Il paesaggio

Lea Barletti



«Ma il tuo dolore mi penetra fin nelle fibre più strette del mio corpo universale.»
Amelia Rosselli

Se avessi immaginato di finire un giorno intrappolata in queste tre foto, e in tutte le altre che tu non hai scelto, non mi sarei mai fatta fotografare, mai. Oppure: oppure avrei fotografato tutto, in ogni istante: ogni volto, ogni oggetto, ogni luogo. Avrei tappezzato le pareti, tutte le pareti, di tutte le stanze, di tutte le case in cui ho vissuto, di foto, e in nessuna sarei comparsa io, solo tutto il resto, tutto quello che giorno dopo giorno componeva il mio paesaggio. Tutto avrebbe brillato, illuminato dal mio sguardo: una traccia, un dipanarsi di segni del mio passare, del mio essere parte di un paesaggio. Non l’ho fatto, e così ora quello che resta è l’immagine di me che sorrido alzando un bicchiere di prosecco, di me che scivolo abbracciata ad un uomo su di uno scivolo gigante, di me che punto il fucile di un tirassegno. Il paesaggio invece, sfugge.
Perché tu abbia scelto proprio queste tre foto, io non lo so. Perché non quella di me che gioco col cane sul prato? O quella in cui ballo ad una festa di carnevale? Quella in cui sorrido sul bordo di una piscina? E le foto con mio padre e mia madre? Quelle con mio figlio il giorno del suo terzo, o del suo ottavo, o del suo undicesimo compleanno? E quelle del mio matrimonio?
In un baule pieno di foto tu ne hai scelte tre. Queste tre, non altre. Vorresti sapere cosa raccontano. Vorresti sapere in quale occasione sono state scattate, chi era con me, se ero felice, cosa pensavo. Vorresti raccontare quello che è accaduto.
Io ti racconterò piuttosto tutto il resto. Ti racconterò quello che nessuno ha fotografato e mai forse avrebbe saputo fotografare, ma che avrebbe dovuto essere fotografato. Ti racconterò il paesaggio: quello in cui muovevo i miei passi.

La prima foto: è il mio compleanno.

Io sono qui, davanti al fotografo, in un locale pieno di gente, sono tutti amici, più o meno amici, tutti qui per me, più o meno per me, festeggiamo il mio compleanno: alzo il bicchiere in un brindisi. E’ un assedio, io la fortezza: sorrido, dalla feritoia della torretta sul lato nord. Cigolo quando mi abbasso per lasciare entrare un gruppo di invitati, ciao tanti auguri, sei bellissima: io, il ponte levatoio, le mie catene arrugginite dai secoli, nessuno che abbia mai pensato di passarci un po’ d’olio, ma funzionano ancora. Cigolando, assolvo la mia funzione. Passano gli invitati sulle mie assi di legno, entrano nel cortile, camminano sul lastricato di pietra, attenzione, è tutto bagnato, ha appena smesso di piovere, qualcuno infatti scivola, mi dispiace, ti sei fatto male? No non è niente, auguri, che bello questo locale, è nuovo? No, sono qui da secoli, vuoi bere qualcosa? E sorrido di nuovo: io, la crepa sul fianco orientale, porgo un bicchiere di vino, distribuisco baci sulle guance. Altri invitati mi chiamano, mi giro sempre sorridendo verso di loro: mi snodo ripida per centonovantatre gradini ognuno di altezza diversa e irregolare, non seguo una regola, io, la scala della torretta ottagonale sud: mi salgono con prudenza, e il respiro, non potendosi accordare ad un ritmo prevedibile, si rompe, si fa corto, incespica, io non vengo in soccorso, non accorcio le distanze, non mi faccio gradino uguale a gradino, lascio che la fatica imprevista nutra le aspettative che, lo so bene, sempre si accompagnano ad una salita. Con frullare d’ali, stormo di corvi mi allontano gracchiando, disturbata dagli ospiti giunti infine in cima ai bastioni: che vista meravigliosa da quassù, ne valeva la pena salire, guardate: gli ospiti guardano: in direzione del mare mi stendo prato verde macchiato di boschi fino alla linea blu dove divento orizzonte. Ma nessuno sprona i suoi occhi nell’ombra fitta dei boschi, nessuno sull’ultima collina, nessuno fino alla linea del mare. Bevono prosecco e ballano, e si parlano, e ridono e sono felici, forse, e anche io ballo, e bevo, e sono felice, forse. Ora mi stacco per muovermi via, io, la civetta sorpresa dal rumore nel mio nido: ed è senza motivo che, già in volo, mi giro: i miei occhi di uccello notturno, lo vedono: è il cacciatore, il cervo ferito, il figlio lasciato indietro dal padre, il re senza regno del mio futuro, e mi guarda. Il suo sguardo riconosco e ricordo: mi brucia: alzo il mio bicchiere verso di lui: io sono qui, e ti aspetto. Poi torno a ballare: non ho fretta, nei secoli ho imparato a sorridere, e ad aspettare. Aspetterò, il muschio crescerà insinuando invisibili radici nelle sottili crepe del corpo mio: io, muro settentrionale, sempre poco esposto al sole, sempre in ombra, sempre umido e fresco, dove spesso nei pomeriggi estivi ancora appoggio la mia guancia di oggi e le labbra, e respiro l’odore di quando battaglia infuriavo nella pianura, forte di cavalli e uomini, armature e spade, bandiere e stendardi: quando infine il sole mi scendeva in grembo rosso di tramonto e restavo, corpi e membra mie sparse e sanguinanti e senza sepoltura, nutrivo corvi che ero e vermi che sarei diventata, sbiancavo in ossa che restano e l’aratro scopre guidato dalla mia mano contadina secoli dopo. Mi asciugavo il sudore, aggrottavo la fronte, schermavo gli occhi dal sole, salutavo: il pastore, io, che suonavo il flauto della mia tibia, seduto all’ombra dell’albero che ero nato dal mio cuore soldato putrefatto. Aspetterò, genererò figli che non saranno me: io si, sarò loro, guardandoli rincorrersi e chiamarsi e nascondersi nei miei angoli bui, uscire trionfanti alla luce, lasciarmi alle spalle, voltarsi a guardarmi un’ultima volta, io la foresta della loro infanzia, io che offrivo riparo e conforto, io che ero una volta grande e misteriosa e ora rimpicciolivo in lontananza, e bruciavo e danzavo intorno al mio fuoco. Io vecchia poi raccontavo, e cuocevo il pane, raccontavo e aspettavo, io sapevo aspettare, aspettavo di tornare a incontrarlo, il cacciatore, il cervo, il figlio, il re senza regno, aspettavo di accoglierlo. Io aspettavo e lui percorreva distanze, girava in tondo, era cieco e ferito, e io non potevo raggiungerlo, io ero la vecchia e lui il ramarro, io il corvo e lui il fiume, io il soldato e lui il bue, io il contadino e lui la regina, io il noce e lui la formica, io il cavallo e lui il serpente, io il muro e lui la rosa, io il pidocchio e lui vento, io la madre e lui il figlio.
Ma poi, finalmente: io la fortezza e lui l’ospite al cui sguardo si disfano i muri e sbriciolano i secoli, io il paesaggio, lui il viandante che mi percorre e mi vede. A lui, al viandante, io brindo, nel giorno del mio compleanno, e non mi scanserò quando inciamperà e cadrà, non guarderò altrove: anche le braccia sarò, che lo accoglieranno. Nei secoli dei secoli.

