Infiltrare, reprimere, disinformare

Teo Lorini



Il conflitto è una delle esperienze universali delle società e degli esseri umani. Le scienze - dalla biologia alla filosofia, dalla linguistica alla storia economica - ci insegnano che non esiste situazione, progetto politico, snodo storico, progresso ideale senza un conflitto che inneschi una dinamica il cui obiettivo è il superamento di un bisogno. È il concetto di lotta per la vita (struggle for life) teorizzato da Darwin nell’Origine delle specie.
La difficile congiuntura storica che il mondo e l’Italia stanno attraversando incrementa, inevitabilmente, la percentuale e l’intensità dei conflitti. E tuttavia pare che, agli occhi di chi è chiamato a governare, il valore della conflittualità oscilli in maniera direttamente proporzionale al proprio tornaconto. Questo innesca ulteriori tensioni, complicate da una sproporzione, da uno scollamento tra le risorse delle singole parti e i problemi per cui esse si mettono in movimento.

Il decreto sull’istruzione pubblica, approvato al Senato lo scorso 29 ottobre, contiene al suo interno, assieme ad alcuni provvedimenti come l’adozione di grembiulini o la scala da adoperare per valutare il rendimento scolastico, una previsione di tagli sul comparto dell’Istruzione, calcolata (e ammessa dal ministro competente) in 7,8 miliardi di euro in tre anni. Sostenere, come fanno alcuni esponenti della maggioranza in carica, che questa radicale sottrazione di risorse possa produrre un miglioramento delle condizioni di studio e apprendimento per gli scolari, per i cittadini italiani di domani, confligge, con ogni evidenza, con la verità. Sembrerebbe un concetto ovvio, ma la potenza mediatica dispiegata in favore del provvedimento rende necessario esemplificare, immaginando una famiglia che stanzia un budget di 100 per gli acquisti al supermercato. Ha senso affermare che gli stessi beni, anzi beni migliori, potrebbero essere procurati spendendo 70, 60 o 50?

Pur partendo da un dato di fatto incontrovertibile e lampante, i pareri sull’ondata di proteste e manifestazioni che da settimane agita il mondo della scuola sono difformi e contrapposti. Da dove scaturisce tale discrepanza? Volendo rispolverare uno dei filosofi appresi sui banchi della scuola pubblica si potrebbe affermare che è in atto un contrasto tra l’aletheia, la verità basata sui fatti e la doxa, l’opinione che si poggia su una molteplicità di stimoli sensibili. Stimoli che, ad esempio, in sei mesi hanno portato il consenso sull’istituzione del "maestro unico" dal 16% al 60% degli italiani intervistati. Proprio come, appena due mesi dopo le elezioni, il problema maggiore del Paese non era più la povertà delle famiglie, la perdita di potere d’acquisto dei salari, la progressiva estinzione del ceto medio, ma le intercettazioni a cui mettere un freno o Rete4 da salvare. Proprio come, un mese fa, una trattativa fuori dalle regole della concorrenza, una cordata di imprenditori del tutto incompetenti di trasporto aereo e la ricaduta sulla collettività degli stratosferici debiti di Alitalia erano un’ottima soluzione, mentre le agitazioni di personale e piloti, costretti a firmare un contratto capestro senza trattativa sindacale, costituivano un ostacolo sulla via del risanamento, una fisima di pochi privilegiati o, peggio, un attentato all’ordine pubblico e al lavoro del governo.

Allo stesso modo oggi un movimento trasversale agli schieramenti e alle ideologie, caratterizzato da compattezza (vi aderiscono pressoché tutte le categorie coinvolte: studenti, insegnanti della scuola dell’obbligo e degli istituti superiori, cattedratici ed eterni precari dell’università) e serietà (ordinate le manifestazioni, civili le lezioni a cielo aperto, sacrosante le richieste di un dialogo per ora inesistente) è spesso rappresentato come un conglomerato di pericolosi sovversivi e di vittime indottrinate, in un bombardamento informativo che sceglie sempre l’immagine peggiore, lo slogan becero, l’attimo di tensione e che arriva all’apoteosi con la manovra d’infiltrazione di Piazza Navona e, peggio ancora, affrontando paragoni spericolati e inaccettabili fra queste forme di dissenso e gli eccessi di violenza di trent’anni fa.
A innescare il processo di criminalizzazione mediatica, di manipolazione delle notizie e di propaganda per ogni singolo Diktat approvato dal governo a colpi di decreti, maggioranze e decisionismo senza dialogo, è il maggiore dei conflitti sin qui analizzati, il cortocircuito fra politica e informazione che l’opposizione fa finta di ignorare e che esiste ormai da quindici anni.
Fa impressione pensare che tra breve arriverà alla maggiore età (quella, fra l’altro, del voto) un’intera generazione di giovani italiani che hanno trascorso tutta la loro vita esposti al più grave conflitto di interessi del mondo occidentale, che da quando serbano ricordi hanno sempre conosciuto le smorfiette guittesche di Emilio Fede, le domandine tendenziose di Vespa, i sermoni di Ferrara, le sparate dei Feltri e dei Belpietro eccetera, eccetera, purtroppo eccetera. Dell’assordante silenzio di Veltroni e del Pd, Berlusconi approfitta ogni giorno di più, al punto che sembra possa fare a meno dei metodi recentemente confessati e riproposti dall’ex presidente Cossiga.

Tuttavia con l’incrudelire della crisi economica, con l’evidente iniquità dei provvedimenti che salvano le banche mentre s’abbandonano i lavoratori, con l’aumento delle categorie aggredite (dopo Alitalia, l’istruzione pubblica, i fannulloni di Brunetta, toccherà presto alla sanità), cresce la concentrazione di conflittualità e le predizioni di Cossiga sul possibile ritorno d’una stagione di tensioni appaiono sempre meno pittoresche. Colpisce però che le uniche risposte siano l’esortazione a "trasmettere serenità" (magari auspicando tagli pubblicitari a danno di chi va contro questo ottimismo dal sapore orwelliano) oppure l’istigazione a delinquere, l’apologia di reato e l’esortazione a violare le regole democratiche.

Davvero, persino in un momento così drammatico e lacerato a tutti i livelli, un’alternativa radicale a questa spirale di disprezzo e sopraffazione appare ancora impensabile?

(La prima parte qui.)








pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 5 novembre 2008