Stabat Mater

Monica Capuani intervista Tiziano Scarpa



Il tuo Vivaldi è come una fiammata di vita in un deserto. È stato così anche per te, in qualche modo?

Senz’altro, il Vivaldi che tutti conoscono è come un mattino che si spalanca. Ma in lui c’è anche tanto buio. Il lutto per un dolore immedicabile, un’amarezza sconsolata. Mi fa pensare a qualcuno che canta di fronte al cadavere della persona amata, per non impazzire. È un artista che per studiare, nella sua epoca, ha dovuto scegliere il sacerdozio, anche se poi non diceva messa. Rendeva felici gli altri, ma non poteva sposarsi, avere figli. Io sprofondo nella sua musica scura quando mi assale il fantasma dei bambini che non ho avuto.

In quali musiche, in particolare?

Suggerisco di ascoltare le sonate e i concerti per violoncello, soprattutto gli adagi, i movimenti lenti. E poi lo Stabat Mater, i Vespri per l’Assunzione di Maria Vergine, Juditha Triumphans, "Ombre vane, ingiusti orrori", la mia aria preferita, nell’opera Griselda. Vivaldi sapeva calarsi nella sofferenza delle donne e andare alla sorgente della loro voce, che sembra fiottare da una ferita. Secondo me hanno capito molto bene questi aspetti disperati i musicisti nordici, come Roel Dieltiens, e, in Italia, Rinaldo Alessandrini e Alessandro De Marchi. Le loro esecuzioni sono eccezionali.

Ricordi la prima volta che l’hai ascoltato?

Le quattro stagioni sono state il primo long playing che mi hanno regalato quand’ero ragazzino. Ascoltavo e riascoltavo il terzo movimento dell’Estate, quello in cui scoppia il temporale e la musica esplode come una bomba, l’orchestra si divide in due masse di nuvole che si scontrano facendo sprizzare il fulmine dell’assolo di violino. Lo so, le Quattro stagioni sono come la Gioconda, il Partenone: ormai consumate, impresentabili, da quanto sono celebri. Eppure non mi stanco di riascoltarle.

La condizione di orfano è un topos molto fecondo in letteratura.

Nella mia storia ho cercato di stare alla larga dai cliché che si trovano in tutti i romanzi e i film sugli orfanotrofi, le solite cattiverie, le punizioni, i superiori crudeli, le suore frustrate e malvagie… Per carità! Mi sono concentrato sul personaggio di Cecilia, sulla sua solitudine assoluta.

Come mai anche tu hai scelto di esplorare questa condizione?

Per una coincidenza. Negli anni sessanta, il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia era nei locali dell’antico orfanotrofio della Pietà, dove un tempo, secoli fa, vivevano centinaia di ragazze. Alle più dotate veniva insegnata la musica. Per trentacinque anni, in quelle stanze Vivaldi fu maestro di violino e compose musica per loro. La coincidenza è che io sono nato proprio lì! Sono stato amato dai miei famigliari, ma essere stato partorito in un ex orfanotrofio ha acceso da sempre la mia immaginazione: che ne sarebbe di me, se fossi stato abbandonato fin dalla nascita?

Una madre che è un vuoto, un buco, un’assenza, un punto di partenza incomparabile per l’immaginazione di un’adolescente...

Nell’adolescenza di chi vive insieme ai genitori, il padre e la madre diventano bersagli, sagome addosso alle quali spari tutto il tuo risentimento. Stai costruendo la tua personalità, e hai bisogno di differenziarti dai tuoi. È un’epoca in cui il padre e la madre ti amano in questa maniera sacrificale, sopportando il fatto che tu non li sopporti più. Credo che a Cecilia manchi questo aspetto, di sua madre: non tanto una persona affettuosa che ti dà consigli e buoni esempi, ma soprattutto qualcuno con cui litigare per poter crescere.

Qual è il tuo rapporto con la musica?

Da una decina d’anni ascolto soprattutto musica classica, antica e contemporanea. Penso che in quest’epoca siamo stati vittime di una fregatura: sì, certo, carini e liberatori il rock e il pop, ma quanta robaccia e schifezze commerciali bisogna sorbirsi per incappare fortunosamente ogni tanto nella Donna Cannone di De Gregori o in un disco di Aphex Twin. Oltre a Vivaldi, i miei musicisti preferiti oggi sono Morton Feldman, Haendel, Olivier Messiaen, Biber, Giacinto Scelsi, Boccherini…

La morte è una specie di contraltare positivo, nel tuo romanzo, una spalla comica, si potrebbe quasi azzardare...

A volte, di notte, Cecilia parla con una specie di testa di Medusa, una spaventosa Gorgone con i capelli di serpente. È un’amica immaginaria che non la consola affatto, ma la punzecchia, la rimprovera, la sprona. La morte ci prende in giro. Dobbiamo essere alla sua altezza.

Questa è la versione integrale dell’intervista pubblicata su D-La Repubblica di sabato 25 ottobre 2008.
Un ringraziamento a Lucio Angelini che qui ha trascelto e montato un "compact" del libro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 27 ottobre 2008