La seconda foto: sullo scivolo gigante.

Scivoliamo. Io sono il golfino di lana tra le sue mani e i miei seni. Sono il confine tra il suo calore e il mio, sono lo strato sottile di stoffa tra il suo corpo e il mio, sono il limite e i seni, accolgo e distanzio. E mentre le sue mani mi stringono io sono il capezzolo destro tra le sue dita, brucio attraverso la notte verso la costellazione di Andromeda, e indico la direzione, e sono la stella polare, e il navigante, e il mare, e la barca che non ritorna, e lo scivolare morbido sulle onde sopra la piazza festante, e m’impenno e incavallo in direzione dei bastioni d’Orione perché ho visto cose che voi umani, e sono la scia luminosa di zucchero filato, pulviscolo e lacrime del nostro ultimo incontro: è festa in paese: io sono medusa di luce che danza nel cielo, io sono il suo sesso che vibra premuto contro il mio culo, sono la stoffa dei pantaloni tesa, sono la voce, la sua voce tra i miei capelli mentre scivoliamo: amore amore mio tienimi con te, e l’urlo sono, il mio, di gioia e paura, e il suo che galoppa nell’aria e la grancassa che esplode e conduce e gli ottoni, e la coppia di anziani che balla, e la luna io sono la luna e il cane pastore del ritorno a casa, e i fari delle macchine, e i denti sono e la carne che mordono e il miele che scorre, e sanguino in una lingua sconosciuta di segni e versi inumani: non posso più dimenticare, io sono il racconto, e la ferita, e i suoi lembi che compongo e spalanco per guardarci dentro: ma il nostro tempo non è ancora venuto, e allora io sono la lingua che mi mordo e mi pento, sono il tormento dello scivolare a tasso zero, sono la vertigine del vuoto a rendere, del brivido formato famiglia, sono il tappetino per non strappare i calzoni e la gonna, sono il precipitare col salvagente, sono la dispersa in mare che ritorna ogni volta e prepara il caffè. E tu? Non hai anche tu una volta mostrato le tue ferite come attrazioni da luna-park, pensato di addomesticare i grifoni, lasciato accoccolare le volpi sul divano accanto al camino, preso in giro te stessa, grattato via la pelle e lo sporco insieme alla pelle col guanto di crine e dimenticato il volto? Se è così anche tu, come me, puoi permetterti questa e altre notti come questa. Io quell’uomo, il mio amore dello scivolo gigante, l’ho lasciato andar via quella notte stessa. Si è girato a guardarmi mentre camminava, io ancora gridavo di gioia e paura, di corsa e emozione, ancora sentivo le sue mani stringermi i seni, l’aria frustarmi la faccia, ancora il suo sesso contro il mio culo, e non ho saputo fare altro che sorridere: abbiamo promesso di imparare l’uno la lingua dell’altra per lasciarci poi sorridendo: io sono la sua lingua sconosciuta, la strada perduta del suo lento ritorno a casa, e lui, che è il mio segno sulla spalla del dolore, il suo peso che vorrei portare, la sua ferita che ho riaperto e leccato, si volta a guardarmi, e io so che gli brucia, ma so che confida.

