Sotto una pioggia di comete

Sergio Nelli



Dovevo acquistare un biglietto. Davanti alla stazione, ho visto un barbone cacare a schizzo col culo in alto ben rivolto verso i passanti. La scarica ha imbrattato il selciato scuro. La cosa impressionante, a parte il luogo, l’esposizione e l’ora, era che non aveva un buco bensì un rigonfiamento sanguinolento. Il genere umano ha capacità di resistenza inaudite. Il dolore è tirato giù dalla stanchezza, dall’insensibilità, dalla distrazione, dall’oblio, dal sonno… Eppure, fra gli animali, siamo i meno protetti dalla natura che ci spara lontanissimi dal suo grembo. Sì, senza protezione, e quando i mostri urlano bisogna gettar terra nelle fauci di Cerbero, per zittirlo. Il Paradiso invece è un mare di nuvole chiare. Il Paradiso è un forasacco secco, erbetta tenera, un medico che balbetta.

Il paradiso è

- una sguattera col grembiule che si appunta i capelli in una pausa

- un dito e la sua indicazione solenne verso una dimora

- la pioggia dentro il chiarore giallo come una benedizione

- la gru del cantiere (che si aprisse almeno una piazza!)

- la solitudine bella di quel ragazzo che avanza là col suo zaino-carniere

- le anse che fa il fiume

- i cartelli di Benvenuti con i gemellaggi da lacrime

- la disertata area di un parcheggio che sa di urina e che conserva uno sgravio di vomito incoronato di stecchi

- suonare il clacson alle donne che passano, una tantum, non per lascivia, per effusione e perché loro si abituino ai nascondigli e ai segnali che da essi provengono - ripiegare a due lenzuoli coperte e tovaglie

- naturalmente le rondini e i rondoni

- guardare gli alberi con confidenza

- l’odore di elicrisio

- il verso dei gatti in amore

- i cimiteri di automobili

- la luna del pomeriggio

- le canne d’autostrada come vessilli zingareschi e fieri

- il volatile: carte, camicie, lenzuoli stesi, i lembi d’ombrellone, le tende, le chiome, il fogliame, i peli e gli aerei e tutte le creature piumate e i ventagli obsoleti i foulard e perfino gli ombrellini degli aperitivi, visti con gli occhi chiusi, portati nello spazio, come sonde colorate, come macchine a vela, tanto silenti nell’universo da far provare una nostalgia lancinante per la colonna sonora d’un motorino o il clà clà di una veneziana…

Deus non est. Il primo male che affligge le creature è quello metafisico o d’imperfezione. Poi c’è quello fisico. Infine, quello morale, che riguarda gli umani. Il male che produce l’uomo è radicale, estremo, banale, nasce come un fungo in superficie o mette radici. In fondo al male c’è altro male: metafisico, fisico, morale.

Il paradiso è
alzare la mano in segno di pace
girare il sugo con il mestolo
guarire da un’infezione
pronunciare qualche parola con una caramella in bocca
contare i battiti di un polso che non sia il proprio

E anche
un calcinaccio che riluce al sole
trovare una moneta sott’acqua
sentire la neve depositarsi sopra le labbra
dire buonanotte rivolto a un’altra camera.

I muri scrostati, l’erba che cresce tra le pietre e ai bordi dell’asfalto, le foglie accartocciate, gli scoli asciutti e polverosi, le irregolarità del selciato… sembra che ciò che è basso sia una cifra d’infanzia. E comunque dall’osservare non viene un’idea, una prospettiva precisa, un simbolo, nemmeno una contromarca spezzata. Solo momenti ora buoni, ora cattivi e pessimi, quando la tenerezza si sfascia contro la durezza di cose come immerse in un suburbio che mostra il loro substrato infido, i contorni ostinati come unghie sporche, un’aureola vinosa.

In quel particolare momento in cui in cui altre vite nostre sembrano più plausibili, siamo proprio in mezzo al guado, ci rivoltoliamo dentro l’umano.

C’è un film americano in cui la morte viene a prenderti con un autobus verde con tanto di autista in livrea, ti dà l’opportunità di risolvere i sospesi e infine ti traghetta piano in una dolce campagna attraversata da una nuvola. L’oleografia del dopo riguarda sempre il pre-paradiso.

Meglio rompere un uovo, meglio una donna che fa la pipì, meglio l’imboscata di un’erezione.

Nei prati in discesa, tante persone sedute, sdraiate… in certi momenti di immobilità, di quiete dei cani… è allora che scatta la sensazione di sfondare la fisicità. O quando, di notte, si apre un occhiello perlaceo in un cielo nuvoloso e buio, e noi viaggiamo in superstrada. La vita è abbastanza enigmatica qualunque teoria si prenda come occhiale. Invece intravedo la filigrana di cose, e mi piace la letteralità, per esempio di quegli enti specchiati dai vetri, con la loro illusione di senso. Se fossi un fotografo, fantastico, fotograferei vetri e ciò che riflettono. E’ una prospettiva troppo legata a un’anima volatile?

I figli crescono e diventano come noi
quando invecchi tutti ti vogliono meno bene, forse per una questione estetica, perché sei destinato a imbruttire
quando ti ammali ti vogliono bene, ma senti anche che no, forse perché sei destinato a morire
tutto nella nostra Galassia ruota, anche la nuvola di Oort da cui provengono le comete
ho una pressione alla tempia destra e spero non mi venga il mal di testa non foss’altro perché nella smaniosa e determinatissima vita psichica, nelle fluttuazioni dell’anima, partendo da quel punto potrei rifinire chessò, in braccio ai fallimenti infantili, allo scacco evolutivo personale che mi costringe a ricorrere alla medicina e via e via e via… ci potrei mettere perfino, assecondando quest’opera agglutinante, la mia ultima fidanzata in una fase di collera, quando la sua faccia assomigliava a quella di una rondine cattiva…

Sono ritornato al mio cavalcavia alle Cure. Ho parcheggiato nella strada che porta all’ex ospedale per bambini Meyer. Col contrassegno esposto non c’è bisogno di moneta. Avrei voglia di amore, di essere amato. Quando entro in un bar per il caffè, soprattutto il pomeriggio, in un’aria di sospensione, mi sembra di comprendere meglio che cosa siano i demoni e come vaghino inquieti.

In ogni caso ci sono le croci delle farmacie che brillano all’imbrunire, gli incontri in viaggio, un bagno d’aria o d’acqua, la finestra sui tetti, il paesaggio lì attingibile, mentre la terra gira sul proprio asse e ripete il suo errare intorno al sole alla velocità di 29.80 km al secondo, ovverosia di 107280 Km l’ora…

(Testo dell’intervento a Umbria Libri 2008, sul tema: In fondo al male)








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 9 novembre 2008