Il Diario clandestino di Giovannino Guareschi

Lorenzo Mercatanti



“Chi di voi conosce Guareschi, come scrittore o come uomo?” Il luogo è una delle aule dell’Università per la terza età di Prato. Chi parla, la signora Foenna Caciotti Tomada, che sta tenendo una lezione su Giovannino Guareschi.
Chiedo informazioni ai miei vicini e mi dicono che la signora è un’ insegnante in pensione.
L’aula è piena. Molti gli anziani, ma non solo.
“Nel 1954 Guareschi fu condannato, per la faccenda De Gasperi, ad un anno e un mese di reclusione. Il cancelliere gli chiese le generalità, Guareschi, rispose lui
– E di nome?
– Giovannino.
Il cancelliere si inalberò: – Non faccia lo spiritoso!
Invece all’anagrafe era proprio Giovannino. E vi dirò subito perché. Suo padre, Primo Augusto, lo mise appena nato tra le braccia di Giovanni Faraboli, il socialista fondatore delle cooperative della Bassa e disse, -Lo chiamerò come te, anzi no, perché non sarà mai grande come te: si chiamerà Giovannino. E fu così.
Il buon Dio, poco prima di quel primo Maggio, aveva creato un angelo ma subito si era accorto che come angelo era troppo brutto e come uomo era troppo buono. Al massimo poteva cavarne un Giovannino.
Era il primo Maggio 1908. Era nato un uomo libero.
Era nato libero e lo rimase fino alla morte.”

