La Domenica di sabato

Maria Cerino



L’avrebbe scopata una terza volta se non si fosse sentito così infelice. Se quel semplice movimento che avrebbe dovuto portarlo da un lato all’altro del letto non fosse stato la conferma di come facilmente il loro legame, andato avanti sette anni, potesse stringersi in un arco di due secondi. Magari avrebbe potuto piangerne quel pomeriggio, e non perché la verità avesse avuto la possibilità di scoprirli così di punto in bianco presi in flagrante in chissà quale fantasia. Davide avrebbe sopportato persino che Mariella lo buttasse fuori di casa, cambiando la serratura o appartamento e obbligandolo a non farsi mai più vedere. Tutto, avrebbe sopportato tutto, pur di non restare ancora in quel letto a sopportare il lungo tempo passato e il tempo, dilatato tanto quanto più lungo fosse diventato quello già trascorso, da venire. Poi Mariella ha preso una rivista e ha iniziato a sfogliarla, sdraiata a fumare. – Ti piace quel tipo? Le ha detto indicando un attore poco noto in Italia, ricordava di averlo visto in qualche film indipendente. – E’ carino, si è sentito rispondere. – Come, carino?, ha insistito Davide. – Tutti gli uomini che ci piacciono sono carini; è al letto che diventano bellissimi o insopportabili alla vista. E’ in questi momenti che Davide scorge una via di fuga, la possibilità di salutarla ed andare come se non fossero stati insieme che una notte, come se lui non fosse colpevole di quel tempo, del tempo che si è preso quella casa. Sente che Mariella ha abbastanza vita, ne ha avuta per sé anche mentre erano insieme, gioisce all’idea che abbia avuto altri uomini, amanti di un’amante e che alla fine anche lui trovi un bel po’ da rimproverarle, a volerlo. Una ragione per sbatterla fuori dalla porta, visto che è chiaro a chi dei due appartenga il monolocale e liberarsi di tutta quella stanchezza, dio santo, e della ripetizione costante che c’è nel dolore. Tutto, ti regalo tutto, la casa, un assegno, un viaggio intorno al mondo. E neanche prende respiro dopo questa convinzione che dichiara la resa: la possibilità che Mariella abbia altro tempo per una vita diversa scongiunta dalla loro lo riempie di rabbia; si sente come dentro un inganno, come annullato dalla fedeltà che ha praticato, vittima di una donna. La odia e ritorna a sapere che non può lasciarla; però riprende a guardare al tempo che è passato e non gli sembra più tanto e al tempo che deve venire che invece gli sembra tanto e bello e felice, alla ripetizione costante di dolore gestibile che è la vita; tutto il tempo che ci vuole per una nuova vita; tutto il tempo che serve per non sentirsi vecchio, adesso. Il collo della camicia è come se si stringesse e allargasse intorno alla gola, seguendo l’onda delle sue ansie, come un guinzaglio. Come se fosse quello che in fondo è, la padronanza e la figliolanza.

Tutto un continuo cambiare idea. Salerno fuori è poco meno di ciò che sembra, un paesino che potrebbe trasformarsi da un momento all’altro in una città con vie importanti, un mare tutto suo, una vista sull’oceano e gente che ci si muove in mezzo cosciente di quel giorno da venire e pronta a gustarsi il frutto maturo. Gente che dà colore alle strade, nelle nervature, e mai che indossi una tuta da lavoro, abbia le mani sporche di vernice, il sudore incrostato dietro l’attaccatura delle orecchie; viene da chiedersi chi l’abbia costruita, Salerno, e chi la stia costruendo ancora, questa provincia senza operai, senza vomito ai bordi delle vetrine, senza femmine belle lasciate a camminare libere da trucco e tacchi. Se solo loro due la vedessero, Salerno, si renderebbero conto di quanto è impegnativa l’attesa e di quanta verità necessita, altrimenti i nervi. E la fiducia. Quando l’attraversano, mano nella mano o separati da un metro di distanza, e una qualsiasi di quelle ragazze con il loro mucchietto di volantini si avvicina a Davide e gli porge la pubblicità di una banca, la vendita di un appartamento, dei saldi in un magazzino, ha come l’intuizione che il mondo intero raccolto in una volontà sola, sia quel mostro orrendo che è il denaro poco importa, gli stia dando ragione, ragione a lui proprio, agli insulti che le riserva, a quell’impressione che ha di sporco e sottrazione ogni volta che le offre da mangiare o le paga un biglietto del treno. Anche adesso che sono alla pizzeria Margherita gli verrebbe da dirle ma come ti siedi, come tieni le posate, che bocconi fai. Le toglierebbe la sedia da sotto il culo d’improvviso per farla cadere e aprirle gli occhi sulla sua umiliazione, non vedi per nulla a cosa ti sei ridotta, ancora. Invece le riempie il bicchiere d’acqua e le sistema il tovagliolo sulle gambe. Gli viene come un principio di pianto, come una sottile disperazione che gli trapassa così lentamente la faringe da fargli piegare la testa di lato e tutto d’un tratto si trasforma in dolcezza. Le cerca la mano, Mariella gli offre consolazione, come se fosse un leggero mal di stomaco o come se attendesse con ansia il dessert, la causa.

