Ritorno alla fabbrica della cattiveria #6

Sergio Baratto



Se il rogo di Opera si situava cronologicamente all’inizio della grande campagna politica e mediatica contro il capro espiatorio degli zingari e degli immigrati, lo sgombero della baraccopoli di via Rubattino, a Milano, si pone al suo culmine [1]. È un episodio brutale, ampiamente rimosso dalla memoria collettiva di una città che si vuole civilissima, eppure da decenni costituisce il laboratorio e l’incubatrice di cupi e luttuosi fenomeni politici. Ma è anche, a ben vedere, un punto di svolta. Voglio raccontarlo qui a grandi linee perché, pur rimanendo una vicenda complessivamente orribile e imperdonabile, è possibile rintracciarvi un movimento embrionale di rivolta morale della coscienza collettiva che è diametralmente opposto al meccanismo linciatorio prodottosi a Opera meno di tre anni prima. È ancora poco, forse, ma significa già tanto: rappresenta la persistenza di una fiammella di speranza, la prova che la capacità di indignarsi e di agire contro la cattiveria istituzionalizzata non è spenta, persino nella capitale del berlusconismo e del leghismo. Che bisogna sempre sforzarsi di non dare per morto le forze del bene, anche nei periodi più disperanti, quando tutto sembra massimamente buio, chiuso e senza via d’uscita.
Un promemoria particolarmente utile per chi come me deve combattere contro un’indole perniciosa incline al pessimismo e al disfattismo.

Autunno 2009. Se si percorre via Rubattino, al confine tra Milano e Segrate, lasciandosi alle spalle la circonvallazione e inoltrandosi nell’hinterland, a sinistra si ergono ancora i colossali capannoni della ex Innocenti e della ex Maserati. A destra si stende una vasta area vuota, che un tempo era dell’Enel, una specie di steppa disseminata di tralicci arrugginiti, strutture metalliche, vecchi edifici scrostati. Il luogo è spettrale. Strade deserte, terrains vagues, prati di erbacce e quelle specie di enormi cetacei dismessi spiaggiati nel centro del nulla. È in quel paesaggio apparentemente uscito da un film post-apocalittico che i rom hanno impiantato la loro baraccopoli. Sono più di duecento, tra cui, come sempre, parecchi minori. Molti provengono da altri sgomberi, da altre cavità neglette della metropoli; sono proscritti di lungo corso. Altri sono scesi da poco dalla Romania, dove gli zingari talvolta vivono letteralmente in buchi scavati sottoterra.

Baraccopoli vuol dire miseria, sporcizia, tonnellate di rifiuti, topi, condizioni igieniche di livello fognario. Vuol dire anche degrado, ma bisognerebbe intendersi sul significato del termine. I rom sono le vittime o i responsabili del degrado?
Il vicesindaco De Corato parla di «centinaia di lettere inviate dai residenti del quartiere» che denunciano «una situazione non più tollerabile sul piano della sicurezza: furti negli appartamenti, dei veicoli parcheggiati sulle pubbliche vie e nei box, pure danneggiate o bruciate, scippi nelle ore notturne e nei pressi del supermarket, intimidazioni e minacce». Insomma, i cittadini sono infuriati con i rom, la loro pazienza è agli sgoccioli.