“Oggi mio nipote vi leggerà alcuni brani. Si comincia da Diario clandestino… poi si continua con un po’ di don Camillo, quindi è la volta di una novella intitolata Il decimo clandestino.”
Il nipote della signora si alza in piedi e legge il primo brano. “A noi è concesso soltanto sognare. Sognare è la necessità più urgente che abbiamo perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare soltanto il sogno.”
Nel lager i soldati sognano, o semplicemente si illudono che il tempo fuori del lager si sia fermato in attesa del loro ritorno. Così pensa il capitano X che però deve ricredersi e si stupisce quando gli annunciano che sua figlia è morta, e prima del dolore si chiede come abbia fatto a morire in sua assenza.
In realtà il tempo fermo è quello del lager, dove i soldati sono già i ricordi di loro stessi, di loro stessi vivi o morti. Guareschi osserva i soldati russi e ai soldati russi, mentre lavorano al reticolato, può capitare di immobilizzarsi così come si trovano, chi in piedi e chi seduto, chi con un braccio levato come fossero già congelati in una foto, o in un quadro.
A molti tra i prigionieri italiani i tedeschi consegnavano, di volta in volta, i pastrani dei soldati russi uccisi.
Una volta libero, Guareschi, ad una mostra dell’ex compagno di prigionia Alessandro Berretti, troverà più di un quadro raffigurante la vita nel lager nella sua “scarna essenzialità”. Quei quadri si presenteranno all’occhio di Guareschi come una collezione di istanti, di azioni o di oggetti congelati in sé stessi come un fermo immagine.
Gli istanti sono tutti uguali l’uno all’altro così come la fame e la noia provate dagli internati. “Sono ormai 18 mesi che soffro la fame, ma ogni giorno è una cosa nuova,” scriveva Guareschi in “Diario clandestino”. E la noia, una noia talmente profonda che gli avvenimenti epocali di cui giungeva notizia dall’esterno non riuscivano a smuoverla.
Tutti questi quadri di Berretti rendono perfettamente l’idea di quell’istante unico che è il tempo nel lager. L’istante in cui Giovannino vedeva bloccarsi i soldati russi, l’istante in cui lo attanagliava la fame, l’istante in cui sempre la fame… Anche Giovannino ha la sua collezione di istanti e se li confronta con i quadri di Berretti vede che sono perfettamente sovrapponibili, ed ecco che al posto di quel soldato appoggiato alla staccionata può mettere sé stesso, così come in quel vagone… raggomitolato in un angolo, durante un viaggio di trasferimento…
“Sediamoci fuori della baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo (gli occhi bene aperti e la mente vigile) costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno.” […]
Alla signora Foenna cominciano ad inumidirsi gli occhi, il nipote della signora legge il sogno di un Guareschi-nipote… che è il sogno di Guareschi nel lager…
“Mi inoltro nella strada stretta piena d’ombra e di silenzio, e il mio passo risuona sulle pietre deserte e sveglia un’eco addormentata sotto un vecchio porticato.
– Tà, tà, tà… ciao Giovannino! Ti riconosco dal passo, – dice l’eco. – Tu hai camminato tanto sulla sabbia molle che non te lo ricordavi neppure più che il tuo passo ha una voce. Ora la ritrovi identica a quella di prima, quando all’alba uscivi dalla tipografia e tornavi a casa, e camminavi come ora sulle pietre deserte. Te l’ho custodita velocemente, la voce del tuo passo, nascosta in una crepa del muro. Senti? Tà, tà, tà…–
[…]
Ci sono ancora sei chilometri da percorrere a piedi, fra i campi, prima d’arrivare a casa. Saluto senza fermarmi:
– Arrivederci, giovinezza…–
Ecco la strada bianca coi pali del telegrafo in fila. Ed è tutto un sussurrare festoso.
