Lettera da una professoressa

Irene Campari



Caro Ministro Gelmini,
di stronzate in tutti questi anni di insegnamento ne ho sentite tante, ma quella sua dei giorni scorsi è insuperabile. Tanto da allentare i miei freni inibitori, anche quelli del linguaggio. Già la categoria «insegnanti meridionali» è annoverabile tra gli stupidari d’eccellenza. A quando i «mezzi meridionali» o i «trequarti meridionali»? E sono meridionali solo quelli che insegnano al Sud, poiché quelli trasferitisi al Nord sono nobilitati d’amblé? Guardi Ministro c’è poco da girare intorno. Lei è stata messa lì perché di scuola non capisce nulla, come del resto tutti i suoi predecessori, di destra o sinistra che fossero. Non solo di scuola non ne capisce ma neppure di varia umanità, il che sarebbe per lo meno di conforto. Tutti coloro i quali si sono seduti sulla sua poltrona hanno avuto almeno un sentimento in comune: il disprezzo per gli insegnanti, sempre malcelato. Spocchiosi, partite lancia in resta contro i docenti sicuri di colpire nel segno. Non è difficile sentirsi superiori ad un insegnante. E ciò aggiunge l’immancabile nota di sottile vigliaccheria. Con l’aria che tira, essere laureato e guadagnare 1.200 euro al mese è da poveracci senza alternativa, senza palle. Starsene poi 18 ore la settimana a trattare con chi ci insulta e sbeffeggia rende ancor di più la nostra condizione oltraggiabile, ma dagli adolescenti non dagli adulti. Questo non lo permetto. Se ne faccia una ragione Ministro Gelmini, la scuola è affare ormai troppo complicato per chi intenda usarla per fare carriera politica. Mi ero ripromessa di non parlarne, o farlo poco. Preferisco parlare d’altro che mi fa meno male, ma ora non mi posso sottrarre. Lei si scaglia discriminatoriamente contro gli insegnanti del Sud. Ne conosco molti, ne ho conosciuti tanti. E li ho sempre guardati con ammirazione. Lasciano spesso figli piccoli per garantirsi una carriera, che carriera non è, ma sussistenza. Lei, con le sue uscite, ha leso l’unica qualità che ancora rimane all’insegnante da rivendicare al di là di tutte le scemenze che ci avete propinato in questi anni: la preparazione personale. Ci avete umiliati per anni costringendoci a corsi di aggiornamento tenuti da raccomandati che ne sapevano meno del loro pubblico. Bastava far punti. Perché così ci considerate, accumulatori di punti. Punti per i figli, punti per la mamma e la nonna invalide, punti per il Comune di residenza e quello di domicilio. La mamma invalida vale più di una laurea. E invece di rafforzare i servizi sociali, ci solleticate la pelosa solidarietà familiare con i punti carità. Lavoriamo in aule gelide d’inverno perchè le amministrazioni stipulano contratti global service con multinazionali sia per il riscaldamento che per la manutenzione degli impianti. E loro vogliono il profitto non una scuola agibile e godibile. Non la doveva fare caro Ministro quell’uscita, perchè mi sollecita gli istinti peggiori trattenuti per tutto questo tempo. Lavoro in un Liceo artistico; gli allievi sono belli, nel senso vero del termine: lavorano, scrivono, disegnano. Do loro quello che io ritengo debba dare e debbano apprendere, fregandomene dei suoi programmi ministeriali e delle circolari insulse e incomprensibili che Lei emette, come hanno fatto tutti quelli venuti prima di lei, con la complicità dei dirigenti scolastici pagati a peso d’oro. Trasmetto tutto ciò che so, senza risparmiarmi. Me ne frego del perbenismo, del consenso dei Colleghi, benché mi abbiano spesso richiamato a «fare come tutti gli altri». E di fronte a un giovane che mi dice «Ti spacco la testa», non piango e non ululo alla luna, ma aspetto, insisto, conto