Ma poi succede qualcosa di inaspettato. Un granello di polvere finisce nell’ingranaggio della macchina della cattiveria e del consenso. All’inizio è quasi invisibile. Nessuno se ne accorge Di che si tratta? Da dove inizia? Da quando?
Nel 2008, un anno prima, quando tramite la Comunità di sant’Egidio, alcune delle famiglie rom accampate in via Rubattino riescono a iscrivere i loro figli a scuola, in due istituti scolastici della zona, a Lambrate e all’Ortica. Nove bambini in tutto.
La prima reazione di maestre, genitori e alunni non è incoraggiante: «Teniamoci strette le borse», «Cristina puzza», «La mia mamma ha detto che la sua mamma ha la gonna fino a terra perché ci nasconde sotto i bambini che ruba» [2]. Ma i pregiudizi non resistono alla prova della realtà. Si scopre che quegli straccioni sono esseri umani, che hanno gli stessi vizi e le stesse virtù di tutti gli esseri umani. Le mamme dalle due trincee opposte cominciano a incontrarsi su terreno neutrale: davanti al portone della scuola, nel bar di fronte. Il caffè è il primo collante. L’anno dopo, i bambini rom iscritti sono già quaranta ma nessuno parla più di borse e puzza. Non ci sono più italiani e rom rumeni, ma maestre, genitori e bambini, e i caffè vengono bevuti insieme in soggiorni o baracche.

Peggio ancora. Sia prima che dopo lo sgombero, diversi abitanti del quartiere si lasciano andare ad atti che certo saranno sembrati indecifrabili, inconsulti, agli occhi dei feticisti dell’emergenza e dei fautori dell’incompatibilità razziale. Si assiste a scene di indescrivibile obbrobrio multietnico: bambine rom invitate dalle compagne di classe milanesi alle festicciole di compleanno, papà rom di Rubattino invitati da papà milanesi di Rubattino a giocare partitelle di calcio, scambi di visite, cittadini del quartiere che si cointestano il contratto d’affitto di una famiglia di zingari, genitori dei compagni di classe che si autotassano per pagare parte di quell’affitto… Una famiglia milanese porta con sé in vacanza una bambina rom insieme ai propri figli…
Ma come? Dopo mesi passati a manganellare verbalmente i buonisti dicendo loro «se vi piacciono tanto gli zingari perché non li ospitate a casa vostra», quelli sono così pazzi e spudorati da farlo veramente?

Di fatto, quella che scoppia intorno ai baraccati e braccati di via Rubattino è una piccola rivolta gentile. In un clima che resta di generale adesione alla mobilitazione xenofoba, c’è una frangia incontrollabile della cittadinanza che osa sparigliare i giochi, che non si comporta come previsto e scombina tutte le categorie, mette in discussione tutte le presunte certezze: prima fra tutte, quella per cui gli italiani non vogliono gli zingari, i ragazzi storpi, i diseredati, gli accattoni.
Un drammatico caso di schizofrenia della cittadinanza? Di sdoppiamento della realtà?
Quei milanesi che difendono gli zingari di Rubattino sono forse cittadini privilegiati di un’altra dimensione, che vivono separati dalla realtà e posseggono attici in una Rubattino alternativa il cui accesso tramite varco spazio-temporale è negato agli rom e ai cittadini comuni?
Sta di fatto che, mentre l’ipotesi di uno sgombero diventa questione di tempo anziché di probabilità, i cittadini del quartiere si mobilitano. Vengono organizzate raccolte di firme e fiaccolate contro la cacciata indiscriminata dei rom.
Nessuno, beninteso, difende l’idea indifendibile di lasciare che continuino a vivere in quella favela. Ma il timore, più che giustificato, è che le istituzioni vogliano semplicemente privare i suoi abitatori di un tetto e abbandonarli a sé stessi, nella speranza che si convincano a tornarsene da dove sono venuti. Soprattutto spaventa l’idea, altrettanto giustificata, che le ruspe del Comune e della Prefettura passino sopra anche al faticoso ma proficuo progetto di integrazione scolastica e sociale avviato l’anno precedente.
Anche i genitori degli alunni Inviano una lettere al sindaco, al vicesindaco e al prefetto, ma scrivono parole diverse da quelle che De Corato ama citare:

