Credere obbedire combattere

Giuseppe Caliceti



Se il Governo e il suo ministro all’Istruzione Gelmini dicessero che in periodo di crisi economica è necessario tagliare bilancio e personale alla scuola e all’università, certamente tanti italiani avrebbero protestato. Ma non così tanti. E non in modo così determinato. Il crescere e la pervicacia dell’Onda anomala è legata anche al fatto che, anche recentemente, Berlusconi ha affermato che chi parla di tagli alla scuola non ha capito, quando invece ha capito benissimo perché i tagli ci sono: studenti, genitori, docenti non sono scemi e protestano proprio per questo. E non sopportano di essere trattati come scemi. Come del resto li tratta anche la Gelmini quando, anche di fronte al tetto di una scuola che cade, continua a parlare di tagli impugnando la clava della meritocrazia.

È un’arma a doppio taglio, la meritocrazia. Di cui tutti straparlano. Di solito pensando di avere il coltello dalla parte del manico, non della lama. Chiunque la usi è convinto di essere meritevole. È un tentativo infantile di spaccare il movimento. Di spaccare la categoria degli insegnanti. Di dividere i genitori uniti nella protesta. Fa leva sull’orgoglio personale. Eppure, se di meritocrazia ne parlasse un premio Nobel, non farebbe lo stesso effetto perverso di quando ne parla la Gelmini. Che merito ha la Gelmini, infatti, nell’essere Ministro dell’Istruzione? Cosa ha fatto? E i tanti altri ministri e sottoministri, segretari e sottosegretari governativi? Che merito hanno, se non quello di stare da una parte invece che dall’altra? È questa l’idea di merito che ha la Gelmini.

Basta guardare i criteri attraverso cui viene oggi giudicato il valore e il merito dei dirigenti scolastici. Primo: quando risparmiano nella gestione scolastica. Non importa come, l’importante è risparmiare. Non importa la qualità della scuola, l’importante è il contenimento della spesa. Anche se poi, magari, un tetto crolla e ci scappa il morto. Secondo e terzo: quanto credono e quanto sono fedeli e fidati nell’applicazione della Riformaccia, – a cui mancano ancora, per altro, gli applicativi: al momento infatti si è ancora completamente nel caos.

Vittorino Andreoli nel suo libro Lettera a un insegnante: "Sono contro la competitività, il solipsismo che la società del tempo presente ha promosso persino negli asili, come se la vita fosse la lotta e il successo fosse quello sancito da Darwin. Credo invece che l’educazione si fondi sul gruppo, sulla collaborazione, sulla solidarietà e sull’aiuto reciproco che, lo ripeterò all’infinito, non escludono il talento, che semplicemente si sviluppa e si esprime dentro il gruppo, per il gruppo e non per il proprio io. La scuola organizzata per graduatorie, per inventare il primo e l’ultimo e dunque mandare in paradiso e all’inferno, con una grande parte di studenti da purgatorio, non provoca soltanto danni alla vita degli ultimi, ma anche a quella del primo della classe. La sindrome del più bravo è una delle condizioni che compromettono maggiormente lo sviluppo armonico di un giovane in crescita: una vera disgrazia, non diversamente da chi è posto nel girone più basso dell’inferno, dove si deve lasciare ogni speranza".

Quelle di Andreoli sembrano parole distanti anni luce dalla scuola di oggi, in cui i valori di merito richiesti dalla Gelmini sono, inquietantemente, tre. Credere (nonostante tutto e tutto quello che accade, crolli di scuole compresi) nella sua Riforma. Obbedire (ai superiori). Combattere (la spesa). Diciamo basta a questa follia! Per difendere il futuro dei ragazzi ma, dopo l’assurda e drammatica morte di uno studente, anche per proteggere il loro presente.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 23 novembre 2008