La morte dopo colazione

Carla Ammannati



Marguerite Yourcenar diceva che bisogna pensare in modo affettuoso alla nostra morte. Anche se siamo così disarmati davanti a questo passaggio che forse moriremo piagnucolanti o spaventati, questa, sosteneva lei, sarebbe solo una semplice reazione fisica, come il mal di mare. L’accettazione che conta avrà avuto luogo prima [1].

Mentre, in autobus, vado a Careggi a ritirare il risultato di una biopsia, penso a queste parole. Mi domando se in me l’accettazione sia avvenuta. O mi sento in pace solo perché la dottoressa me l’ha già detto per telefono, due giorni fa, che la risposta è negativa e non c’è nulla da temere?

Ho trascorso serena pure i dieci giorni di attesa del referto, lo devo riconoscere. Solo, in fondo alla mente, se… Come mi sarei organizzata, come mi sarei mossa? Anche se, in realtà, ti dicono tutto i medici e ti devi solo affidare. Ma avrei dovuto abbandonare per un periodo le mie due nuove classi, così vispe, così curiose. Ecco, almeno per questo aspetto della faccenda, mi sarebbe molto dispiaciuto.

Una mia amica la faccio molto incazzare. Dice che faccio schifo per come sono diventata saggia. E che lei vuole morire il più tardi possibile, e che, accidenti, non venga a dirle che in questi giorni non sono morta di paura. Le rispondo che fino a ora abbiamo tuttavia avuto una vita grassa, piena d’ogni ben di dio, affetti, soddisfazioni, beni materiali... E senza guerre. Ti pare poco? L’avventura è stata bella.

Bugiarda. Non sempre è stata bella. E proprio per via della morte. Non sono stati belli i giorni in cui andavo a visitare mia madre, scendevo dal treno e mi sedevo su una panchina del parco a racimolare la forza per arrivare a casa sua e confortarla. Anche se avevo la giovinezza dalla mia, gli ormoni, gli amori e tutto quanto.

Non è bello, adesso, accompagnare mio padre, vecchio, alla morte. Quando mi dice che nella stanza accanto alla sua si è sistemata una famiglia di persone poco per bene che insidiano la sua badante, che fottono tutta la notte e danno la caccia anche a lei, alla Lia, che ancora è in età fertile… non è bello. E’ il cuore il responsabile. Della mancata ossigenazione del suo cervello, naturalmente. Anche se le allucinazioni, come i sogni, si prestano ad assumere significati. Ecco, non è vero che sono pronta per la morte. Non per qualsiasi tipo di morte. Non per una morte che mi torturi di gelosia.

Vorrei una morte che non m’inventino bugie pietose. Vorrei una morte che non si arrabattino, come mi arrabatto io con mio padre, per conservarmi in vita quando faccio acqua da tutte le parti. Una morte che il mio compagno di tutta la vita, la persona più cara, ci sia ancora e decida per me quando basta. Perché non c’è dubbio che mi voglia bene e dunque non possa sopportare il degrado oltre misura. Questo dobbiamo scriverlo al più presto: ci vogliamo rispettare, perché ci è successo questo miracolo che ci siamo rispettati fino a ora.

E vorrei una morte gentile che mi lasciasse il tempo di scrivere almeno qualche mail, a ciglio asciutto, agli amici più cari. Ma sì, un po’ di retorica, in extremis, che male c’è? Ai cinque figliocci che ho, soprattutto, un maschio e quattro femmine, frutto e risorsa del mio mestiere. Una mail lieve… Carissimo, o carissima, d’ora in poi non ci saranno più agnelli al forno o affogati al cioccolato, il sipario sta calando… Che grandissime cazzate penso certe volte.

Sono arrivata a Careggi. Per prima cosa entro in un caffè e mi concedo una colazione sontuosa, per festeggiare. Per ora, tutto bene.

Vorrei, in ogni caso, una morte dopo colazione, perché non mi piace mai partire a digiuno.





[1] La citazione della Yourcenar è tratta dal suo libro intervista Ad occhi aperti (Bompiani 1988)





pubblicato da c.benedetti nella rubrica testamento biologico il 31 ottobre 2008