Lettera al ministro Gelmini

Giuseppe Caliceti



Gentile Mariastella Gelmini,
io non credo che gli italiani siano razzisti. Tanto più non credo che lo siano i bambini italiani. Lo vedo ogni giorno nella mia scuola. Ma credo che ci siano ottime possibilità per costringerli ad aumentare il loro grado di intolleranza. Uno di questi modi è senza dubbio il suo decreto.

Dunque, alla Camera dei deputati, blindato dalla fiducia di chi non vuole dialogo, è recentemente passato il suo decreto che, se approvato anche dal Senato, metterà in gravi difficoltà la scuola elementare italiana. Mai come in questi giorni ho sentito, come insegnante elementare, quanto l’informazione che c’è in questo Paese sia a senso unico. Ma non si tratta solo di informazione. Per esempio, tale onorevole Filippi di Forza Italia, in Emilia Romagna, ha pensato bene di denunciare alcuni docenti che hanno consegnato all’interno della scuola, ai loro ragazzi, dei volantini contro la riforma della Gelmini. Ha fatto bene, dirà lei, dovevano darlo fuori dalla scuola. Non si può giocare sulla pelle di bambini e studenti. Peccato però che lei ci giochi.

Ancora: tra gli attuali manager scolastici non si registra dissenso al progetto Gelmini: probabilmente perché chi lo manifesta avrebbe la carriera penalizzata, penso io; meglio allora nascondersi dietro il proprio ruolo istituzionale. Lei che ne pensa?

E poi: i docenti e i genitori degli studenti che in questi giorni in tante zone d’Italia protestano sono considerati zero o quasi dal mondo dell’informazione; e comunque sono "segnalati". Lei ne sa qualcosa di queste segnalazioni? Gli stessi sindacati che per 5.000 esuberi previsti in Alitalia si davano un po’ da fare, di fronte ai 78.000 docenti licenziati nel prossimo anno per un totale di 250.000 in tre anni, organizzeranno forse uno sciopero generale il 31 ottobre, quando presumibilmente il decreto sarà già stato votato al Senato: non le pare quantomeno strano? Insomma, mi spieghi in qualche modo che non siamo in uno stato di pieno fascismo istituzionale.

Sui giornali si dà spazio a chi è per il maestro unico – maestro unico, pensiero unico – anche se i giornalisti, che si improvvisano pedagoghi, ammettono candidamente che esprimono motivazioni legate "più al buon senso che a specifiche competenze pedagogiche". Si dà spazio insomma a chi sostiene – ma guardi, potrebbero essere tranquillamente parole sue – che "la scuola italiana sarebbe infestata da sinistrorsi docenti post-sessantottini" e "la sinistra ha devastato la scuola". A chi sostiene che "il vero problema della scuola in Italia è trovare maestre brave e davvero vocate all’educazione" e che "le teorie pedagogiche si riducono in fondo una sola: voler bene ai bambini e farli crescere". Lei cosa pensa di queste brillanti teorie pedagogiche? Non crede che i bambini crescano da soli? Che i genitori gli vogliano già bene? Che senso ha allora una scuola?

In questo mio intervento vorrei cercarle di spiegare come, secondo me, il suo decreto e il conseguente ritorno al Maestro Unico nella scuola elementare italiana – che è la quinta al mondo, cioè molto meglio piazzata della scuola media o della scuola superiore italiane, ma su cui si abbatte questo decreto – fomenti il razzismo nel nostro Paese. Il fatto è che il mondo e la scuola di oggi non sono quelli di 25 anni fa, quando io iniziai a insegnare come maestro unico, non è nemmeno la commissione d’esame concorsuale del Sud dove lei andava a farsi promuovere salvo poi considerarlo "in deficit strutturale e di progettualità" (se non pieno di ignoranti e fannulloni che abbassano la qualità della scuola italiana) una volta diventata Ministro dell’Istruzione del Governo Berlusconi.

Cerco di spiegarle. Se io in classe oggi ho 30 bambini invece di 15 o 20, se ho magari 2 bambini disabili e non ho docenti di appoggio, se ho per esempio 9 bambini stranieri in classe e non ho personale e fondi e strumenti perché sono stati tagliati, anche se sono il miglior insegnante del mondo, mi troverò a fare una cosa semplicissima: dividere per 30 il mio tempo a disposizione, dandone magari di più a chi ne ha più bisogno (sbaglio?), cioè i due disabili e gli stranieri che non parlano italiano – a meno che non si torni anche alle classi differenziate. Ma, soprattutto, ed è questo che viene sempre omesso nell’informazione di questi mesi, accadrà un’altra cosa semplicissima: non potrò dare ai bambini – anche italiani – tutta l’attenzione e il tempo che meriterebbero. Allora cosa accade? Come genitore cerco un’organizzazione scolastica che segue e cura di più mia figlia. Dove perciò ci sono meno disabili e meno stranieri sul groppone di un unico insegnante. Esiste? Forse: la scuola privata e a pagamento. Dove ci sono spesso meno bambini con handicap e senza dubbio meno bambini di origine straniera. Insomma, avviene una selezione per "censo". La scuola privata a chi se la può pagare; la scuola pubblica, ridotta a ricettacolo qualitativamente scadente, per tutti gli altri. Un’impostazione che si può chiamare tranquillamente classista (anche se questa parola sono sicuro che non le piace e la convincerà definitivamente a non rispondere alla mia lettera), a partire dai 5-6 anni d’età, quando i bambini oggi arrivano nella scuola elementare pubblica italiana.

La sua collega Moratti, quando era Ministro all’Istruzione, parlò della scuola come una Azienda. Se lei taglia fondi e personale a un’azienda, se la sentirebbe poi di parlare di un aumento garantito della qualità della stessa azienda? Ebbene, questo è ciò che fa lei. Perché dovremmo crederle?

Su Vibrisse, un altro intervento di Giuseppe Caliceti sul decreto Gelmini, Come si fa a fare il tempo pieno con un solo maestro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 9 ottobre 2008