Ancora su Cossiga

Alessandro Giglia



Ho appena letto questo articolo, riguardante alcune dichiarazioni di Francesco Cossiga. Dichiarazioni che destano scandalo e indignato stupore nell’autore dell’articolo, in quanto si permettono di rivelare impunemente il pensiero reale dell’uomo politico Cossiga senza filtri e arzigogoli che possano ammorbidirne o indolcirne il contenuto. L’uomo politico Cossiga si permette di dire cose del tipo che è favorevole all’uso della violenza contro determinati manifestanti, o che sarebbe in grado di svelare i nomi degli autori di certi delitti commessi in passato e ancora senza colpevole, e lo dice così, candidamente, con la ingenua e inerme sincerità che è caratterizzante dell’infanzia e della senilità che infantilizza. Davvero emozionante sentire questo tipo di sincerità, diretta e teneramente impudica, venire fuori da una persona, adulto, vecchio o bambino che sia. Ancora più emozionante quando questa sincerità viene fuori dalla bocca di colui che è stato a lungo uno dei più importanti uomini politici italiani, molto vecchio e probabilmente colpito, come molti altri vecchietti, dall’infantilismo senile che fa sì che fra il pensiero e l’atto di parlare non ci siano troppe anticamere, troppe vorticose malizie o meccanismi di autodifesa. L’età non gli permette più, o forse addirittura gli fa sembrare stupido, il banale tentativo di mascherare ciò che sono le sue idee e i suoi gesti di uomo politico, senza pensare a ciò che comandano le mode, le statistiche, l’impoverita arte dell’affabulazione e soprattutto l’opinione pubblica. Il fatto stesso che a un certo punto di un’intervista da Teo Lorini, il sig. Cossiga arrivi a tirare in ballo proprio l’opinione pubblica come strumento di forza di un atto politico violento, quasi come se ignorasse che ciò che dice all’intervistatore è destinato a influenzare proprio quella cosa chiamata opinione pubblica, rivela con che incalcolata innocenza immorale vengono fatte le dichiarazioni. Riporto ancora una volta la frase:

"Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale."

Mai sentita, magari per ignoranza personale, da un uomo importante dell’attuale politica italiana una così spiazzante sincerità, così imprudentemente incurante dei dogmi della manipolazione di pensiero al punto che lo stesso oggetto della manipolazione, l’opinione pubblica (o pubblico consenso), viene preso in considerazione per quello che è: un mezzo di legittimazione dell’autorità politica. Ma non basta. Perfino l’atto stesso del manipolare viene, con una libertà da artista bambino, spiattellato così come se niente fosse:

"Siamo stati i responsabili della manipolazione del linguaggio: quando ci accorgemmo che i sovversivi facevano presa sugli operai, cominciammo a chiamarli criminali."

Come fanno i grandi artisti, che non tentano mai di nascondere miseramente e con veli trasparenti o patinature di scarso gusto i mezzi con cui realizzano le loro opere. Allo stesso modo il sig. Cossiga non potrebbe essere meno artista nell’esporre liberamente le sue posizioni e le sue opere politiche, qualunque esse siano.

Che tutto questo sia dovuto a demenza o saggezza senile ha davvero poca importanza. Non interessa stabilire se queste parole sono state dette con consapevolezza o con incoscienza. Quello che conta è che finalmente, dopo anni e anni di vili menzogne impomatate, esce allo scoperto, senza alcuna possibilità di controllo e dalla voce di uno dei suoi esponenti più importanti, qualcosa che ha a che fare con le viscere della politica e del modo stesso di fare politica. In parole povere e metaforicamente, finalmente, si parla della vera merda, della sua vera consistenza e del suo vero odore, senza maldestre stilizzazioni e ipocrisie formali. E c’è da chiedersi se è di questo, che ci si deve scandalizzare, come si scandalizza l’autore dell’articolo, della libertà cioè di un vecchio uomo politico di rivelare più o meno stupidamente ciò che davvero pensa e ciò che davvero ha fatto. Perché chi mai si sognerebbe di dire, se non fosse vero, cose del tipo:

"Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì."

Non mi sembra che ci siano uomini politici oggi, le cui parole non siano frenate e alterate, dall’ossessiva preoccupazione dell’eventuali conseguenze in termini di tornaconto personale. Per il tenero sig. Cossiga invece non è così, adesso lui dall’alto della sua saggezza di vecchio, della sua libertà di artista-bimbo, ci racconta com’è che è andata e com’è che va nella politica, spregiudicatamente, senza curarsi del fatto che poi qualcuno, scandalizzato, potrebbe screditarlo.

