Meritocrazia e formazione

Giuseppe Caliceti



Le parole sono cavalli. Si cavalcano. Prendiamo la parola meritocrazia: a destra e a sinistra, quando si parla di pubblico impiego, oggi, in Italia, non c’è parola più alla moda. Non c’è politico italiano che non si riempia la bocca di questa parola. Non ne possiamo più. Anche quando si parla di scuola. Per me è un evidente riflesso condizionato di un’impostazione di società e di scuola tipicamente economicista: lo Stato-Azienda, la Scuola-Azienda.

In questo Berlusconi ha fatto scuola. La formulazione è lapalissiana: dare più soldi e prestigio a chi lavora meglio, darne meno a chi lavora peggio. Crea consenso. Perché non c’è persona che io conosca che pensi di essere tra quelli che lavora meno o peggio. Quando poi si inizia a indagare su cosa sia il meglio o il peggio, soprattutto nella scuola, le cose si complicano.

Prendiamo i docenti. Don Milani, Loris Malaguzzi o Gianni Rodari, oggi, sarebbero considerati meritevoli? O, piuttosto, facinorosi? Il dibattito è aperto. Simile discorso vale tra gli studenti. Per dare merito ai meritevoli, occorre avere idee chiare sul merito. Nella nostra scuola obbligatoria le idee non sono certo chiare, se i politici in 20 anni hanno costretto una decina di volte i docenti a cambiare il sistema di valutazione dei loro studenti.

Dunque, è meritevole l’alunno più obbediente O il più ordinato? Il più preciso? Il più creativo? Quello che studia di più? O quello che ottiene con maggior facilità i risultati? O il più disciplinato? Dico la mia: la valutazione è questione così delicata e complessa, specie tra i bambini e in fase di apprendimento, che applicare la scure della meritocrazia sulla testa di un bambino rischia spesso di fare una valutazione preventiva dell’alunno e della sua famiglia ancor prima che entri a pieno ritmo nel percorso scolastico.

Non dico che la valutazione non debba essere fatta, ma è sempre qualcosa che avviene in progress. E tutta l’enfasi che si mette sulla sua presunta oggettività incasellandola, già a sei sette anni, nella gabbia e nel mutismo di un voto numerico e non di un giudizio aperto e discorsivo, mi pare non solo esagerata, ma sbagliata.

Perché invece non sviluppare processi di autovalutazione? Impossibile. Almeno a giudicare i test da scuola guida dell’Invalsi, l’Istituto Nazionale della Valutazione, che i docenti sono costretti a "somministrare" annualmente ai loro studenti. Più o meno all’oscuro dai loro stessi genitori. Test più funzionali ai sondaggisti che ai bambini. Non è un caso che l’Invalsi stessa non prenda in considerazione i risultati delle prove dei bambini diversamente abili per non rovinare la media.

Per esempio, la mia attuale quinta elementare è organizzata da cinque anni in gruppi di scolari e si procede nella didattica attraverso il metodo collaborativo. Oltre al raggiungimento dei risultati, si valuta quanto e come i bambini sappiano lavorare bene insieme. Quanto parlano a turno, ascoltandosi. Quanto e come si confrontano e condividono le proprie scelte.

Se, poniamo, un gruppo finisce per primo un lavoro ma all’interno di quel gruppo ci sono liti, non si lavora insieme, magari qualcuno piange, qualcun altro vuole uscire dal gruppo, non si dà la parola a tutti, c’è sempre qualcuno che vuole sempre comandare, eccetera, la valutazione non può essere certo ottima. Di questo modo di valutare ai sondaggisti ministeriali, ai politici, ai ministri, ai responsabili dell’Invalsi, interessare qualcosa? Della effettiva qualità della scuola?

È così difficile capire che i nostri bambini e i nostri ragazzi non sono solo numeri, spese e problemi? Possibile che il diritto allo studio e all’abbattimento delle barriere che ne limitano le pari opportunità vengano oggi considerate un peso quasi insostenibile invece che una ricchezza e un investimento sul loro futuro e quello del Paese in cui viviamo?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 10 novembre 2008