La scoperta del tempo

Tiziano Scarpa



Questa storia dura tre minuti, anche se ci mette qualche giorno a succedere tutta. Comincia nella stanza di una bambina. La luce è già spenta quando Michela si accorge che le dà fastidio deglutire. A sei anni ha già una certa esperienza di malattie. È passata attraverso il morbillo, un’infezione, l’influenza.
Questa sera sente come se la saliva le grattasse un po’ in fondo alla bocca, quando manda giù. Poi il fastidio diventa dolore. Michela ormai sa riconoscere l’arrivo di una malattia. Ha sei anni. Si sente grande abbastanza per queste cose.
"Adesso resto qui da sola ad aspettare l’influenza," pensa. "Questa volta non mi alzo per andare a piagnucolare da mamma e papà."
L’idea di sapere che cosa le sta succedendo la aiuta a sopportare il mal di gola per un po’. Ma dopo un’ora il dolore non si può più ignorare, allora Michela si alza dal letto e va a piagnucolare nella stanza di mamma e papà.

È passato un giorno. Michela cammina per la strada con sua madre. Sono appena uscite da una visita medica. Michela vede che sua madre è pensierosa, anche se in questo momento le sta sorridendo.
"Il dottore ha detto che bisogna togliere le tonsille," dice sua madre.
"Perché?"
"Perché altrimenti si ingrossano di nuovo, e la prossima volta ti farà ancora più male."
"E se me le tolgo fa male?"
"Dopo, no."
"Ma quando me le tolgono mi fanno male?"
"Solo un pochino. Ma poi mangi un gelato e ti passa."
"Come fanno?"
"Entri dentro l’ospedale, ti mettono una cosa in bocca per fartela tenere aperta e te le tolgono."
"Mi fanno dormire?"
"No. Ma non ti preoccupare. Dura poco."
"Quanto poco?"
"Tre minuti. È un attimo!"

È passato un altro giorno. La madre, il padre e Michela sono andati a pranzo dal nonno. Ci vanno quasi tutti i sabati. Hanno appena finito di mangiare. Suo padre ha messo su il caffè e sta lavando i piatti, per farsi perdonare in anticipo. Fra poco si metterà a guardare le prove della Formula Uno, e sua madre si farà compagnia da sola leggendo il giornale.
"Io vado di là," dice il nonno.
"Non guardi le prove?" gli dice il padre.
"Ho bisogno di fare un riposino."

È passato un quarto d’ora, la madre sta leggendo, il padre si è messo comodo sulla poltrona del nonno.
Michela si è seduta sul bracciolo accanto a suo padre. Guarda le macchine che corrono in televisione. Sullo schermo ci sono dei numeri che cambiano. Michela si fa spiegare che cosa sono.
Suo padre la guarda e fa una faccia. "Perché me lo domandi?" Michela non risponde.
Il padre dice che quello è il tempo da battere, il più veloce. Quella invece è la classifica. Quell’altro è il tempo che sta facendo il pilota che è in pista adesso.
"E quando si capisce che ha finito?"
"Quando ha fatto tutto il giro della pista."
Michela guarda le macchine, sta attenta.
"Vedi," dice il padre, "adesso ha superato il traguardo, hanno cominciato a prendergli il tempo".
Michela guarda tutto il giro, lo segue fino all’arrivo. Un giro di pista dura un minuto e quarantaquattro secondi.

