Scopa.

Tiziano Scarpa



L’ultima stanza della mostra dedicata a Correggio mette insieme tre incontri fra divino e umano: Giove e Danae, Io, Ganimede. Due accoppiamenti e un rapimento. Il dio si trasforma in oro che piove, nuvola, aquila. La prima constatazione è che gli dèi non hanno coraggio di essere sé stessi, soprattutto quando seducono, stuprano, rapiscono. Oppure: non è possibile venire a contatto con loro se non attraverso simboli, metafore, traduzioni in cose e animali. Quale sarà il godimento sessuale dell’oro? Che piacere proverà una nuvola, abbracciando una donna nuda? Un’aquila è attratta dalla sensualità di un bel ragazzo, oltre a vederlo come puro cibo? Ma la scena più forte è quella di Io: Giove è un nembo dalla zampa ursina, è un fantasma che abbranca. È l’immagine agente. L’immagine non è passiva. Non si lascia semplicemente contemplare. Avvince nelle sue braccia, bacia, assalta. Correggio coglie la forza attiva delle immagini, ci mostra che guardare è essere scopati. E, dunque, ci scopa.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 25 novembre 2008