[Lo sgombero] potrebbe compromettere o addirittura interrompere il percorso di integrazione che ha coinvolto gli scolari rom insieme a quelli del quartiere e le loro famiglie. La rete di relazioni e il clima positivo venuti a instaurarsi potrebbero essere vanificati se questi bambini non verranno messi nelle condizioni di poter continuare a frequentare le scuole cui sono attualmente iscritti.
Con la presente lettera vogliamo testimoniare l’esperienza positiva vissuta come genitori di scolari compagni di classe dei bambini rom del campo di via Rubattino.
Chiediamo che lo sgombero non interrompa il positivo percorso avviato e di cui siamo stati testimoni.
Chiediamo che le istituzioni si adoperino affinché si possano fare i dovuti distinguo anche e soprattutto nei casi di sgombero, salvaguardando e tutelando le famiglie con figli nell’età della scuola dell’obbligo, e mettendole nelle condizioni di continuare a mandare i figli a scuola, preferibilmente garantendo una continuità con la possibilità di frequentare le stesse scuole della zona presso le quali hanno iniziato il percorso di integrazione.
Chiediamo quindi di favorire, e non interrompere, quei percorsi di integrazione che passano anche e soprattutto attraverso la scolarizzazione dei bambini e che sono stati positivamente avviati con alcune famiglie di questo campo.
Come ulteriore informazione, atta a voler fugare qualunque dubbio sulla natura delle nostre richieste, in momenti in cui spesso si pensa che i diritti degli altri vadano salvaguardati, purché lontano da noi, vogliamo sottolineare che molti dei genitori firmatari, abitano nel nuovo quartiere Rubattino, limitrofo al campo.
Certi che le responsabilità derivanti dal vostro ruolo sapranno tenere conto dell’importanza di quanto vi chiediamo, porgiamo distinti saluti e rimaniamo in attesa di una vostra cortese risposta.
I genitori di alunni del Circolo Didattico di Via T. Pini 3 di Milano [3]

I capannoni di via Rubattino li abbatteranno piano piano di lì a un paio d’anni, ma giovedì 19 novembre 2009 sono ancora tutti in piedi. I rom sono svegli dalle cinque e mezza, anche non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale si sa che lo sgombero è nell’aria. Alle sette e un quarto, quando il cielo è ancora buio, arriva una colonna di blindati. Ne esce un piccolo esercito corazzato: poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, una settantina di vigili urbani anche loro con caschi e manganelli. Mancano solo le fiamme gialle, che non sono presenti forse perché non saprebbero a chi chiedere gli scontrini. Poi arrivano le ruspe, e in meno di mezz’ora demoliscono le baracchine con tutto ciò che vi è rimasto dentro. I rom vengono fatti allontanare. Compresa la quarantina di bambini che, grazie a un gruppo di formidabili insegnanti milanesi, da un anno avevano cominciato ad andare a scuola.