L’insulto che gli viene più semplice è disgraziata, nell’intento qualcosa di molto vicino al disonesta e mentre glielo ripete ha come un rigurgito d’orgoglio, la misura della propria potenza, ad incitarlo; sente che si libera, che c’è un non so ché che sta tornando, Mariella ha quella vergogna che le deturpa il viso e le appare tanto debole, senza utilità alcuna. Miserabile, gli viene. La vede come un cane per la coda che ha tra le gambe, perde le tette, perde il culo, uno ad uno i suoi capelli, una viscida larva che apre e riapre la bocca e anche senza parola, senza aspetto, senza valore, nessuno, senza un posto nell’universo, ricorda che vuole mangiare, che lui in quell’esercizio di prepotenza si è fatto due volte padrone. Però Davide è forte e Mariella è brutta, è un verme, è l’insieme di tutte le cose che aborra e ora vorrebbe solo che lei si vedesse, si guardasse schifosa e smettesse di chiedere, perché non è gioia, non compagnia, non è speranza alcuna. La picchia, anzi no, la prende a schiaffi, glieli dà alla nuca ma forti perché non sopporta l’idea che possa essere nel torto, che quegli sganassoni possano passare come violenza, la vuole educare – direbbe – o punire con quell’amore di natura riservato alle bestie.

Non sa se è soddisfatto quando sente che è lui a decidere, a dettare il valore delle cose buone e delle cose belle, sa però che Davide ha imparato da lei, in sette anni, quella forma tutta particolare di fare del male e fare del bene. Mariella, quanto l’ha maledetta per questo suo modo, è tanto piena di bontà verso il mondo quanto è cattiva, maligna, molesta nei suoi confronti. Come se si riempisse il cuore di un sentimento irreale fatto di niente, di commozione universale e andasse in giro, nuda nelle sue belle gambe a consolare gli storpi, a donare agli affamati, a pretendere che sia di un’altra carne non solo la sua carne ma la carne dell’intero cosmo; e a Davide andrebbe anche bene, Davide gliela perdonerebbe pure la sua verità assoluta e infantile se lei in quel tutto consolato, pulito, longevo, non escludesse lui solo, non lo vomitasse in un angolo per riservagli una carne che sia più carne, un’infelicità terrena, la cattiveria dell’errore, l’attesa dello sbaglio, la devianza che c’è nell’amore, l’irrinunciabilità con cui considera l’odio. Ha deciso che per un tale aspetto del suo carattere tanto compromettente non le darà mai un figlio; non sopporterebbe l’idea di saperlo sempre a rischio, completamente isolato nell’illusione di un bene universale – e avesse almeno la conoscenza di un Dio qualunque, un Dio solo con cui alleggerirsi la coscienza – e non come uno di quei politici di partiti piccoli senza rappresentanza; gli strazierebbe il cuore il suo avvicinarsi alle persone con quel morbo che ha in corpo, con quella voglia di distruggere e rompere e torturare, e ferire, e gioire di quanto permette l’amore; e sentirsi addosso la responsabilità di campare in eterno perché quella povera anima se ne andrà ubriaca a cercare una sponda, una soluzione, una qualsiasi forma d’amore conveniente che è quella del padre e della madre solo; non può vivere e saperlo miserabile, disgraziato, affamato, disperato e senza una lingua, senza un codice decifrabile, la possibilità altra di reinventarsi di essere qualcosa di diverso da quel qualcosa di ottuso e ammaliante che è il figlio così come è stata la madre. Miserabile.

Mariella gli dorme accanto, sembra che le coperte coprano un corpo piccolo che tende sempre più a rimpicciolirsi, che la sua Mariella si stia facendo minuscola, con quel suo esser diversa e insieme quel suo respirare con il naso, con la bocca chiusa senza dover prender niente, lo disorienta con tanta calma, un ansioso silenzio, la stringe a sé, figlia mia, figlia mia, cosa ti ho fatto, se avesse del latte sotto le mammelle, se avesse un posto nuovo dove portarla all’istante. E il tempo è di nuovo dilazionato, infinito nel suo compiersi ripetuto, come se tutto quello che è stato fosse niente, come se loro due fossero finalmente nella vita nell’unica forma in cui si può essere.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 7 marzo 2012