Evasori

Giuseppe Zapelloni



«Mal comune», così s’intitola il primo capitolo del libro Evasori di Roberto Ippolito, recentemente pubblicato da Bompiani, ed eloquentemente sottotitolato: Chi come quanto. L’inchiesta sull’evasione fiscale. Un mal comune che si rivela fin dalle prime pagine, prima ancora che un radicato malcostume nazionale, una vera e propria vocazione popolare, quasi una passione sportiva dalle grottesche declinazioni strapaesane e provinciali.
L’inchiesta di Ippolito sull’evasione fiscale in Italia, quella che il Wall Street Journal ebbe a definire nel 2007 un’epidemia nazionale, fornisce dati contabili aggiornati ed informazioni importanti sul contrasto al fenomeno. Affronta i luoghi comuni cari a tanta retorica politica, smontando molti pregiudizi radicati e suscita più di un interrogativo sulla realtà del sentimento civico-politico nazionale: si evade innanzitutto da un’idea di bene comune e collettività, per dirla con Magris dal «senso dell’appartenenza ad un comune destino».
Le fonti citate sono eterogenee: dalla saggistica alla stampa, ai rapporti governativi, ed anche, non senza sorprese, internet. Purtroppo però la collazione di una così ampia messe di informazioni ed il taglio divulgativo, quasi colloquiale, procedendo per episodi e caratteri, delineano un quadro generale confuso e disordinato, ed è forse questo il grande limite del libro che, pur rimanendo utile alimento del nostro scontento, non va oltre l’abbozzo di genere.
Il canovaccio di questa poco originale e scontata commedia dell’arte, che vede interpreti cavalieri, professori e furbetti, oltre al solito Pantalone, è un arido elenco di cifre, ma tutt’altro che sterili se i soldi cui si fa riferimento venissero finalmente recuperati. Si cita infatti la Relazione concernente i risultati derivanti dalla lotta all’evasione fiscale (al 30 settembre 2007) presentata alla Camera dall’allora ministro dell’economia e delle finanze Tommaso Padoa Schioppa; dove, di contro ad un’evasione accertata di 14,5 miliardi di euro, si stimavano prudentemente le mancate entrate fiscali in almeno sette punti percentuali di prodotto interno lordo, tanto quanto l’intera spesa sanitaria, e pari a 100 miliardi di euro. Si tratta di numeri «paurosi, ma noti» per dirla col presidente della repubblica Giorgio Napolitano, e che non fecero troppo scalpore. Meno noto è però uno studio dell’Agenzia delle entrate, citato da Ippolito, che, partendo da questa stima ufficiale e indagando sull’Iva calcola l’evasione in oltre 270 miliardi di euro, cioè il 19,2 per cento del Pil.
Tutti conoscono le distorsioni e gli effetti perversi che un livello così alto di evasione comporta, a incominciare da aliquote di tassazione più alte del necessario ed indirizzate prevalentemente verso i redditi da lavoro dipendente. Come è pure noto il "paradosso di Tremonti" per cui da aliquote di tassazione troppo alte, un vero e proprio fattore criminogeno per il ministro pavese, scaturirebbe di riflesso l’evasione tributaria di massa. Molti però ignorano che la pressione fiscale nel 2007, con il governo Prodi e Padoa Schioppa ministro dell’economia e delle finanze, era pari al 43,3 per cento del Pil e che il Documento di programmazione economica presentato da Berlusconi e Tremonti non prevede nessun calo significativo delle tasse da qui al 2013, che si manterranno stabili intorno al 43 per cento. In realtà, però, secondo il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il prelievo sui contribuenti fiscalmente onesti, ovvero la pressione fiscale reale, è pari al 51,8 per cento.
Nonostante la relazione di Padoa Schioppa dell’autunno 2007 evidenziasse anche come tre italiani su quattro ritenessero l’evasione fiscale un problema grave, e un rapporto Eures dello stesso periodo segnalasse come nove italiani su dieci chiedessero maggior rigore in questo senso, nell’immediatezza delle elezioni politiche dell’aprile 2008 il Censis affermava che il tema fisco non fosse al vertice delle preoccupazioni degli italiani e non risultasse prioritariamente necessario intervenire su di esso. Al punto che, con la manovra finanziaria d’estate, il ministro Tremonti sopprime l’obbligo per professionisti e lavoratori autonomi di tenere un conto corrente distinto per l’esercizio dell’attività, in modo da lasciare traccia almeno degli incassi non più in contanti, e scompare, per la seconda volta dopo il 1994, anche l’obbligatorietà per i titolari di partita Iva di tenere l’elenco clienti e fornitori. Inoltre si eleva il limite per l’emissione di assegni trasferibili da 5.000 a 12.500 euro, e si abolisce al contempo l’obbligo di segnalare il codice fiscale degli autori delle girate. Privando così amministrazione fiscale e Guardia di Finanza di strumenti utili a risalire per via informatica a flussi finanziari riconducibili, oltre ché all’evasione, anche al riciclaggio (un tema quest’ultimo che purtroppo il libro non affronta a quello dell’evasione fiscale).