Il vicesindaco De Corato dà i numeri e parla di Milano come se fosse una torta: «Con questo sgombero, il centosessantaseiesimo, restituiamo alla città un’altra fetta abbandonata al degrado». Anche il presidente del gruppo consiliare leghista a Milano, un trentenne sovrappeso che risponde al nome di Matteo Salvini, si prende una parte del merito: «Grazie alle pressioni della Lega Nord, un’altra zona della città torna alla legalità».
Alle accuse dei soliti comunisti buonisti, nemici del popolo e amici dei ladri di bambini – l’arcivescovo di Milano, i Padri Somaschi, la Comunità di Sant’Egidio, le maestre e i genitori delle scuole di Lambrate e dell’Ortica, le associazioni di volontariato, i partiti dell’opposizione, Amnesty International (che poche settimane prima si è pronunciata pubblicamente contro lo sgombero forzato di via Rubattino) e quella frangia lunatica di cittadini di cui s’è detto sopra – il Comune di Milano risponde con sdegno. Il cattolicissimo assessore Moioli – quella stessa Mariolina che nel dicembre di tre anni prima si era fatta prendere in contropiede dal prefetto, con lo sgombero prenatalizio di via Macconago che aveva poi ingenerato tutta la schifosa vicenda di Opera – spiega: «Abbiamo garantito i diritti dei bambini, abbiamo dato massima attenzione a piccoli e mamme».
In cosa consiste questa «massima attenzione»? Il Comune ha offerto posti in comunità a cinque donne con bambini sotto i sette anni. E quelli sopra i sette? «Possono essere ospitati in appositi centri, ma senza i genitori».
Provate a prospettare questa ipotesi a una famiglia italiana qualsiasi sfollata dopo un evento catastrofico qualsiasi: riuscite a immaginare la risposta? L’urto violento delle nocche del capofamiglia contro il vostro osso nasale? Ma a quanto pare con gli zingari ci si può prendere molte più libertà che con l’uomo bianco. Forse perché, come sostiene qualcuno, gli zingari sono diversi da noi, hanno una sensibilità diversa, anche i figli li vivono in maniera diversa.
Dodici famiglie accettano l’offerta del Comune: l’alternativa era il vicino cavalcavia della tangenziale. Le altre, in effetti, finiscono proprio lì, sotto la tangenziale, aperto agli spifferi ma perlomeno coperto. Sì, perché le autorità reputano finito il loro lavoro con le ruspe: dove sta scritto che un’amministrazione comunale debba farsi carico degli sgomberati? Non sono mica cittadini milanesi. Non sanno dove andare? Cazzi loro! Tornino in Romania.

Il 19 novembre il cielo è coperto ma il clima è ancora relativamente mite. Poi, durante la notte, le minime si abbassano e una nebbia fitta nebbia comincia ad avvolgere la periferia est. Arriva l’alba del 20 novembre: è la giornata mondiale dell’infanzia. I bambini dell’ex favela di Rubattino la celebrano sotto il cavalcavia.
È venerdì, le scuole sono aperte, ma quella mattina le maestre e i compagni di classe li aspetteranno inutilmente.
Non li abbandoneranno, tuttavia. La solidarietà prosegue, testarda, irriducibile. Le autorità continueranno a braccare per tutto l’inverno i rom di Rubattino, cacciandoli via ogni volta da ponti, cavalcavia, ruderi e capanne, dieci, quindici, venti sgomberi, ma la gente del quartiere, i volontari della Comunità di Sant’Egidio e le insegnanti faranno lo stesso, inseguendo i braccati e offrendo loro cibo, assistenza medica, talvolta un letto, una doccia. E un banco nelle aule della scuola per ciascuno dei loro piccoli alunni.
«Abbiamo pensato a chi vedeva partire le colonne di ebrei senza reagire…» dirà Flaviana Robbiati, una delle maestre dell’Ortica [4].