fino a dieci. E alla fine, spossata, il risultato lo ottengo. Che sia un sorriso, un pentimento, la voglia di continuare a studiare. Dico loro di non mollare mai; di non ascoltare le sirene; di aiutarsi. Lo faccio con la letteratura, la poesia e la storia. Con Rimbaud, caro Ministro. Non mi servono né Marx né Gramsci. Né gli psicologi di cui ci avete riempito le aule, considerandoci inadeguati a comprendere le menti giovani. Bella trovata questa. E poi dite che non abbiamo più autorità e autorevolezza e ci mettete in mano il 5 in condotta per rimediare. Tenetevelo per le vostre linde e calde scuole private. Io mi tengo il mio mettermi in gioco sempre, anche alle otto di mattina. Anche quando mi dicono che le mie lauree e le lingue servono «per il mio orgoglio personale» perché la scuola non sa cosa farsene e qui «siamo tutti uguali». Non me lo hanno detto un secolo fa a Siracusa, ma due mesi fa a Pavia al termine dell’ultimo anno scolastico. Un dirigente è stato, come voi li chiamate. Le ho risposto di dire la stessa cosa al suo dentista quando le avrebbe presentato la parcella da migliaia di euro. Tuttavia non demordo. Non c’è soddisfazione più grande che vedere una classe rapita da ciò che stai dicendo loro, dall’emozione che non riescono a trattenere, della stanchezza che provo quando esco da aule scalcinate con il pavimento e le porte divelte. Ma posso andare avanti solo se sono in grado di fregarmene di ciò che Lei dice, fa, e decide e di chi esegue i suoi ordini. I soggetti sono altri, i referenti pure. Non Lei e chi per Lei, ma la dimensione profonda del sapere, la sollecitazione dell’intelligenza, l’orgoglio dell’indipendenza di giudizio, l’eguaglianza nella conoscenza, le relazioni della vita sociale e intellettuale, l’autenticità. Ai ragazzi non ricchi rimane solo questo per esistere come cittadini. E io quello cerco di dare. Li avete già rovinati con le borsette firmate, le scarpe griffate, le imitazioni umilianti di oggetti di valore che non si possono permettere, le mutande con l’indirizzo, i ferri per la messinpiega, la bigiotteria da retailer d’autostrada, l’aggressività competitiva che sapete non portare a nulla se non alla solitudine, ma non glielo dite. Dissimulate con gli sponsor e i translucidi programmi di Walt Disney; le macchiette da non imitare, come gli insegnanti. E a volte sono tornata a casa piangendo. Per come li stavate fregando e loro si lasciavano fregare. Per come fuori di lì sarebbe valsa la scaltrezza, la furbizia, l’inautenticità, il fasullo, la paura. Ho visto ragazzine cinesi bravissime lasciare la scuola perchè non riuscivano a sostenere l’immagine di ricchezza ostentata che le loro compagne imponevano. Ho visto ragazzini peruviani intelligentissimi abbandonare perché avevano solo dieci in matematica ma in altro erano scarsini e quell’anno non ce l’avevano messa tutta. Ho visto la tristezza negli occhi di ragazzine che non potevano vantare un fisico da vallettina e che non erano mai state in centro città. Ma ho visto anche omofobia, razzismo e ottusità in coloro che dovrebbero ridare un ordine alle priorità esistenziali. Tutto giocato sulla pelle dei ragazzi: la nostra ignoranza e il nostro perbenismo, la nostra docilità e la "mancanza di opinione pubblica". Ma tutti a pretendere da loro serietà e legalità. Piuttosto dica agli insegnanti che la scuola è il luogo dove si trasmette la cultura dei diritti e del rispetto. Dica agli insegnanti di ribellarsi alle idiotesche ingiunzioni di Dirigenti che voglion solo essere ubbiditi. Dica agli insegnanti che darà loro aumenti di stipendio per comprarsi i libri quando avranno dimostrato di sapersi ribellare, giorno dopo giorno, alle