Il G8 della polizia “cilena”

Filippo La Porta



Quasi trent’anni dopo Treno di panna di Andrea De Carlo con Cosa cambia Roberto Ferrucci (Marsilio), appena più giovane, riafferma una modalità ipervisiva di approccio alla realtà: dilatazione dei dettagli e insieme effetto distanziante di un cineocchio incollato alle cose. Solo che nel romanzo d’esordio di De Carlo l’occhio fotografico era impassibile e poi l’icona era quella dell’America, tra erratico disimpegno e vitalistica arte della sopravvivenza. Mentre lo sguardo di Ferrucci è sempre emotivamente coinvolto – incantato o atterrito – e il movente di Cosa cambia è la riscoperta dell’impegno, di una dimensione corale e utopica della politica.

L’io narrante, reporter, decide di tornare a Genova cinque anni dopo la manifestazione e gli scontri del G8, nel luglio del 2001, per le strade dove sfilò quella "moltitudine di geografie". Si prende una stanza al nono piano di un hotel anonimo e rimugina su quegli eventi, intrecciati con la sua vita affettiva. Tre donne – Magdalena, picchiata selvaggiamente dai "celerini", Angela un amore malinconicamente finito, Elisa, una manifestante il cui nome è scritto su un’onda – scandiscono i ricordi delle giornate, come incorniciati da due concerti, di Manu Chao e degli U2.

C’è un punto preciso in cui privato e pubblico si toccano fino a coincidere: quando i gas della polizia distendono ovunque una caligine fittissima e un odore acre, velenoso e da allora lui non potrà più amare la nebbia e le nuvole. Dietro la narrazione puntuale dei fatti – soprattutto l’assalto e il pestaggio poliziesco alla scuola Diaz, centro organizzativo del Genoa Social Forum (sui quali si sta svolgendo il processo, con alcune assoluzioni giudicate da molti scandalose) – si schiude una vocazione lirico-sentimentale dell’autore. La sua politicizzazione si compì prima nell’estate del ’68, vedendo in tv a 8 anni l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, e poi nella primavera del ’75 in occasione degli scontri per militanti di sinistra uccisi dai fascisti. Ma tutto il libro è attraversato sia da una memoria luttuosa, cupa e sia da un’eterna primavera di innamoramenti e struggenti addii amorosi, riassunti dalla canzone "With you or without you" cantata da Bono. Così l’incipit di un paragrafo: «E mica lo sapevamo noi, quel giorno, mentre Genova era ancora limpida di sole…».

Ferrucci ha scritto un romanzo per certi versi sfuggente, dove i personaggi spesso corrono a perdifiato e quasi sfuggono a se stessi. Non c’è solo la cronaca puntigliosa dei giorni del G8, che hanno fin qui prodotto una bibliografia sterminata (giornalistica, narrativa, filosofica), non c’è solo la vivida denuncia, che resta impressa nella memoria, di una delle pagine più nere e più scandalosamente "cilene" della nostra storia democratica. In queste pagine, nella loro atmosfera realistico-onirica, ritroviamo anche un tratto significativo della sensibilità contemporanea. Il protagonista per poter avere un’emozione di ciò che ha vissuto deve rivederlo su un monitor. Il viaggio diventa un film, l’esistenza stessa una pellicola, con fascinosi colori pastello. La videocamera ci dà un’immagine rallentata, sgranata. E anche la sensazione di una manipolazione, di un controllo sulla realtà – sempre in un certo senso drammatica – che invece si rivela del tutto illusorio.

Pubblicato su Left, 21 novembre 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 29 novembre 2008