– Bentornato, signor Giovannino! – Mi salutano la siepe, gli alberi, il fossatello erboso.
Sono brave cose di campagna, brave cose all’antica, piene di riguardo:
–Bentornato signor Giovannino! –
Esse mi parlano mentre cammino: vorrebbero dirmi di fermarmi un po’, vorrebbero offrirmi qualcosa, ma non osano. Mi hanno visto bambino: mi regalavano violette, more, sassolini rotondi. Mi nascondevano quando marinavo la scuola. Un giorno un olmo mi regalò un uccellino, e il fosso una libellula azzurra che pareva di cristallo.
Ma adesso sono cresciuto e ho i baffi, ed essi non osano più offrirmi un prugnolo o una foglia di gaggia da far suonare sotto la lingua.” […]
“Alla svolta c’è una cappelletta col sedile davanti, e sul sedile c’è qualcuno che mi chiama con voce un po’ lontana. – Giovannino! –
O vecchia, vecchissima nonna Giuseppina: perché hai abbandonato la tua placida tomba coperta d’erba e sei venuta fin qui? Sarei venuto io, nonna Giuseppina, a trovarti e a portarti il fiore che ho colto laggiù, in quella triste terra. L’ho qui nel portafogli, nonna Giuseppina: te l’avrei portato e ti avrei raccontato tutto.
– Lo so, Giovannino, ma non ho avuto la pazienza di attenderti e ti sono venuta incontro. –
– Aspetti da tanto, nonna Giuseppina? –
– Dal giorno in cui sei partito. Sono mesi e mesi che sto qui a parlare di te con questa buona Madonnina. Ti conosce anche lei: ti ha visto passare mille volte di qui con la tua borsa di scolaretto a tracolla. Dallo a lei il tuo fiore. Io ne ho già tanti: la mia tomba è piena di fiori. C’è anche un papavero rosso: Giovannino, se vieni te lo do. –
– Verrò, nonna Giuseppina. –
Infilo il mio fiorellino secco nella scatoletta che sta sulla mensola, davanti all’immagine, e il fiore riapre la corolla e si colora come se fosse stato reciso un minuto fa.
– Ciao, Giovannino. E non bere acqua fredda, quando arrivi. E rimettiti il berretto. –
Nonna Giuseppina si allontana, curva sul suo bastoncello, per la via dei campi.
Vedo la mia casa.
– Giovannino, non correre! Sei debole! – Mi ammonisce da lontano nonna Giuseppina.
Fra un secondo griderò qualcosa che non so ancora. E la mia voce sembrerà il Coro della Scala.”

Nel lager Alessandro Berretti dipingeva. Fra i suoi quadri i preferiti da Guareschi erano quelli di contenuto umoristico e l’umorismo, applicato a quegli ossuti ufficiali, faceva sorridere i poliziotti della Gestapo che permettevano la circolazione di quei disegni tra gli internati. “Si divertivano,” commenta Guareschi, “vedendo vecchi colonnelli vestiti come arlecchini, e i giovani brillanti ufficiali di un tempo alle prese con le mastelle della broda. Non capivano di avallare i più severi documenti della inciviltà teutonica. Sotto quella mascherata di toppe e di nasi rossi, si nascondevano le facce smunte e le ossa scarnite dei novemila ufficiali prigionieri di Sandbostel, o dei dodicimila di Deblin, o dei seimila di Oberlangen o Wesuwe. E gli ambienti e gli oggetti sono ritratti con studiata pignoleria, e a chi possieda una normale intelligenza che gli consenta una lettura la quale non si fermi alla superficie del disegno, queste scene appaiono come una tragica mascherata che aumenta l’orrore del luogo. Il fine giustifica i mezzi: per sottrarre al nemico un documento che interessa, uno può anche travestirsi da pulcinella.” Fraintese nel lager dai tedeschi, le stesse tavole faranno sorridere molti tra gli intervenuti alla mostra di Berretti e qualcuno riterrà addirittura sconveniente e irriverente tale modo di rappresentare una così dura prigionia. Al contrario Guareschi continuerà a sostenere l’efficacia di quei disegni, il loro contributo per ridere della miseria e della fame.