È passata un’altra mezz’ora. La camera del nonno è immersa nella penombra. Si sente un respiro profondo. Il nonno è disteso in un letto molto grande. È ancora vestito, si è tolto soltanto le scarpe, dorme sopra le coperte. Occupa meno della metà di quel letto enorme.
Michela è entrata pianissimo, la maniglia non ha fatto rumore, la porta non ha cigolato. Adesso bisogna fare ancora più piano, perché il nonno è disteso quasi sull’orlo del letto, e ha la testa vicina al comodino, tiene la faccia rivolta da quella parte.
Anche Michela si è tolta le scarpe, prima di entrare. Cammina come un gatto.
Sul comodino c’è una foto. Si vede un uomo che assomiglia moltissimo al nonno, è uguale a lui, ma i capelli e i baffi sono neri, non bianchi. Stretta a lui c’è una donna che Michela non ha mai incontrato, l’ha sempre vista soltanto in foto.
Davanti alla fotografia c’è un orologio. Michela allunga la mano per prenderlo. Il respiro del nonno si interrompe, la sua voce fa un brontolio dentro la bocca chiusa.
Michela si ferma, resta immobile. Poi prende l’orologio.

È passato un altro giorno. È domenica mattina. Michela è chiusa dentro il bagno di casa. Tira fuori l’orologio del nonno. Guarda che ore sono. Le nove e cinquanta. Aspetta che la lancetta dei secondi si allinei. Chiude gli occhi. Lascia passare molto tempo. "È passato un minuto," pensa. Lascia passare ancora tanto tempo. "È passato un altro minuto." Lascia passare ancora tantissimo tempo. "Ecco, sono passati tre minuti." Per sicurezza ne lascia passare ancora un po’. "Adesso sono tre minuti di sicuro." Riapre gli occhi. Guarda la lancetta. L’orologio segna le nove, cinquanta minuti e quarantacinque secondi. Non è passato neanche un minuto. Michela non sa che cosa pensare.
Riprova a chiudere gli occhi per far passare tre minuti. Li riapre. Questa volta è arrivata a un minuto e mezzo. Vuole riprovare un’altra volta, ma la distrae una musica. C’è una radio accesa, qualcuno sta ascoltando il suo cantante preferito. Michela guarda l’orologio. Il ritornello della canzone arriva dopo pochi secondi. In tre minuti c’è tempo per tanti ritornelli.

È sera. Michela si alza dal letto e va a sedersi sul pavimento vicino alla porta della camera da letto dei suoi genitori. C’è una luce che filtra da sotto la porta. Poi la luce si spegne. Michela li sente bisbigliare. Guarda l’orologio, vuole vedere quanto ci impiegano a prendere sonno.
Le voci hanno smesso di parlare. Staranno dormendo? Sente un rumore nella stanza. È un ritmo. "Fa’ piano", dice la madre. Il ritmo continua, c’è un peso che si muove, un sospiro. La mamma e il papà fanno versi storti, stanno male. Dura due minuti e mezzo, poi tacciono.
Michela torna nella sua stanza. Avvicina una sedia alla finestra. Sale sulla sedia, apre la finestra, si sporge, guarda giù. Le automobili ci mettono otto secondi ad arrivare fino all’angolo e girare. C’è un uomo che cammina sul marciapiede, per arrivare allo stesso angolo gli ci vuole un minuto e quaranta.
Michela guarda in alto. Una nuvola molto piccola tocca la luna, la copre del tutto e poi scivola via. La luna è rimasta coperta due minuti e quindici.

È passato un altro giorno. Il nonno è venuto a prenderla a scuola.
"Quand’è che hai sentito più male?", gli chiede Michela.
"In che senso?"
"Quando qualcosa ti ha fatto molto male."
"Quando è morta la nonna."
"E quanto è durato?"
"Eh, tanto."
"Tre minuti?"
Il nonno ride appena. "Anni!"
Michela ci pensa su.
"Da quando sei arrivata tu, va meglio," dice il nonno.
Michela mette una mano in tasca e gli restituisce l’orologio.
Il nonno lo guarda, lo prende e non dice niente.

È passato qualche giorno. Il padre e la madre sono appena usciti dalla stanza dell’ospedale. C’è anche il nonno con loro. Michela rimane sola per qualche istante.
Un’infermiera mette la testa dentro la stanza, le sorride: "E allora, siamo pronti?"
Michela chiude gli occhi e comincia a contare.

Pubblicato sul Corriere della Sera, novembre 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 28 novembre 2008