insulsaggini e al degrado devastante ai quali han portato la scuola. Solo ribellandosi ogni giorno al paradosso e all’assurdità alle quali siamo costretti si salva la dignità dell’istituzione pubblica o quel poco che rimane. Se vuol fare sul serio non le resta che fare così. Ma non lo farà; saranno ancora una volta i mansueti ad essere apprezzati per l’ordine con il quale impartiscono lezioncine; e saranno ancora una volta chiamati eroi. Ho fatto una settimana di malattia da quando lavoro, tanto da non sapere come fare per avere il certificato medico. E non lo sapevo la prima volta che mi ammalai. Non si sono fatti scrupolo di inviarmi una lettera di richiamo. Ne ho un po’. Pensi che in una sede precedente a quella attuale mi avevano messo alle calcagna qualcuno per seguirmi, dopo che avevo parlato di pace e contro la guerra in Iraq e di giornata della memoria e di civiltà. Aspettavano il momento di cogliermi in fallo. E il fallo era entrare in ritardo. Sa, avendolo scoperto ho cominciato a seguire chi mi seguiva. A questo ci costringete non sapendo più cosa farvene né della scuola, né della cultura né del sapere. Volete finalizzarlo e strumentalizzarlo ma non sapete più nemmeno per cosa. Agite su di una massa che tenacemente volete mantenere poltiglia. Il merito? Ma Ministro Gelmini, come possiamo credere che la baracca ministeriale che è stata messa in piedi possa degnamente costruire valutazioni di merito? O state già pensando a criteri da customer’s satisfaction? State già predisponendo un fondo di un po’ di milioni di euro da conferire a qualche società privata? Qualche anno fa ho visitato una scuola superiore a Salo in Finlandia. La sala docenti aveva i divani e piante grasse. Un Collega mi disse che dopo la laurea era incerto se proseguire la carriera universitaria o darsi all’insegnamento. Ha optato per quest’ultimo perchè l’autorevolezza e il prestigio, nonché lo stipendio, erano gli stessi. La scuola italiana mi aveva mandato lì e dormivo in un hotel che più diroccato non poteva essere. E avendo in precedenza provato i comfort del ricercatore pubblico in trasferta mi chiedevo come fosse possibile che all’insegnante non potesse toccare nemmeno un materasso decente. E me lo sto chiedendo ancora ora, quando entro nel mio istituto al quarto piano di un condominio con le antenne della "Vodafone" a venti centimetri dalla testa. È tutto a posto dicono, e rispondo vedremo tra dieci anni. Venite a farci le analisi del sangue tra dieci anni. Ma che importa, mica siamo cittadini la cui salute sia da tutelare. Allora ti possono mettere le aule che danno su di un terrazzo a tetto senza balaustre. E tu hai la responsabilità di settanta ragazzi, magari depressi o esibizionisti. Non siamo né preziosi né ricchi. Né audaci o coraggiosi. Allora i laboratori dove si usano solventi possono anche essere senza finestre. I giovani hanno la pelle dura, non si ammalano facilmente e poi se lo fanno sarà anche colpa dei genitori che a quella scuola li hanno mandati. Ma cosa mi viene a dire Ministro Gelmini degli insegnanti meridionali: rischiano la pelle come me. E non è forse la cosa più importante. Il 46 per cento delle domande di aspettativa nel pubblico impiego per ragioni di salute mentale provengono dagli insegnanti e dal personale della scuola. E capisco, capisco. Tener duro è quasi impossibile. Ne deve però valere la pena. Non per i suoi scatti di carriera e i meriti, se li tenga, ma per quegli occhi che mi guardano tutti i giorni e si aspettano da me che dica loro qualcosa che abbia senso.

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pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 12 ottobre 2008