Piccoli vuoti

Irene Campari



Adolfo Parmaliana si è suicidato un mese fa. Si è buttato da un ponte. Insegnava all’Università di Messina. Da tempo chiedeva che venissero prese in considerazione le sue denunce sulla collusione tra mafia e politica nel suo paese. Per vendetta, dopo una lacunosa indagine della Magistratura, i clan lo hanno denunciato per diffamazione. Per ignavia o per mancanza di coraggio, l’antimafia simbolica lo ha lasciato solo. Le battaglie solitarie logorano al punto da rendertele prive di senso. Benché un senso ce l’abbiano, eccome. Il professor Parmaliana lo sapeva bene ed è volato giù da un ponte.
In questi giorni di denso impegno per allontanare la morte da Roberto Saviano, ci si parano davanti l’ineluttabile implacabilità delle cosche vendicative e l’incertezza del nostro coraggio. La prima si può aggirare con gli appelli, la raccolta di firme, le notti di ininterrotte letture di Gomorra, con gli annunci emotivi e partecipi, con le scorte.
Gli uomini della scorta si possono innamorare, Saviano no, le scorte hanno turni di riposo, Saviano no. La minaccia della morte pende però sulle teste di tutti, di chi ha il week-end libero e per chi non ha più week-end.
Per Parmaliana, implacabile è stata l’incertezza del nostro coraggio, l’arrivare fino a un certo punto e poi fermarci, non credere che la mafia si possa sconfiggere. Chi è stato suo studente o suo amico racconta a denti stretti della rabbia provata pensando ai nomi e ai cognomi di coloro che, anche potenti, avrebbero potuto spendere una parola e non l’hanno fatto. Avrebbero potuto organizzare un dibattito pubblico in suo nome sotto il titolo «Antimafia qui e ora» e non hanno pensato di farlo. Avrebbero potuto schierarsi con lui per proteggerlo. E urlare: «Denunciateci tutti per diffamazione». Avrebbe scaldato il cuore.
Avrebbero potuto fare anche di più: ad esempio, sottoscrivere le denunce di Parmaliana, continuare le sue inchieste. La mancata lotta alla mafia è una teoria di piccoli e grandi vuoti sequenziali: piccoli piccoli oppure grandi grandi quando un uomo, esposto fino all’inverosibile, sente crescere il vuoto intorno a sé e niente arriva, neanche la banalità di un gesto.

In queste ore molti intellettuali si dicono disposti a schierarsi. Avrebbe fatto bene a Parmaliana, farà bene a Saviano, ma di fronte a tutto questo le mafie se la ridono, e si fanno beffe degli intellettuali, dei sit-in e delle notti bianche. A meno che gli intellettuali non usino la penna per denunciare i nomi e i cognomi di chi conduce il gioco criminale. Difficile? No, soltanto pericoloso. Sono piccole azioni quotidiane per riempire i piccoli vuoti della lotta alla mafia. Come, ad esempio, chiedere agli amministratori dei propri comuni di controllare quel certo appalto. Andare alla Camera di Commercio a chiedere la visura di una società che sta costruendo vicino a casa nostra e non si sa perché. Chiedere all’assessore all’urbanistica della propria cittadina se sappia a chi ha rilasciato licenze edilizie per quel tal complesso residenziale e commerciale. E se aprono una sala Bingo vedere a chi è intestata; se la società è di recente costituzione, verificare chi sieda nel consiglio di amministrazione. Se poi si lavora in gruppo, diventa possibile indagare addirittura i centri commerciali e gli insediamenti della grande distribuzione. Per fare tutto questo basta essere cittadini consapevoli, che non vogliono vivere nel letame inodore. Per colmare la teoria dei piccoli vuoti bastano due ore di volontariato attivo antimafia la settimana. E quando si è raggiunto un risultato, va urlato. E se chi denuncia la ’Ndrangheta, la Camorra e Cosa nostra si becca una querela, tutti insieme cittadini e volontari dovremmo autodenunciarci.
Cosa nostra, Cosa nuova, ’Ndrangeta e Camorra conoscono bene la solitudine del cittadino impegnato contro di loro, perché le mafie sono intuitive. Conoscono la nostra codardia e la nostra mediocrità, di chi «fa gli affari suoi e campa cent’anni». Le mafie convivono bene tra i mediocri; ma temmono i coraggiosi, le persone pronte a declamare i loro nomi e cognomi, o i nomi delle loro società immobiliari e di servizi, delle cooperative di facchinaggio e di logistica; i coraggiosi in grado di indicare le case, i palazzi, le strade che le mafie hanno costruito, seppellendo nelle fondamenta la nostra civiltà.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 22 ottobre 2008