“Ogni giorno alle ore 12,” ricorda a tal proposito un ex I.M.I., “chi aveva aderito alla Repubblica Sociale… passava al centro del campo attraversandolo tutto… e si dirigevano nelle baracche con la gavetta colma di pasta asciutta e il coperchio della stessa con la porzione di spezzatino… la fame ci attanagliava lo stomaco e non nascondo che alla volte, scambiando le idee con i miei commilitoni, eravamo quasi tentati di aderire…”
Questa una delle tante lettere ricevute dall’A.N.E.I. (Associazione Nazionale Ex Internati) e pubblicate a partire dal 1987 dal periodico dell’associazione “Noi dei Lager” Tra le altre leggiamo:
“Chi accettava doveva fare un passo avanti e sarebbe stato condotto in cucina a sfamarsi…”
“Ci facevano vedere quelli che avevano firmato mentre noi si aspettava il mescolo di sbobba loro mangiavano seduti a tavola con tutto il bel mondo.”
“Quando ebbi l’onore di dare la sbobba al mio superiore generale Vecchiarelli il 26 Ottobre 1943 in Polonia. A lui che veniva fucilato tre mesi dopo, io gli dissi che eravamo figli della stessa madre. Lui mi fissò ma non disse nulla. Il suo sguardo mi restò sempre impresso.”

Il 16 Aprile 1945 Guareschi e i suoi compagni vengono liberati dagli alleati, i tedeschi disarmati e le armi consegnate ai francesi.
E’ l’inizio di un lento e tragicomico ritorno a casa.
Si rifanno vivi i nazisti che riprendono possesso del campo. Viene impiccato il vecchio comandante del lager per essersi arreso senza combattere agli Alleati. Tra le sue carte viene ritrovato l’ordine di sterminio di tutti i deportati in caso di ritirata da parte tedesca.
I tedeschi, ormai allo sbando, preferiscono risparmiare le munizioni e lasciano che i prigionieri raggiungano le linee nemiche preceduti da una bandiera della croce rossa.
C’è un intervallo di tempo in cui i deportati si ritrovano padroni assoluti della cittadina di Bergen, in particolare Guareschi fa sua una drogheria dove mangia quantità industriali di zucchero. Gli ultimi giorni di prigionia avevano infatti visto un Guareschi sceso di ben 40 kg e costretto a muoversi il meno possibile dal proprio giaciglio per dosare al meglio le forze rimaste, l’orecchio alle notizie che giungevano da radio Caterina, la radio clandestina costruita nel campo di Sandbostel e portata a Wietzendorf nonostante le continue ricerche effettuate dai tedeschi per trovarla e sequestrarla.
Una volta “sfamati”, gli inglesi riportano gli ex prigionieri dentro al campo. Migliora la nutrizione ma aumenta il rischio epidemie con soldati e civili che accorrono da ogni dove per venire tutti stipati lì dentro insieme a pidocchi e pulci. Nel frattempo Guareschi continua nelle sue letture ai compagni, tra queste ci sono le favole, così chiamate poiché cominciano tutte con il caratteristico c’era una volta.
Prima della liberazione cominciavano con c’era una volta il caffè, c’era una volta la chiesetta, c’era una volta la mamma, c’erano una volta le ragazze. “C’erano una volta le ragazze: ma erano i tempi in cui le ragazze erano uguali perché tutte aspettavano un principe azzurro. Mentre, in seguito, diventano povere donne che aspettano l’internato Amilcare Gastrelli, l’internato Luigi Perrucchetti, l’internato Gigetto Francolini. E così via.”
Con il campo sotto la custodia degli Inglesi tra le favole lette troviamo c’era una volta Il Grande Reich, c’era una volta la prigionia, c’era una volta la razione tedesca, c’era una volta l’appello, “c’era una volta l’apèlo, come lo chiamavano i tedeschi, ma la parola giusta è appppppelllllllo con 8 p e 12 elle perché si trattava di una dannata faccenda che cominciava sempre e non finiva mai. […] C’era una volta l’appello, e lo facevano due volte al giorno per impedire che qualche malintenzionato scappasse fuori dal lager. Ma poi tutto è cambiato, tanto è vero che – se oggi si dovesse tornare all’usanza dell’appello – bisognerebbe farlo per impedire che qualche malintenzionato scappi dentro il lager.”
Si ride e si piange quando Guareschi legge le favole, ma si ride e si piange anche quando legge del rimpatrio che per gli italiani tarda ad arrivare. Verranno rimpatriati per ultimi, “furono infatti rimpatriati prima gli inglesi,” legge Giovannino ai suoi compagni, “poi gli americani, poi i francesi, poi gli ebrei, i russi, i belgi,” […] “poi una vacca svizzera dislocata nell’Hannoverino e una gattina persiana dimorante a Norimberga, poi due porcellini d’India residenti a Monaco e una chitarra spagnola residente a Francoforte, infine un Narghilè turco internato ad Essen e gli ex internati italiani a scaglioni di sei al mese.”
Fino all’ultimo nessuno si interessò a loro, tanto le autorità in patria quanto le organizzazioni internazionali, la Croce Rossa Internazionale non potè aiutarli per tutto il tempo della prigionia poiché la qualifica I.M.I. era nuova e non contemplata, giocando con quelle tre lettere Giovannino vi rilegge retrospettivamente il destino di ogni internato italiano, “Avete mai provato a leggere attentamente la nostra sigla? I.M.I.
Io l’ho studiata e vi dico che a quelle due I e a quella M è appiccicata tutta la storia dell’internato dal principio alla fine.
Ve lo dimostro.
I.M.I.