Il capitolo più interessante di Evasori è certamente quello intitolato «Il bello del mattone» e che tratta di edilizia e proprietà immobilare. Ippolito cita il rapporto Le ecomafie, realizzato da Eurispes insieme all’Osservatorio permanente su ambiente e legalità nel 1994, che ricostruiva l’attivismo delle cosche equiparando l’abusivismo ad un’industria in grado di muovere in doli dieci anni 65 mila miliardi di lire, con un’evasione fiscale stimata in oltre 14 mila miliardi di lire, grossomodo 7 miliardi e 200 milioni di euro attuali.
Oltre al dato economico, vengono riportati anche i primi risultati dell’indagine di contrasto all’abusivismo edilizio ottenuti grazie al decreto legge 262 del 2006. Con questo decreto il governo Prodi attribuiva all’Agenzia del territorio il compito di individuare in tutta Italia gli immobili non accatastati, ed anche quelli dichiarati rurali ma non più tali ai fini fiscali, attraverso la fotoidentificazione aerea. Attualmente si è operato sui due terzi delle province italiane e si stima che quando nel 2009 le fotorilevazioni saranno concluse, il totale dei fabbricati nascosti potrebbe non essere lontano dai 3 milioni: un sesto se non addirittura un quinto di quelli attualmente censiti.
Nonostante sia il meridione a primeggiare nella graduatoria degli immobili non dichiarati, mentre giù al nord si è in testa alla classifica degli ex rurali non denunciati, le fotoidentificazioni effettuate al momento in provincia di Pavia hanno già evidenziato 30.032 immobili mai dichiarati, a quanto pare il nono posto nazionale. Purtroppo non è ancora noto il risultato nella classifica ex rurali, come pure si ignora quanti degli edifici fantasma pubblicati nel primo elenco di quelli scoperti dall’Agenzia del territorio e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, siano stati regolarizzati, provvedendo al loro accatastamento alla scadenza del 10 marzo 2008. Anche se sulla base dei dati nazionali sembrerebbe comunque nessuno (il che non stupisce più di tanto se si pensa allo stato di permanente morosità fiscale di quanti hanno comunque aderito ai vari maxicondoni del passato, quasi 1 miliardo di euro).
Un vero peccato se si pensa, dopo aver fatto mente locale all’abolizione dell’Ici, che già con la sola gestione integrata del Catasto i comuni italiani riuscirebbero a recuperare 350 milioni di euro di evasione fiscale. O perlomeno così stimava l’Anci presentando nel 2006 la ricerca sulla sperimentazione del progetto Deca, il decentramento catastale. Perché gli edifici, abusivi o regolari che siano, non censiti difettano dell’attribuzione di una rendita catastale che rappresenta la base imponibile della quasi totalità delle imposte e tasse immobiliari. Del resto, per rimanere in tema di contrasto locale all’evasione fiscale, basta ricordare lo scarso successo della legge 248 del 2005, voluta da Tremonti, che regolava appunto la «partecipazione dei comuni al contrasto all’evasione fiscale», attribuendo ai sindaci poteri e responsabilità quasi da polizia tributaria. Una stella che a quanto pare pochi hanno avuto il coraggio di appuntarsi sul petto, perché, come nota Beppe Severgnini, gli evasori sono anche elettori, e purtroppo il principio che collega il diritto di voto alle tasse, nonostante un precedente post-unitario e l’esterofilia in questo senso dell’intera classe politica nostrana, è fondativo solo della democrazia anglosassone.
Forse ispirati dal decreto legge 262/2006 (una specie di sanatoria, il cui limite era quello di voler esclusivamente censire ed accatastare, al fine comunque di recuperare un mancato gettito fiscale stimato per lo stato in 1,4 miliardi di euro), il direttore dell’Agenzia delle entrate di Pisa e tre suoi collaboratori, hanno pensato bene di utilizzare come economico e rapido strumento di indagine fiscale anche Google Earth, e visti i risultati con tanto di complimenti dell’astrofisico italiano Alberto Conti, uno dei fondatori di Google Sky e che lavorando allo Hubble Space Telescope è abituato a guardare lontano e nel dettaglio.
Il problema però non è solo quello di voler vedere, ma anche quello di poter vedere, in modo tale da «favorire una forma di controllo diffuso da parte dei cittadini rispetto all’adempimento degli obblighi tributari, ferma restando l’ordinaria attività di controllo ispettivo propria degli uffici tributari». Così scriveva il 5 maggio 2008, invocando l’articolo 69 del Dpr 600 del 1973 il direttore dell’Agenzia delle entrate Massimo Romano al garante della privacy che aveva da poco bloccato la diffusione via internet delle dichiarazioni relative ai redditi di tre anni prima. Una scelta attaccata anche da Vittorio Feltri in un pesante editoriale intitolato La pacchia degli evasori, evasori che «oltre a passarla liscia con il fisco, non hanno neppure il fastidio di incrociare lo sguardo dei vicini di casa».
Purtroppo però stando ad un recentissimo studio della Banca d’Italia è tale l’accondiscendenza e la simpatia degli italiani nei confronti dell’evasione fiscale da non suscitare alcun moto di vera riprovazione sociale. Sconsolatamente conclude Ippolito «Il popolo degli evasori è tale anche perché la loro reputazione pubblica non è intaccata dai cattivi comportamenti fiscali. Non c’è biasimo collettivo. Non c’è un forte disprezzo nei loro confronti».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 10 novembre 2008