sì, questa cosa che stava dicendo, perché non scrive una lettera al Ministro Gelmini e le spiega quello che sta spiegando a noi?
Cosa?, ripete lui.
Gli spieghi: Beh, che lo spettro di voti numerici e il suo aggancio a un giudizio discorsivo cambiano a seconda dell’età del bambino. E magari anche a seconda del bambino in questione. Magari anche della sua famiglia. Della sua nazionalità. Della sua….

Niente da fare, i dirigenti scolastici, specie i più giovani, specie quelli in carriera, non ci sentono. Vivono nel sacro terrore che, con gli accorpamenti dei plessi scolastici previsti – vista l’aria di smobilitazione che tira, – se esprimono perplessità di fronte alla marea di cazzate proposte dalla Gelmini, possano rimetterci le penne anche loro: accorpando due istituti, infatti, c’è almeno un dirigente di troppo. Dunque? Si va avanti così. Alla giornata. Sperando che i genitori non si interessano troppo a come vengano giudicati i loro figli. Un modo per non avere troppi problemi c’è. E’ sempre lo stesso. Te lo fanno capire gli stessi dirigenti scolastici: Sì, insomma, volevo dire, dunque, coi voti, mi raccomando, stiamo alti. Della serie: chissenefrega della verità. Sono bambini, in fondo. Sono ragazzi.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 30 novembre 2008