Se la destra cita Gramsci

Davide Nota



"E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci".
No, non sono le parole del compagno Paolo Ferrero dal palco del congresso nazionale di Rifondazione comunista, né si tratta di un intervento di Fausto Bertinotti dalle pagine di "Liberazione" a seguito della disfatta elettorale del 13 e 14 aprile 2008.

A scrivere che "ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra" è Angelo Crespi, attuale consigliere del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi, già docente di "Storia del giornalismo" presso l’Università Cattolica di Milano e collaboratore dei quotidiani "Il Giornale" e "Il Foglio".

E’ il 15 aprile del 2006, e l’Unione di Romano Prodi ha da poco (e di poco) vinto le elezioni politiche, alla Camera e al Senato.

Dalle pagine del settimanale di cultura "Il Domenicale", ideato e finanziato da Marcello Dell’Utri, il direttore Crespi diffonde questa analisi: al centro-destra è mancata "una adeguata politica culturale per creare quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 [...]. Solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione [...]". Infine, un dichiarato attacco al pluralismo (malattia infantile del centro-destrismo): "Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali".

Traduzione: occorre organizzare un monopolio culturale che tolga ossigeno alla sinistra. Cioè, non più concedere spazi, né patrocini, né incarichi. Parola di Angelo Crespi, e cioè di Marcello Dell’Utri. (...)

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 30 novembre 2008