Tra quei bambini c’è anche Giulia. Sarà il giornalista Fabrizio Gatti a raccontare la sua storia esemplare e straziante, su l’Espresso, l’11 gennaio 2011. Vorrei ripercorrerla brevemente qui, riscriverla su carta per fissarmela indelebilmente nella memoria, perché mi ha colpito in modo particolare. Forse ho empatizzato ancora di più con lei perché sono padre di una bambina. O perché da piccolo ho pianto leggendo la storia della piccola fiammiferaia. O forse perché è davvero una storia straziante.
Per Giulia, sei anni all’epoca dei fatti, lo sgombero della baraccopoli di Rubattino è solo il primo di una lunga serie. Tra il 2009 e il 2010, in nome della guerra contro i nomadi lanciata dalla giunta Moratti, Giulia ne subirà in totale quindici. Se volessi ripetere il concetto con altre parole, dovrei dire che una bambina di sei anni alloggiata in una baracca è stata privata di un tetto per quindici volte, spesso in pieno inverno.
Tra il 2009 e il 2010, mentre l’opinione pubblica dibatte sulla propensione genetica degli zingari per il furto anche di minorenni, vaglia l’ipotesi di togliere i minorenni ai genitori rom e legge sui giornali che il presidente del consiglio si scoperebbe delle minorenni anche musulmane, Giulia dorme dove capita: in una tenda, sotto un ponte, su una panca, dentro un buco sottoterra. Alla fine si infratta nella periferia nord di Milano, una no man’s land che non è più nemmeno periferia ma non assomiglia minimamente a una campagna. Eppure, grazie all’ostinata tendenza alla dignità dei suoi genitori e delle sue maestre, Giulia – come gli altri bambini rom cacciati da via Rubattino – continuerà a frequentare le scuole elementari.
Per andare a lezione, tutte le mattine deve percorrere un tragitto di due ore e mezzo, e lo stesso per tornare ogni pomeriggio nel suo nascondiglio: cinque ore ogni giorno. Si sveglia alle cinque e mezza, si veste in fretta e furia, al buio, perché nel buco in cui vive nascosta non c’è elettricità né riscaldamento. In inverno mette due paia di calze: uno sui piedi, uno sopra le scarpine leggere, per non scivolare nel fango o sulle pozzanghere ghiacciate. Salta la colazione perché non ha niente da mangiare. Parte. Mezz’ora nei campi, poi un autobus, due linee della metropolitana e un altro autobus, fino alla scuola, nel quartiere dell’Ortica.
Piccolo particolare: non ha con sé la cartella. Gliela tengono al sicuro le maestre, a scuola, perché a ogni sgombero i vigili costringono i rom a lasciare le baracchine in fretta e furia, prima che le ruspe spianino tutto, e spesso anche i libri e i quaderni finiscono sotto i cingoli.

Ogni volta che vede i vigili avvicinarsi, Giulia si fa la pipì addosso per il terrore.

Esiste una parola per definire chi terrorizza i bambini? Mostro. Le istituzioni sono il mostro di Giulia. Nelle fiabe e nelle leggende arriva sempre un eroe a uccidere il mostro: Perseo, Bellerofonte, san Giorgio… Arriverà mai un eroe a sconfiggere il mostro che terrorizza i bambini dei nostri giorni?

[Continua. Prima, seconda, terza, quarta e quinta parte.]




[1] Opera e Rubattino vedono nella parte dei «cattivi» due amministrazioni di centrodestra. Non è certo un caso, ma non per questo si deve concludere che le amministrazioni di centrosinistra si sono sempre comportate in modo diverso (basterebbe anche solo ricordare che la paternità delle prime famigerate ordinanze anti-lavavetri è della giunta comunale fiorentina, da sempre una roccaforte progressista). Un esempio su tutti è il caso di Pavia: nel settembre del 2007, ponendosi per così dire all’avanguardia nella politica di tolleranza zero nei confronti dei nomadi e dei clandestini, la giunta di centrosinistra ha sgomberato più di duecento rom accampati da tempo in una fabbrica dismessa (l’ex Snia Viscosa), tra cui come sempre parecchi minori, senza fornire loro alcuna assistenza e lasciandoli letteralmente sulla strada. Per i rom della Snia quello sgombero ha segnato l’inizio di una penosa odissea tra i paesi e le campagne della provincia pavese, dove hanno subito tra l’altro intimidazioni, violenze e attentati da parte dei residenti e di alcune organizzazioni neofasciste. Questa vicenda in tutto e per tutto esemplare della «fabbrica della cattiveria» italiana degli anni Zero è stata raccontata in dettaglio da Giovanni Giovannetti e Anna Ruchat nel secondo numero della rivista del Primo amore («Il dolore animale», ottobre 2007), a cui si rimanda per ogni approfondimento.

[2] Intervista ad Assunta Vincenti, mamma di Lambrate, e Flaviana Robbiati, maestra all’Ortica. Una città, n. 188, ottobre 2011, pp. 20-21 (link).

[3] Il corsivo è mio. Fonte: www.golemindispensabile.it

[4] Una città, n. 188, cit.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 6 febbraio 2014