I monaci zen che scrissero i notiziari di oggi

Susanna Tartaro



Di Santoka, il più malinconico e anarchico poeta di haiku moderni, esiste una rara fotografia che Google-immagini ci restituisce quando vogliamo. È l’immagine di una sosta, una delle tante tra un cammino e l’altro, nella ripetizione ciclica e vitale dell’esistenza zen. Osserviamola. Qui Santoka posa compreso vista l’occasione importante – inconsueta per quegli anni – di una foto. L’ho scelta perché sembra esserci tutto il suo mondo: l’orizzonte da guardare e la terra su cui camminare, il cappello tradizionale (kasa), i sandali di paglia e la sacca per le elemosine, oggetti al cui uso ha dedicato alcuni componimenti.
È stata scattata probabilmente tra il 1924 e il 1925, appena ordinato monaco, pronto per il suo nuovo viaggio esistenziale. Si intuiscono compostezza e sobrietà zen che qui sembra docilmente “mettere in scena” per chi un giorno guarderà questa fotografia…

Alcolizzato, sfortunato e solo, Santoka si separò dalla moglie e dai figli, tentò di fare il critico letterario e il libraio, continuò a cercare un posto nella società ma non ci riuscì. Proprio lui, San To Ka, nome che si era scelto e che letteralmente significa Alta Cima Fiammeggiante!
Tentò il suicidio, ma il treno frenò. Si fece monaco zen ma non riusciva a stare chiuso in convento. Diceva di essere nato per camminare: meglio il mondo.
Le soste per riposare gli consentivano di fare amicizie e soprattutto di annotare gli haiku rimuginati in viaggio. Fu allievo di Kawahigashi Hekigoto (1873-1937) da cui apprese il gusto per il verso libero, privo del canonico schema sillabico 5-7-5.
Fermandosi nelle bettole sulla strada, approfittando quando possibile dell’onsen del villaggio, nelle cui acque calde si intratteneva volentieri, Santoka scriverà i suoi haiku più alti e fiammeggianti, che hanno dato corpo a un diario minimo e cosmico, commovente, dove trovano posto il saké (e i suoi effetti!) insieme ai germogli delle piante, le acque termali, un poco di riso dentro una ciotola, il crepuscolo e il vento.
In una tensione psicologica strettamente novecentesca di colpevolizzazione e fallimento, Santoka procede nel suo cammino con il basto esistenziale che trascina anche per noi, oggi.

Non posso abbandonare il mio
bagaglio
così pesante
davanti e dietro

Con tutte le stagioni sugli stessi sandali, protetto solo dal suo cappello di paglia buono per ogni clima, si imponeva, con ostinazione e sofferenza, di proseguire la ricerca del satori (illuminazione) combattendo con la sua umana debolezza. Ecco come si raffigura in due haiku, scritti a distanza di circa dieci anni l’uno dall’altro:

Così ubriaco
ho dormito
con i grilli!

Nel vento
mi rimprovero
e cammino.

Come compagno il taccuino per gli haiku, e ogni tanto la sorpresa di un pugno di riso ricevuto in elemosina. Tutto qui. Morì in solitudine nel 1940, nella sua capanna, mentre alcuni discepoli tentavano di raggiungerlo per dirgli che la sua raccolta sarebbe stata finalmente pubblicata.

Leggendo haiku classici, sempre più sistematicamente, cadendo sempre di più nelle loro spire, ho iniziato a declinarli sulle cose che mi circondano e su quello che accade in giro. Provare a leggere la contemporaneità attraverso i loro tre momenti (ku), il riferimento fisso alla stagione (kigo) e i simboli ad essa collegata, l’intraducibile e rarefatta atmosfera sospesa (yugen), la loro pausa interna, l’uso specifico dell’a capo o del trattino.
Pur nei limiti della traduzione, l’invito che porgono è quello di superare l’involucro di lacca lucida che li contiene, dimenticare i cascami estetizzanti, e di provare a individuare quel nucleo pulsante che unisce questa cultura così lontana al nostro mondo. Ed è un continuo godimento, una continua scoperta. Questi componimenti pensati da monaci viaggiatori già alla fine del diciassettesimo secolo, riescono a fotografare anche la nostra realtà, i nostri giorni, le nostre miserie.

Ecco che il recente scandalo del Datagate può raccontarsi così:

Vieni a sentire
la voce dei tarli
nel romitaggio di paglia

(Matsuo Basho, 1644-1694)

O la Giornata della Memoria:

Un treno merci. È freddo.
Centomila pietre tombali
fremono

(Kakyo, 1913-1969)

Le violenze omofobiche:

L’uno nell’altro
si specchiano i verdi smaglianti
di due colline gemelle.

(Mukai Kyorai, 1651- 1704)

Gli sbarchi dei migranti a Lampedusa:

Suono del remo che batte le onde – si gelano le viscere
nella notte di lacrime.

(Matsuo Basho, 1644-1694)

I soldi dello IOR:

Fanno i soldi
i bravi monaci
vendendo peonie.

(Issa, 1763-1827)

@susannatartaro
[1–continua]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 30 gennaio 2014