La terza foto: al tirassegno.

Io sono il bersaglio. Un facile bersaglio, diresti tu. La mia faccia crivellata di colpi per un orsetto di peluche: passano tutti di qui per spararmi addosso i loro sensi di colpa, anche tu: tornare bambini solo premendo il grilletto e prendendo la mira, io sono il padre che non hanno ucciso. Ho perduto il conto delle colpe, so che le vendono a pacchetti da cinque, o da dieci. Quando prendono la mira io scatto una foto: io, il bersaglio, ho fotografato tutti coloro che mi hanno sparato: ho riempito interi album di foto. Ma le facce che più mi colpiscono, e mai verbo fu altrettanto adeguato, sono quelle dei testimoni. C’è sempre un testimone, accanto a chi spara: è il suo sguardo che prende le misure, è il suo sguardo che calcola le distanze, è il suo sguardo che crea lo spazio tra me, il bersaglio, e te che imbracci il fucile: il testimone è colpevole. Il testimone solitamente sorride, leggermente: il testimone solitamente non è a conoscenza dell’importanza che ricopre: non sa di essere fondamentale allo sparo più del colpo, più del fucile, più della mano che preme il grilletto, più dell’occhio che prende la mira, più di te. Il testimone testimonia, e tace. Un sabato di tanti anni fa, il testimone ti ha accompagnato alla festa della birra di Monaco di Baviera, avete bevuto due birre, avete mangiato salsicce con ketchup e majonese, avete ballato una polka (o era una rumba?), siete andati sulle auto a scontro e sulla ruota panoramica. Io sono il bersaglio, l’ultima attrazione, sono la fine del pomeriggio di festa, sono il momento prima del ritorno a casa, alla casa svuotata di vostro figlio partito stamattina per l’università in un paese lontano e straniero: io sono quel che oggi vi resta da fare. Adesso tu e il testimone siete stanchi, avete bevuto una birra di troppo, una sola: potete permettervelo, tornerete a casa in tram: ma non prima di avermi sparato addosso. Mi avete cercato per tutta la festa, io, il bersaglio, non mi trovo mai nello stesso posto dell’anno precedente. Io, il bersaglio, mi sposto. Vi costringo ogni volta ad una domanda, sempre la stessa, anno dopo anno: ma non era qui? Si, era qui, ne sono sicura. L’avranno spostato, ha detto il testimone, andiamo a cercarlo, e ti ha preso per mano. E non è mai vano il cercare, non senza conseguenze: non senza conseguenze per me, il bersaglio, e per l’orsetto che è il premio, e per la mano che preme il grilletto, e per l’occhio che prende la mira, e per il fucile, e per il testimone, e per il tiratore.
Io, il bersaglio, ho visto in faccia negli anni migliaia di tiratori: riconosco da subito chi mi centrerà al primo colpo, riconosco il suo sguardo obliquo di coda dell’occhio, il suo desiderio di cui già sento sibilo e direzione, e mi preparo, e lo attendo, qui, proprio qui, al centro della mia faccia nuda, del mio petto di uccello, del mio essere preda non innocente, vittima predestinata, del mio offrirmi alla caccia del giorno di festa. E soprattutto riconosco lo sguardo del testimone, la sua attesa e concentrazione, il suo guardare da dietro, il compiacimento e l’amore: è per lui che colpisci, per lui che prendi la mira, per lui che fai centro, per lui che, io e te, sanguiniamo, io, il bersaglio, tu, la tiratrice: è per lui che ci rendiamo complici, per lui che ci mostriamo, e luminosi, tu al mio occhio centrale ferito, io alla tua mira, un colpo e un altro ancora, e insieme rivediamo in lui tutti i suoi predecessori, i testimoni inconsapevoli del mio consapevole martirio, e del tuo, cui ogni volta sveliamo e restituiamo lo sguardo, in una foto da attaccare al frigorifero. Tu e lui, quel pomeriggio di festa di tanti anni fa, vostro figlio appena partito per l’università in un paese lontano e straniero, e niente di meglio da fare che un giro al luna-park prima che scenda la sera.

Ecco: questo è quanto. Ma non era il paesaggio che ti aspettavi, credo di saperlo. Il mio paesaggio ti ha preso alla sprovvista: cercavi la storia di una donna che appare in alcune foto trovate nel baule di un robivecchi: ti sembra di non averla trovata. E infatti non sai neanche come mi chiamo: non sei riuscita a darmi un nome. Nessuna data, informazione, niente. Niente di oggettivo.
Per te, sono una preghiera in una lingua sconosciuta. La tua preghiera in una lingua sconosciuta ad un dio sconosciuto, e recita più o meno così: lei, io, una sconosciuta, ha vissuto: è stata, è.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 24 gennaio 2014