I, Emme, I

Ingannato, Malmenato, Impacchettato
Internato, Malnutrito, Infamato
Invano Mi Incantarono
Inutilmente Mussolini Insistette
Iddio Mi Illuminò

* * *

Inverno Malattie Infierirono
Invano Mangiare Implorai
Implorai Medicinali, Indumenti
Italia Mi Ignorò
Invocai Morte Immediata
Impazzivo Ma Insistetti

* * *

Intanto Mosca Incalzava
Incombeva Minaccia Invasione
I Maledetti Inutilmente
Inventarono Macchine Infernali
Iniziò Marcia Indietro

* * *

I Milanesi Insorsero
Italiani Malmenarono Invasori
Inferno Mussolini Inviarono
Irruppe Maggiore Inglese

* * *

Inglesi Mi Illusero
Italia Mandarmi Immediatamente
Invece Mandaronmi Indietro
Internamento Maledetto Inferno

* * *

Intanto Mi Ingrassano
Io Mi Incazzo
Impazienza Mi Irrita
Insomma: Mandatemi Italia
Italia Mia Italia"

“Adesso mio nipote vi leggerà un racconto sempre da Diario clandestino dove Giovannino ci dice che quando un soldato italiano muore le due stellette appuntate sulla giubba si staccano per andare in cielo, ed è per questo che il nostro cielo è così stellato.”
Il nipote della signora Foenna legge il brano dal titolo “Le stellette che noi portiamo”.
Terminata la lettura, qualcuno chiede al nipote della signora se ha studiato recitazione. Lui risponde di no, “anzi, direi che per leggere Guareschi…” fa per precisare ma la signora lo interrompe, “Questi brani tutti da Diario clandestino… lo chiamava clandestino perché il diario vero e proprio tenuto da Giovannino nel lager, una volta a casa, lo riordinò, lo corresse, lo rilesse ben bene, lo ribattè a macchina in duplice copia e lo diede alle fiamme, originale e copia.”
“Credo che questa sia stata la cosa migliore che ho fatto nella mia carriera di scrittore,” scrisse lo stesso Giovannino, “tanto è vero che essa è l’unica di cui non mi sono mai pentito.”
Bruciato il “diario vero e proprio” Guareschi decise di far pubblicare tutti quei brani che costituivano il cosiddetto “Bertoldo parlato”, ovvero la continuazione di quel periodico umoristico-satirico da lui diretto a Milano prima della guerra. Nel lager però non ci sono Mosca, Manzoni, Metz, Marotta e nemmeno inchiostro, carte, tipografia, rotative e quant’altro, e Giovannino doveva quindi recarsi di baracca in baracca offrendosi in lettura, “sfogliatemi,” e premettendo, “più che un giornale questa è una nostalgia. Dove mi volete leggere?”
Lo accompagnava l’amico e musicista Arturo Coppola, che con le sue musiche scandiva le letture di Guareschi, “a lui è affidata l’impaginazione musicale del giornale.”
Tutti questi articoli sono per Guareschi, a differenza del “diario vero e proprio”, l’unico materiale inerente alla prigionia autorizzato alla pubblicazione “in quanto”, spiega lo stesso Guareschi, “non solo l’ho pensato e l’ho scritto dentro al lager, ma l’ho pure letto dentro il lager. L’ho letto pubblicamente una, due, venti volte, e tutti lo hanno approvato.”
“Gli premeva l’approvazione dei vivi,” continua la signora Foenna, “ma soprattutto dei morti”, ovvero l’approvazione di quella che per lui era stata una democrazia di veri galantuomini perché nella vera democrazia i morti contano quanto i vivi, e lui nel lager aveva conosciuto una vera democrazia dove tutti quegli uomini ridotti pelle e ossa, pur morendo di fame e tubercolosi, avevano costituito una comunità con i suoi piccoli e improvvisati commerci, botteghe artigiane, attività culturali e religiose, il tutto tenuto insieme da quella franca, cordiale, completa mancanza di cordialità che caratterizza ogni consorzio umano degno di tal nome. Ma questo lo diceva lui, Giovannino, perché incarnava quello che lui stesso definiva l’ultimo meccanismo necessario al perfetto funzionamento dell’umana organizzazione: il giornale umoristico. E lo incarnava con due baffi nuovi di zecca.
Coppola, che era anche un abile disegnatore, immortalò in un ritratto il Giovannino del lager, per la prima volta coi baffi. Se li era fatti crescere per coprire un po’ quel viso smagrito e per avere qualcosa a cui aggrapparsi.”

Vengono letti alcuni brani dagli altri libri di Guareschi fino a che non viene annunciata la fine della lezione e ringraziata, a nome, di tutti la signora. Un applauso accompagna alcuni fra gli intervenuti, che si avvicinano per ringraziare di persona.
“E’ stata una lezione meravigliosa,” si complimentano. “Sembrava di essere in una stanza di Montanelli,” azzarda qualcuno. La signora sembra non sentire, intenta a frugare in una cartella, ne estrae delle fotografie.
Continua la processione delle persone, in fila per complimentarsi. “No, io non ho fatto nulla, è tutto merito di Giovannino.”
Tutti sono incuriositi dalle foto che tiene in mano, nella prima si vede un bambino appoggiato a un monumento funebre.
“Giovannino, Giovannino,” mormora tra sé mentre passa in rassegna le foto, “eccolo, guardate,” ci mostra un primo piano di Guareschi.
“Che baffi,” esclamano insieme due tre persone, “sembrano finti.”
“Dicono tutti così, quando mostro questa foto. Sono veri, certo che sono veri.” Finti erano quelli di Gino Cervi quando faceva Peppone, che tra l’altro li aveva veri, i suoi, quando recitava nei Maigret.
Il nipote, un ragazzo alto sui vent’anni, la aiuta a riordinare le sue cose nella cartella, vale a dire le foto, gli appunti e un libro dal titolo inequivocabile, “Guareschi”.
Le persone piano piano si congedano. La prossima lezione è fissata per metà Dicembre.


Nota bibliografica
Caciotti Tomada F., Albergo & Ristorante Stella d’Italia, Edizioni Hotel Flora, Prato 2001.
Caforio G. e Nuciari M., “No!” I soldati italiani internati in Germania, FrancoAngeli, Milano, 1994.
Guareschi G., Diario Clandestino,Rizzoli, Milano, 1949.
Guareschi G., Prefazione a “Attenti al filo” di Berretti A., Libreria Italiana Editrice, Genova, 1946.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 3 febbraio 2014