La libertà e la morte

Antonio Moresco



Nei giorni scorsi la CEI, per bocca di monsignor Betori e con l’approvazione del segretario di stato vaticano cardinal Bagnasco, ha praticamente dichiarato (a proposito del testamento biologico) che se le volontà del singolo non sono condivise dalla Chiesa le prime devono essere considerate senza valore. In particolare, se in un testamento biologico viene espressa la volontà di non subire accanimento terapeutico in condizioni di irreversibile sopravvivenza vegetale anche attraverso l’alimentazione, l’idratazione e altre forme di spettralizzazione della vita (o della morte), questa non deve venire rispettata.
La volontà di cui in questa dichiarazione si nega l’attuazione è la stessa che avevo espresso anch’io nel mio testamento biologico pubblicato qualche settimana fa su questo sito:

"Nel caso mi venissi a trovare in una condizione di vita esclusivamente indotta dalle macchine e in una situazione irreversibile e senza speranze, chiedo che non venga attuato su quanto resterà di me alcun accanimento terapeutico. Non voglio morire crocefisso a una macchina, non voglio immolarmi sull’altare della tecnologia divenuta idolo. Io vorrei per me, da parte delle persone che amo e che mi saranno vicine in quei momenti, il gesto umano dei soldati legati tra di loro da uno stesso sentimento e da uno stesso destino che finiscono pietosamente i propri compagni mortalmente feriti. Ma se, per l’ipocrisia e il cinismo dominanti, questo non sarà possibile e per non esporre le persone amate a un prezzo troppo grande, chiedo di non venire più alimentato e curato.
"Io non disconosco il valore misterioso e segreto del dolore né ho una concezione utilitaristica della vita e della morte. Ma che una decisione così cruciale venga imposta alle singole vite da un’istituzione religiosa (secolare, per i non credenti) o dalla cieca e inarrestabile autosufficienza delle macchine -quando non dalle due cose strettamente abbracciate- mi sembra un inaccettabile spossessamento e uno scandalo, sia per i non credenti che per i credenti."

Dopo le utime dichiarazioni delle alte gerarchie vaticane sono ancora più convinto che ci troviamo di fronte a uno scandalo, uno scandalo assoluto e -in questo caso- persino uno scandalo religioso. Proverò a spiegare perché:
- Se io non sono credente, e ho un’idea materialistica della vita -di cui mi trovo a incarnare in modo configurato il misterioso, provvisorio bagliore in questo particolare punto dello spazio e del tempo nell’immensità dell’universo cosmico (o addirittura dei molti universi e delle loro ignote e inconcepibili dimensioni)- non può che apparirmi inaccettabile il fatto che un’istituzione religiosa (la quale trae il suo potere secolare dal dirsi rappresentante di un Dio creatore della vita su questo piccolo e sperduto pianeta) pretenda di dettare legge anche per me e per tutti quelli che la pensano come me. E che pretenda -non con la convinzione, con la vicinanza creaturale e cristiana, ma con l’imperio secolare, l’asservimento della macchina politica istituzionale, l’ideologia, l’astrazione e l’alleanza con la nuova potenza tecnologica astratta- di sottrarmi la libertà e la vicinanza alla mia stessa vita addirittura in questo momento cruciale.
- Se io sono credente, penso che la vita mi viene da Dio, non dalla Chiesa, anche se questa sostiene di parlare a suo nome, come in altre parti del mondo altri uomini addobbati con altri abiti appositi sostengono di parlare a nome suo. Dio -si evince dalla Genesi- ha lasciato all’uomo il dono della libertà, persino quello di sbagliare e peccare. Non è intervenuto in anticipo impedendogli di agire neppure quando l’uomo ha commesso peccato mentre si trovava nel paradiso terrestre. Oggi questi uomini ricoperti di paramenti e raggruppati in Chiesa credono evidentemente di essere più di Dio e di essere al di sopra di Dio, hanno costituito se stessi come idoli e trasformato in idolo astratto il Dio che dicono di rappresentare, e in nome di questa astrazione (e ammesso che certe volontà espresse dai singoli nei testamenti biologici siano peccaminose) pretendono -come il Grande Inquisitore di Dostoevskij e con la complicità di un personale politico ipocrita, cinico, interessato e asservito- di dettare legge e di esautorare l’uomo persino della sua radicale umanità nella morte. Così, in questo azzardo terminale, la Chiesa si trova a dover lasciare l’ultima parola non alle singole vite in cui è presente il soffio di Dio ma alla potenza astraente della tecnica con cui, in questa battaglia -a differenza che in altre che riguardano altri momenti della vita umana- è alleata. La Chiesa, la morte e la tecnica abbracciate assieme, al posto e contro l’inermità della vita nella cruna della nascita e della morte. Una concezione ideologica e astratta della vita e della morte, non intimamente libera e religiosa, non resurrettiva ma normativa. Anche il patto tra i viventi della nostra specie non conta niente quando non è in linea con i suoi astratti dettati. Conta solo lo spossessamento, l’imperio. Povera, arida, istituzionale vittoria di un’istituzione aggrappata con le unghie e coi denti al controllo del ciclo biologico della vita e della morte e che coltiva l’arrogante illusione di trarre all’infinito il suo potere da questo proprio mentre la nostra vita personale e di specie sta già diventando un’altra cosa.

Sia che siamo non credenti o credenti, non bisogna lasciare, a mio parere, il campo libero a questa disumanizzazione. Occorre prendere pubblicamente posizione su questo decisivo argomento con dichiarazioni personali e impegnative che -in una situazione diversa da quella che stiamo vivendo in questa pesantissima restaurazione politica, religiosa e sociale- avrebbero potuto e dovuto restare intime e private. Perché tutto lo spazio che viene lasciato vuoto viene riempito. Se noi non esprimiamo la nostra volontà, altri pretenderanno di parlare a nome nostro persino su questo. Non è accettabile che la vita personale sia proprietà più della Chiesa che di chi fa un tutt’uno con essa e addirittura -per chi ci crede- di Dio.
La paura della morte, la delega ad altri per non pensare alla nostra mortalità sono la causa di questa truce sottrazione di umanità. Scrivere il nostro testamento biologico non rende più vicina la nostra morte né vuole dire essere ripiegati su di essa, come qualcuno ha ironizzato con scaramantica superficialità, ma al contrario non vivere annichiliti e intontiti sotto il suo giogo. Né è vero che se non scriviamo il nostro testamento biologico saremo esentati per questo dal morire. La libertà, quel poco che possiamo strappare di libertà nel turbine delle molecole dentro le quali si è determinata la nostra configurazione e la percezione di noi stessi e del nostro destino, deriva anche dal nostro atteggiamento verso la morte, verso la vita e verso la morte. Chi ha paura della morte ha paura della libertà, chi ha paura della morte ha paura della vita. E’ dall’accettazione della morte che può venire quel po’ di forza e di libertà dentro la quale possiamo giocare la nostra vita mortale.
Questo scritto vuole essere un appello ad avere il coraggio di esprimere le proprie volontà, qualunque esse siano -comprese quelle di ricevere il massimo dell’accanimento terapeutico- di non lasciare il campo alla potenza dell’astrazione.
Il pensiero laico -quando è veramente tale- è più forte di quello religioso perché non ha paura di muoversi nell’ignoto e di liberarsi delle rassicuranti e spossessanti tutele.
Il pensiero religioso -quando è veramente tale- è più forte di quello laico perché è trascendente ma non astraente, perché non ha paura di vedere dentro la vita anche la presenza assoluta e resurrettiva del male.








pubblicato da a.moresco nella rubrica testamento biologico il 6 ottobre 2008