Le dichiarazioni del sig. Cossiga sono una fessura aperta, che inaspettatamente e improvvisamente, ci fanno entrare nelle frattaglie della politica e del modo di fare politica, come raramente accade. E questa fessura così rara andrebbe quantomeno messa in evidenza, prima ancora di richiuderla e appiattirla con una condanna morale, senza nemmeno averci guardato bene dentro. E c’è da scandalizzarsi davvero, più per l’ammasso di parole vuote e false e indorate (anche quando fanno appello ai bassi istinti) e premeditate con cui i furbi uomini politici tentano di consolidare il loro povero potere, che per la libertà di dire qualcosa di vero. Come fa il sig. Cossiga, senza furbizia. Perché i veri furbi, quelli che pensano esclusivamente al loro misero tornaconto, non danno nemmeno a pensare di essere furbi, anzi fanno di tutto per nascondere la loro furbizia. È proprio questo essere furbi: esserlo e non darlo a vedere, vero? Il sig. Cossiga invece - che adesso furbo non è, ed è un complimento sincero - arriva a fare l’esatto contrario. Dice, riferendosi a una suo atto politico del passato:

"Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l’avremmo controllata meglio, e alla lunga domata."

Così che, parlando anche della furbizia necessaria nelle scelte politiche, sviscera ulteriormente i veri meccanismi per il controllo e il mantenimento dell’ordine sociale. Ed è stupefacente come, anche quando non è affatto necessario evidenziarlo, si prodighi a gettare luce sui privilegi di chi detiene il potere politico:

"…dovetti mandare fiori a tutte le signore, ovviamente pagati con i fondi riservati del ministero."

Tutto questo è illuminante, anche se non proprio una novità. A ben vedere, la struttura fondante della politica è evidente, e ciò che è evidente è impossibile da nascondere. Ma non capita spesso che un suo esponente, un senatore a vita ed ex presidente della repubblica, ce ne dia conferma e anzi ci allarghi gli orizzonti della sua comprensione, piuttosto che tentare ulteriormente e insieme a tutti gli altri uomini politici di anestetizzare il pensiero fiaccandolo proprio sul piano della comprensione.

È difficile provare a immaginare cosa potrebbe succedere se questa del sig. Cossiga non fosse un’eccezione, ma la norma. Cosa accadrebbe se tutti gli uomini politici, fossero anche artisti, chi più grande chi meno, e raccontassero genuinamente la loro politica, il loro modo di farla proprio mentre la fanno. Ma è sicuro che la vicenda politica sarebbe molto più interessante da seguire, addirittura anche con partecipazione, di quanto non lo sia ora, con tutte quelle parole senza respiro, quelle facce truccate e tirate, quei gesti mimetizzati.

Ma, restando più aderenti alla realtà attuale, senza i voli dell’immaginazione, si potrebbe cercare di valorizzare la fessura aperta dal sig. Cossiga con le sue parole, come un primo passo verso qualcosa di nuovo e spiazzante, di artistico, piuttosto che farne mero oggetto di denuncia. Sarebbe stimolante, forse, accogliere le parole del vecchio sig. Cossiga per quello che sono, senza scandalizzarsi troppo, e proporle come esempio di autentica radicalità a tutti i suoi colleghi presenti e futuri. Forse le sue dichiarazioni senili (poco importa se frutto di stupidità o di santità) potrebbero essere studiate come "classici" della politica, in futuro, nelle scuole dove si insegna a fare la politica, una nuova politica magari.

Ogni libertà, per essere davvero libera, deve prima di ogni altra cosa essere capace di liberare, altrimenti si chiude, si imprigiona della propria unica e misera libertà. E non è denunciando con scandalo le sincere parole di un audace vecchietto depotenziato che si libera altra libertà, ma semmai trovando in esse le possibilità di rinnovamento che offrono, frutto comunque di un’esperienza lunga e attiva nel campo e di cui, comunque la si pensi, sarebbe proficuo tenere conto.

Forse, se si potesse avvicinare il sig. Cossiga, adesso che la vecchiaia lo rende così ben disposto alla loquacità, sarebbe più artistico, più libero, più radicale addirittura, scegliere di sedersi su uno sgabello accanto a lui, appoggiato sullo scranno, chiedendogli di raccontare la sua avventurosa vita politica, come fanno i nonni coi nipoti, quando raccontano le esperienze fatte da giovani. E fissandogli le mani dalla pelle secca e macchiata di vecchiaia, ascoltare perfino volentieri e a lungo le sincere, anche se poco condivisibili, parole sulla sua politica e il suo modo di averla vissuta, fino ad oggi. Da bambino a bambino.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 5 novembre 2008