I partiti visti da Simone Weil

Carla Benedetti



"I partiti sono organismi costituiti pubblicamente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia".

Come un seme che conserva nel tempo le sue virtù germinative, il Manifesto per la soppressione dei partiti politici di Simone Weil, scritto nel 1943, ha raggiunto per la terza volta il suolo italiano. (Uscì nel 1951 per Comunità, poi nel 1988 su "Dario"; ora da Castelvecchi, pp. 67, E 7). L’odierno clima di antipolitica ne ha forse favorito il ritorno. Però nemmeno questa volta pare aver trovato terreno fertile. Uno degli aspetti più sinistri dell’antipolitica è infatti di non essere per nulla anti-partitica. Nemeno i più strenui accusatori della casta (o della cosca) osano mettere in discussione la necessità dei partiti. Questi - lo scrive anche Gian Arturo Stella - devono restare al loro posto, perché altrimenti come si farebbe?

La Weil ha una risposta illuminante anche per questa obiezione. L’idea che i partiti siano necessari e ineliminabili è già il segno di un blocco della facoltà di prefigurare altre vie, di un "servilismo spirituale" verso l’esistente, che i partiti inducono. Come è possibile che nessuno osi più immaginare una forma di partecipazione alla vita pubblica diversa da questa, che pure ci viene ogni giorno additata come ricettacolo di mali e di corruzione? Con la sua solita libertà e forza di pensiero, la Weil ci spiega che a rendere i partiti un "male assoluto", dalla cui soppressione non può che venire bene, anche per la democrazia, non è solo la loro degenerazione. E’ innanzitutto la forma mentis che propagano, in cui "all’operazione del pensiero" viene sostituito "il prendere posizione pro o contro". Una forma che ha "contaminato tutta la vita mentale della nostra epoca".

Un partito è infatti "un’organizzazione costituita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ciascuno degli esseri umani che ne sono membri ". Delle tre caratteristiche dei partiti (ecco le altre due: "macchine per fabbricare passione collettiva", il cui "unico scopo" è la "propria crescita"), questa oppressione delle capacità di pensiero del singolo, docilmente introiettata, e già sperimentata dalla Chiesa, mi pare la più importante e oggi la più occultata. . (Rcensione pubblicata su "L’Espresso" del 6 novembre 2008)








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica libri il 26 novembre 2008